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Italia, Israele, ebraismo e cose varie
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"Quando l'uomo è sincero,
quando la sua indignazione
è genuina, mossa da motivazioni
autentiche, non può perdere"
Elie Wiesel

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DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA DELLO STATO D'ISRAELE
In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale. Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo. Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele. Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni. Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele. Confidando nell'Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della 
patria, nella città di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948. Jewish Myspace Stuff “Zionism is not a political party. One may approach Zionism from any party, just as it encompasses all parts of the people’s lives. Zionism is the Jewish People-to-be.” Binyamin Ze’ev (Theodor) Herzl


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"Credo nel sole anche quando non splende, credo nell'amore anche quando non lo sento; credo in Dio anche quando tace". Scritta sul muro di una cantina di Colonia dove alcuni ebrei si nascosero per l'intera durata della guerra (riportata in "La tigre sotto la pelle" di Zvi Kolitz - Ed. Bollati Boringhieri)

SOCIETA'
Israele nei francobolli: emissioni di Gennaio.
9 febbraio 2010

Tra le tante meraviglie che Israele riserva non si possono non citare, magari pensando alla povertà dei nostri francobolli, le emissioni filateliche che si possono unicamente definire stupende.

Di seguito le emissioni che hanno caratterizzato il passato mese di Gennaio:

Fifty Years of Settling the Arava



"Past and Future inour Hands" International Holocaust Remembrance Day



Lions Israel 50th Anniversary



Alliance Israe`lite Universelle 150th Anniversary



Birds of Israel - Goldfinch

Birds of Israel - Graceful Prinia

Birds of Israel - Hoopoe


Fonte: Israel Post





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SOCIETA'
Israele. La 'maledetta' eredità dei campi minati. Un'analisi.
8 febbraio 2010

 
Alture del Golan. Campo minato segnalato

Foto: Piero P.


In  Israele la dolorosa notizia del ferimento di due bambini introdottisi inavvertitamente in un campo minato (forse non adeguatamente segnalato o con la recinzione non integra e coperta dal manto nevoso) sulle Alture del Golan, ha riproposto, inevitabilmente, la richiesta di un chiarimento circa l’estensione e la ‘manutenzione’ della quale questi pericolosi residuati di guerra sono eredità.

In effetti, se solo non si conosce la realtà israeliana la permanenza di campi minati a tanti anni dalla fine delle ostilità può provocare, in presenza di sciagure che provochino vittime o che, come in questo caso, colpiscano dei bambini che giocavano, può lasciare sbalorditi. Può quasi far pensare che che si siano colpevolmente trascurati elementi capaci di danneggiare civili innocenti. Nascono interrogati che appaiono senza risposta: "Ma com'è possibile che succedano disgrazie del genere in un Paese che tutela tanto la vita?". "Davvero non si poteva pensare di bonificare quelle aree?", e tante altre.

Eppure come si poteva facilmente presumere (e come si era anticipato) la persistenza di queste fonti di pericolo non può essere sbrigativamente addebitata a trascuratezza. E’, infatti, legata sia al rilevante costo dello sminamento (che, tra l’altro, richiede tempi molto lunghi e personale estremamente specializzato) che, per quanto riguarda nello specifico le Alture del Golan, all’assenza di mappe che indicano il posizionamento degli ordigni deposti dai siriani prima della Guerra dei Sei Giorni.

Data la rilevanza del problema si ritiene di riportare l’analisi che in merito ha elaborato Mark Rebacz. 

“Circa 33 chilometri quadrati di terreno si ritiene siano minati in Israele, la West Bank e le Alture del Golan, anche se l’entità esatta delle aree minate non è nota.

Le Alture del Golan hanno almeno 2.000 campi minati ed intorno ad esse è posta una recinzione lunga 1.300 chilometri. Alcune delle mine sono stati collocate dalle Forze di Difesa Israeliane, mentre alcune sono state piazzate dalla Siria prima del 1967, anche nella zona dove è avvenuta la tragedia di Sabato.

Secondo il Dipartimento di Stato americano, vi sono circa 260.000 mine in Israele, soprattutto lungo i confini con il Libano, la Giordania, la Siria e il territori conquistati nella Guerra dei Sei Giorni.

Da parte delle IDF è in corso un processo continuo e costoso volto a smantellare i campi minati giacenti in Israele. Nel 2006, Israele ha riferito di avere completato la pulizia di 40 campi minati anti-veicolo nella parte settentrionale della Valle del Giordano, per un costo di 5 milioni NIS.

Le mine deposte da parte della Siria rappresentano una sfida più complicata: la loro posizione è in gran parte sconosciuta, e quindi la loro rimozione è difficile e più costoso. Come risultato l’IDF provvede a recintare queste aree e a porre segnali di pericolo, invece di rimuovere l'esplosivi.

Secondo la politica dell’esercito queste recinzioni devono essere esaminate almeno una volta all’anno e, quando si trovino al confine di aree civili, almeno due volte l’anno. Tuttavia, anche se questa politica è stato rispettato completamente, e non è sempre stato così, questo non è sufficiente. Le inondazioni possono portare le mine alla deriva al di fuori dell’area del recinto, lasciando gli escursionisti innocenti a rischio.

Nel 1999, il Rapporto dello State Comptroller ha rivelato molte lacune nell’applicazione della politica dell'IDF. Queste includevano problemi relativi ai controlli biennali delle recinzioni di quasi tutti i campi minati nelle Alture del Golan, la mancanza di recinzioni e segni attenzione per la presenza di campi minati nella parte meridionale del paese, e il fatto che non vi sono indicazioni di località campi minati 'sulle mappe civili , ad eccezione di uno che conteneva solo informazioni parziali.

Tuttavia, a partire dal 2008, il Genio dell'IDF e il Centro Mapping di Israele pare stiano collaborato regolarmente.

Anche se Israele ha sottoscritto la Convenzione sulle Armi Convenzionali e il suo Protocollo II modificato sulle mine terrestri, non ha aderito al Mine Ban Treaty di Ottawa del 1997.

Israele ha dichiarato nel 2005, alle Nazioni Unite, che il rischio principale per i civili innocenti, proviene da mine utilizzate da gruppi armati, e Israele non consente a gruppi armati non statali di utilizzare mine terrestri. Israele ha ribadito nel 2007 che "mentre Israele sostiene gli obiettivi umanitari della Convenzione, non è in grado di trascurare le sue specifiche necessità militari e di sicurezza, [e] non può impegnarsi per una totale messa al bando delle mine antiuomo, in quanto sono un mezzo legittimo per difendere i suoi confini contro possibili incursioni come contro gli attacchi terroristici".

Tuttavia, Israele ha detto che "ha cessato tutta la produzione e l'importazione di mine antiuomo nei primi anni1980."

Nel luglio 2004, i funzionari israeliani hanno rivelato che le linee di produzione di mine anti-uomo sono state smantellate”.


 

Fonte: libera traduzione ed adattamento di Piero P. da Mark Rebacz per “Jerusalem Post” 08.02.2010


 


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CULTURA
Gran Bretagna. A Cambridge veto nei confronti di Benny Morris.
8 febbraio 2010

                                                                       Benny Morris

Che indubbiamente lo storico israeliano Benny Morris sia una figura quantomeno 'discussa' anche in patria è un dato certo, quello che è altrettanto certo è che le sue opinioni, anch'esse discutibili come ogni altra, possano essere essere esposte in pubblico e sottoposte al vaglio degli ascoltatori. Che possono condividerle o rifiutarle, come si conviene in una società pluralista e rispettosa del pensiero di ognuno.

Questo sillogismo, tuttavia, non sembra aver presa in Gran Bretagna dove, di fatto, al cattedrattico israeliano è stato impedito di tenere una conferenza all'Università di Cambridge.

Motivi (profondi?) del rifiuto l'opposizione di un gruppo, che non si può che definire che antisionista quando non antisemita, che utilizzando il tam tam di Face Book, lo ha accusato di "islamofobia" e di "razzismo" tanto da spingere gli organizzatori (studenti aderenti alla Israel Society) a cancellare l'invito.

Certo i docenti dell'ateneo si sono ribellati al sopruso ed lo hanno ospitato... insieme a pochi presenti.

In altre parole ancora una volta i nemici, coloro che di fatto 'odiano' Israele, hanno avuto modo di mettersi in mostra... e di vedere le loro 'ragioni' in qualche misura accolte da una società che, a quanto pare, è più che timorosa.

Sulla vicenda interviene oggi Francesco Battistini in questi termini, facendo parlare anche l'involontario 'protagonista' di questa ennesima censura a rappresentanti della cultura di Israele:

Razzista e islamofobo. «Non so se offendermi di più per l’offesa o per essere costretto amisurarmi con accuse del genere». Fascista israeliano. «Fa ridere». Uomo della propaganda sionista. «Non conoscono né la storia, né la mia storia». Indegno di Cambridge. «Quarant’anni fa, io a Cambridge facevo il mio dottorato. E vent’anni fa, scrivevo La nascita del problema dei profughi palestinesi. E sa chi me lo pubblicò? La Cambridge University Press».

Benny Morris è appena tornato dall’Inghilterra, ma non è stato un viaggio di piacere. Due popoli (distanti), una terra (su cui discutere) e in mezzo un mare d’ incomprensioni. Perché, parlando d’Israele, nel Regno Unito è appena finito l’ Annus Horribilis — «nella nostra storia, il peggiore per numero d’episodi d’antisemitismo», certifica il Community Security Trust di Londra— e quello che s’annuncia non sarà molto meglio: «L’ho provato sulla mia pelle. Sono arrivato a Cambridge mercoledì, dovevo parlare giovedì. Ma all’ultimo minuto, la mia lezione è saltata. Sono venuti a dirmi che c’era un problema...».

Il problema era lui. Quel che voleva dire. Morris non ama la cattedra comoda e vellutata. A 61 anni, i suoi spigoli e le sue schegge danno fastidio. Uno che ha riletto lo scontro arabo-israeliano del 1948 come un primo scontro di civiltà, anziché come una guerra per la terra. Uno che non crede alla soluzione dei due popoli, due Stati. Uno che giustificò «la pulizia etnica», riferendosi alla Nakba palestinese. Uno contestato in patria da molti suoi colleghi — «controverso», lo presentava lo stesso manifesto della conferenza al St Catharine’s College —, ma che nessuno s’è mai sognato di zittire: «Due anni fa, a Berkeley, mi hanno accolto coi cartelli. Ma ho potuto parlare. Stavolta ho fatto la mia prima lezione a Oxford e nessuno ha avuto da ridire. Conoscono le mie opinioni, le abbiamo discusse. A Cambridge, la serata era organizzata da Israel Society, un gruppo di studenti. Ma c’è stato un altro gruppo che ha fatto molte pressioni, ha contestato la mia presenza. Le leggo che cos’hanno scritto su Facebook: "In varie occasioni, Morris ha manifestato sentimenti islamofobi e razzisti nei confronti di arabi e musulmani. Consideriamo offensivo e scioccante che un gruppo dell’ateneo abbia voluto invitare un simile individuo". Li hanno spaventati, credo». La campagna s’è mossa per idea dell’opinionista Ben White (opera più nota: Guida all’apartheid d’Israele) e ha ottenuto il sostegno di un altro gruppo studentesco, l’Islamic Society, che ha raccolto firme contro la lezione di Morris: «Hanno detto che ero un insulto, un portatore d’odio. Alla fine, è venuto da me l’organizzatore. S’è scusato: "Il suo contributo di storico per noi è altamente rispettabile ma, lei capisce, le sue opinioni personali sono per molti profondamente offensive...". M’ha detto d’aver dovuto cancellare l’appuntamento, per paura di passare pure lui per un antimusulmano».

Il pasticciaccio brutto s’è compiuto a metà. Conosciuta la censura, i docenti di Cambridge si sono ribellati. E la lezione, venerdì, l’hanno ospitata loro in un’aula della facoltà di Studi politici e internazionali. C’era un sacco di polizia, in sala soltanto una cinquantina di persone. Morris s’è sentito risarcito solo in parte: «Non mi pare che ci siano stati tutti questi problemi, quando in Inghilterra hanno invitato oratori che difendevano i kamikaze o la persecuzione degli omosessuali in Iran».

Proprio a Cambridge, ricorda, nel 2008 il giornalista Abd al-Bari Atwan giustificò l’attacco a una scuola ebraica di Gerusalemme (otto morti). L’anno scorso toccò a Daud Abdullah, leader islamico di Londra, che incitò ad attaccare la Marina britannica. In ottobre ci fu Michel Massih, pubblico laudatore del ricercato internazionale Bashir, presidente sudanese. «Nelle università, il pregiudizio anti-israeliano è più forte che nella società. Sento cose più scorrette fra i colleghi che tra la gente comune», dice Morris: «In Gran Bretagna e in Scandinavia c’è un problema serio che gli europei devono affrontare». Il governo di Gordon Brown lo chiama antisemitismo, tout court: 924 casi solo nel 2009 e solo nel suo Paese. «Non enfatizzerei. Hanno avuto molto peso le proteste per la guerra di Gaza. E starei molto attento a non far passare per antisemitismo ogni critica al governo israeliano. Poi, l’antisemitismo assume molte maschere, a volte anche quella della critica a Israele. Ci sono persone che la usano come una scusa». C’è anche chi usa Israele per coprire un tornaconto politico... «C’è un interesse esagerato su quel che accade da noi. In Congo muoiono milioni di persone e nessuno ne parla. Qui, diventa notizia anche una sassaiola. Questo squilibrio a volte è strumentale. E anche pericoloso: si rischia di creare un’insofferenza».

Fonte: "Corriere della Sera" - 08.02.2010




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SOCIETA'
Israele. Indagini dopo il ferimento di due bambini in un campo minato delle Alture del Golan.
7 febbraio 2010

 
Mine field where explosion occured  

Photo: Avihu Shapira

Come ci si poteva aspettare in Israele, dopo l’incidente che portato al ferimento di due bambini inoltratisi in un campo minato sulle Alture del Golan e colpiti dallo scoppio di uno degli ordigni, non mancano denunce e prese di posizione.

La realtà di quei ‘campi’ disgraziatamente è qualche cosa con la quale la popolazione deve per forza di cosa convivere. E da moltissimi anni. In un recente viaggio è capitato a chi scrive di chiedere alla guida per quale ragione non fossero stati rimossi. La risposta è stata in qualche modo agghiacciante, ma nello stesso tempo terribilmente realistica. Questione di soldi. In effetti bonificare un campo minato non solo è costoso, ma è anche un’operazione lunga e pericolosa. Tra l’altro resterebbe da chiarire (elemento non irrilevante) se quelli in questioni siano stati deposti dagli israeliani o dai siriani. In quest’ultimo caso, inoltre, non pare che si possa contare sulla disponibilità di quello che è ancora oggi un ‘nemico’ per ottenere le ‘planimetrie’ indicanti la distribuzione degli ordigni.

Di seguito l’evolversi dell’episodio già accennato ieri come risulta dall’articolo di Hagai Einav, che riporta la testimonianza di uno dei due bambini feriti oltre che di un responsabile delle IDF: 

“Papà mi ha preso e mi ha portato via dalla montagna. E io gli dicevo che non è successo niente e che io sono forte”.

Con queste parole Yuval Daniel, di 11 anni, attualmente ricoverato presso il Rambam Medical Center di Haifa, parla di ciò che è successo sabato, quando è stato ferito da una mina nel nord delle Alture del Golan.

Daniel, che perso una gamba durante il terribile incidente e la cui sorella è stata moderatamente ferita mentre giocava nella neve, ha detto che non c’era alcun segnale di attenzione o di avvertimento del campo minato.

"Non c'era nessun recinto dove stavamo giocando e si poteva entrare   senza alcun problema. Solo più avanti c'era un recinto", ha osservato.

                  

                                                   Colonel Shukrun.
                                                    Photo: Avihu Shapira

Il comandante della Golan Brigade, Colonnello Eshkol Shukrun, ha invitato il pubblico a prestare maggiore attenzione quando si trova in prossimità dei campi minati nella zona delle Alture del Golan.

"Ci sono più di 2.000 campi minati sulle alture del Golan (in effetti girando per quei luoghi i cartelli gialli con il triangolo rosso e le scritte a più lingue sono presenti pressochè ovunque, ndr) e le recinzioni che li circondano sono mantenute da un gruppo speciale", ha spiegato nel corso di una conferenza stampa presso il luogo in cui i fratelli Daniel Amit e Yuval sono stati feriti sabato.

Egli ha osservato che la recinzione che circonda questo campo minato particolare è stato rovesciato a terra.

"Siamo in fase avanzata dell’indagine sul terribile incidente al fine di trarre conclusioni", ha detto Shukrun e ha ammesso che "ci sono luoghi in cui si ha bisogno di migliorare la consistenza della recinzione e l'indicazione degli avvertimenti appare difettoso."

Egli ha inoltre aggiunto: "Nel corso degli anni c’è stata una erosione determinata dalle condizioni meteo, in particolare a causa di neve e vento. Stiamo lavorando per gestire queste problematiche. Nel posto in cui ci troviamo si possono chiaramente individuare la recinzione, ma più avanti c'è un punto dove questa è a terra. Lavoreremo per risolvere il problema. "

Il comandante della brigata ha sottolineato l'importanza di fornire ulteriori informazioni al pubblico in merito all'esistenza di campi minati nelle Alture del Golan e quando ci si frema a lato della strada.

Il colonnello ha aggiunto che alcuni campi minati in zona risalgono a prima della guerra dei Sei Giorni, mentre altri sono stati messi piazzati negli ultimi 20 anni.

"La questione è stata discussa a livello generale del personale e nel Ministero della Difesa e posso dire che ci sono luoghi in cui i campi minati sono stati rimossi da una speciale unità come parte di un’azione volta a permettere alle comunità di espandersi".

Fonti IDF hanno detto che l'esercito riconosce la volontà dei capi della comunità nella zona di ridurre la quantità di campi minati come un modo di consentire al pubblico ed ai residenti locali di muoversi sul territorio e per ampliare la zona residenziale”.

Fonte: libera traduzione ed adattamento di Piero P. da Hagai Einav per “Ynetnews” – 07.02.2010





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SOCIETA'
Israele. Feriti due bambini per l'esplosione di una mina sulle Alture del Golan.
6 febbraio 2010

 

Alture del Golan. Segnalazione area minata.

Foto: Piero P.


Viaggiando in Israele si incontrano, purtroppo, ancora i segni delle guerre che Israele ha dovuto combattere per la sua sopravvivenza.

In particolare non si possono non notare data la continua presenza di vistosi cartelli pluri- lingue sulle Alture del Golan e lungo la Valle del Giordano (durante le scorse settimane proprio questi ordigni, spostati dalle piogge torrenziali, avevano creato problemi alle squadre di soccorso intervenute per recuperare automobilisti bloccati dalla furia delle acque).

Oggi, come scrive Ahiya Raved, le mine hanno provocato il ferimento di due bambini sulle Alture del Golan.

Questo il servizio della giornalista:

“Oggi due bambini sono rimasti feriti a causa dell’esplosione di una mina nel nord delle Alture del Golan.

I servizi di emergenza del Magen David Adom (MDA) hanno riferito che un ragazzo di 11 anni, ha subito gravi ferite nell'esplosione, sua sorella di 12 anni, pure ferita, è in condizioni definite moderatamente gravi, mentre tre altri escursionisti hanno sofferto dello shock.

L’MDA ha detto che gli escursionisti che erano entrati nel campo minato sono membri della stessa famiglia residente nella parte centrale di Israele.

Un paramedico della MDA da dichiarato a Ynet che il piede destro del ragazzo è stato tagliato (dall’esplosione), mentre la sorella ha subito lesioni al volto. Ha aggiunto che i bambini stavano giocando nella neve quando è avvenuta l'esplosione.

L'incidente è avvenuto intorno alle 1,30 del pomeriggio. Non è chiaro se i bambini siano entrati consapevolmente nel campo minato o se questo si avvenuto perché la neve copriva i segnali di allarme.

Ambulanze ed un elicottero sono stati inviati sulla scena.

Il portavoce del Comando Forze di Difesa israeliane del Nord, Capitano Hai Lugasi, ha dichiarato a Ynet che gli escursionisti sono entrati in un campo minato segnalato posto nei pressi del Monte Avital.

Residenti locali hanno detto che gli escursionisti potrebbero, a causa della neve, aver superato inavvertitamente la recinzione eretta intorno al campo minato per tenerne la gente.

Decine di migliaia di israeliani hanno viaggiato oggi nel Golan ricoperto dalla neve creando ingorghi nelle strade che conducono alla zona.

Nel mese di marzo del 2009 un uomo di 35 anni, è rimasto lievemente ferito alla mano quando il suo aliante è atterrato in un campo minato nella parte meridionale delle Alture del Golan. Nello stesso mese un lavoratore straniero dalla Thailandia, è rimasto gravemente ferito nell'esplosione di una mina vicino al kibbutz Meitzar, sempre nella regione del Golan”.

Fonte: libera traduzione ed adattamento di Piero P. da Ahiya Raved per “Ynetnews” – 06.02.2010



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TECNOLOGIE
Israele. Nuovi missili per le IDF.
5 febbraio 2010

Continua, inevitabile visto il contesto politico in cui si trova Israele, lo sviluppo di armamenti all’avanguardia nella consapevolezza che lo Stato ha di dover offrire ai propri soldati il meglio dei prodotti della difesa.

Questa evoluzione continua, che indubbiamente sottrae somme rilevanti che potrebbero essere altrimenti investite in uno sviluppo di strumenti e servizi civili ma che è determinato da un innegabile dato di fatto che vede Israele doversi preoccupare della sua stessa esistenza, è colta dalle pubblicazioni specializzate del settore. Anche italiane. Che non cessano di ‘annotare’ queste evoluzioni. E' il caso dei due nuovi missili progettati dalla Rafael Advanced Defense Systems Ltd.

“La Rafael ha svelato l’esistenza di due nuovi membri della famiglia SPIKE: i famosi missili controcarro/antibunker da fanteria, da veicolo e da elicottero.

I due nuovi ordigni si chiamano SPIKE NLOS e MINI SPIKE e si collocano ai due estremi delle capacità e delle gittate: il primo arriva infatti a 25 km, mentre il secondo arriva fino a 1,2 km.

Lo SPIKE NLOS (Non Line Of Sight, cioè che non richiede che il lanciatore abbia il bersaglio in vista, ndr) che, come i suoi fratelli, è a guida elettro-ottica, ha la possibilità di aggiornare i propri dati tramite un data link mid-course e può essere impiegato da piattaforme aeree, navali e terrestri.

La società israeliana ha già montato un lanciatore a 4 celle su un HUMMER (foto seguente) a scopo sperimentale.


                     The new Spike NLOS mounted on a ground vehicle 
                                                    (photo : Defencetalk)



Una soluzione alleggerita di questo sistema potrebbe anche equipaggiare il nuovo APC NAMER delle IDF.

SPIKE NLOS in volo

Foto: Rafael

Il MINI SPIKE, la cui esistenza è stata svelata al pubblico durante la terza Land Warfare Conference di Latrun (tenutasi nel settembre dello scorso anno, ndr) è stato pensato per impieghi di precisione con distribuzione a livello compagnia o plotone.

Il sistema, che utilizza una razionale contenitore lanciatore prismatico, può ingaggiare e colpire bersagli fino a 1.200 m. con una traiettoria d’attacco differente (alta, media o bassa) a seconda del loro tipo.

Il complesso di puntamento più due contenitori/lanciatori hanno un peso di circa 12 kg., risultando facilmente trasportabili da un solo soldato.

Per pesi e prestazioni il MINI SPIKE si colloca tra SPIKE SR (un lanciarazzi pesante 9 kg. con gittata 800 m.) e SPIKE MR missile lancia e dimentica, pesante 13 kg. con portata massima 2.500 m.)”.

Fonte “RID Rivista Italiana Difesa” – n. 2 – Febbraio 2010




 Images New3 Zaatut Minispike


MINI SPIKE


Così la Rafael a proposito dello SPIKE NLOS: 


"The Spike NLOS is an electro-optically guided missile for ranges of up to 25 km with pinpoint accuracy and midcourse navigation. The weapon system can be launched from land, air and naval platforms.
Equipped with a variety of warheads, RF communication, unique advantages of hitting non-line of site (NLOS) targets, the ability to switch between targets and abort mission, the Spike NLOS can be operated in offensive and defensive scenarios.
Spike NLOS is designed to be integrated into the modern battle arena and can receive target location from an embedded TAS system, external sensors, C4I center or UAVs.
  • Increased stand off range of above 25 km
  • Pin point accuracy
  • Launched from air, land and naval platforms
  • Enables real time tactical intelligence
  • Features a wireless data link to missile
  • Equally lethal in both day and night operations"

Fonte: Rafael


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Israele. Testo integrale dell'intervento di Berlusconi alla Knesset... e un commento.
4 febbraio 2010

"Signor presidente dello stato di Israele, signor presidente della Knesset, signor primo ministro, signori deputati, autorità e invitati, è per me un grande onore, è un grande onore per l’Italia parlare in questa nobile assemblea che è il simbolo stesso dei valori democratici su cui si fonda il vostro paese.

Questo Parlamento rappresenta la più straordinaria vicenda del Novecento. Questo Parlamento testimonia la nascita nel 1948 di uno stato ebraico, libero e democratico che raccolse finalmente, dopo l’orrenda esperienza della Shoah, cittadini del mondo che parlavano tutte le lingue e che accorsero da ogni angolo del mondo.

Voi rappresentate ideali che sono universali, siete il più grande esempio di democrazia e di libertà nel medio oriente, un esempio che ha radici profonde nella Bibbia e nell’ideale sionista. Per noi, come hanno detto sia il Papa Giovanni Paolo II sia il Rabbino Elio Toaff, il popolo ebraico è un “fratello maggiore”.

Le origini della nostra amicizia, della nostra fratellanza, sono in una comunanza di civiltà e di destino, in un comune amore per la comprensione e la convivenza pacifica tra i popoli della terra.

Purtroppo nel 1938, lo voglio ricordare, l’Italia si macchiò dell’infamia delle leggi razziali, che contraddissero secoli di civiltà cosmopolìta e di rispetto umanistico della persona e della sua dignità; ma il popolo italiano trovò la forza di riscattarsi attraverso la lotta di liberazione dal nazi-fascismo e trovò anche il coraggio di molti eroi civili, tra cui Giorgio Perlasca, che agì da giusto fra le nazioni mettendo in salvo numerosissimi ebrei. E nel recente incontro tra il Papa Benedetto XVI e la comunità ebraica di Roma il presidente della comunità ha ricordato il convento di Santa Marta, a Firenze, dove le suore cattoliche accolsero e salvarono decine di ebrei dalla persecuzione nazista.

Oggi, la sicurezza di Israele nei suoi confini e il suo diritto di esistere come stato ebraico sono per noi una scelta etica e un imperativo morale contro ogni ritorno dell’antisemitismo e del negazionismo e contro la perdita di memoria dell’occidente.

La nostra amicizia per Israele è franca, aperta e reciproca, non è solo vicinanza verbale, non è solo diplomazia, è un moto dell’anima e viene dal cuore. I rapporti bilaterali fra Italia e Israele sono eccellenti. Su ogni questione vige la regola della sincerità e della ricerca di un accordo completo, utile e produttivo.

La nostra cooperazione è un vanto del mio governo e un fattore di orgoglio e soddisfazione per l’opinione pubblica italiana. Sono fiero di ricordare in questa solenne occasione che l’Italia seppe reagire con un grande “Israel Day” di solidarietà e di amore quando le bombe umane seminavano morte ad Haifa, a Tel Aviv, a Gerusalemme sui vostri autobus, nei vostri luoghi di ritrovo, nelle vostre feste nuziali, nelle vostre cerimonie religiose.

L’Italia è orgogliosa di molti gesti di solidarietà verso il vostro paese, come ad esempio il rifiuto del nostro governo a partecipare alla Conferenza “Durban II” di Ginevra, che voleva sanzionare Israele con intollerabili accuse di razzismo e di violenza. Come il nostro voto contrario al rapporto Goldstone, che intendeva criminalizzare Israele per la reazione giusta ai missili di Hamas lanciati da Gaza.

Noi combattiamo insieme a voi ogni possibile rigurgito di antisemitismo in Europa e nel mondo, e insieme a voi ci preoccupiamo di rendere inseparabili la battaglia per l’esistenza e la sicurezza dello stato d’Israele e quella per la pace. L’estensione della democrazia a tutti i popoli della terra, nelle forme possibili, e la difesa della libertà come bisogno insopprimibile di ogni uomo sono un imperativo che ci accomuna e che deriva dalla nostra fede, dalla nostra cultura giudaico-cristiana, dalla nostra comune concezione dell’uomo e della storia. Noi siamo uniti nella difesa della democrazia libera dal fanatismo, dal pregiudizio, dalla superstizione, dall’uso della violenza strumentalizzando il nome di Dio.

A questa battaglia ci spinge la consapevolezza che ogni uomo e ogni donna nel mondo, quale che sia il loro credo, il loro colore, la loro etnia, ambiscono alla libertà. Israele, il vostro stato è davvero il simbolo di questa possibilità di essere liberi e di far vivere la democrazia anche al di fuori dei confini dell’occidente, ed è proprio per questo che risulta una presenza intollerabile per i fanatici di tutto il mondo.

Per queste ragioni i liberali di ogni parte del globo vedono nel vostro paese il simbolo positivo, doloroso e orgoglioso di una grande storia che parla di amore, di libertà, di giustizia, di ribellione al male. E noi, liberali di tutto il mondo, vi ringraziamo per il fatto stesso di esistere.

Cari amici, dopo l’11 settembre abbiamo capito il carattere ultimativo e globale della sfida al nostro modo di vivere e alla nostra pratica della libertà, alla nostra pratica dell’eguaglianza tra i sessi, del diritto universale alla vita, alla libertà e alla sicurezza.

Dieci anni prima era stata Tel Aviv a essere colpita dai missili Scud di Saddam Hussein e dal 2000 è stata l’ondata terroristica della Seconda Intifada a mettere a dura prova il grande spirito di resistenza del vostro popolo.

Noi italiani siamo stati consapevoli fin dal primo momento che la sfida del terrorismo era rivolta non soltanto contro gli Stati Uniti e contro Israele, ma contro tutti i paesi democratici dell’occidente e contro gli stessi paesi arabi moderati. Da allora abbiamo fatto la nostra parte, dall’Iraq all’Afganistan, dalla Bosnia al Libano, per combattere il terrorismo e favorire la pace. Con i nostri soldati e le nostre missioni di pace, abbiamo contribuito a rendere il mondo più sicuro e più giusto, pagando un alto tributo di vite umane.

Anche di fronte alle minacce contro Israele e contro la sicurezza del suo popolo, l’Italia non è indifferente. L’efferatezza antisemita, a differenza di quanto è avvenuto alla vigilia e durante la Seconda guerra mondiale, non potrà e non dovrà più nutrirsi della complice indifferenza dei governi. In una situazione che può aprirsi alla prospettiva di nuove catastrofi, l’intera comunità internazionale deve decidersi a stabilire con parole chiare, univoche e unanimi che non è accettabile l’armamento atomico a disposizione di uno stato i cui leader hanno proclamato “apertamente” la volontà di distruggere Israele e hanno negato insieme la Shoah e la legittimità dello stato ebraico.

Su questo punto non si possono ammettere cedimenti: occorre ricercare la più ampia intesa a livello internazionale per impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano. La via da percorrere è quella del controllo multilaterale sugli sviluppi militari del programma nucleare iraniano, quella del negoziato risoluto, quella delle sanzioni efficaci: bisogna esigere garanzie ferree dal governo di Teheran, impegnando in modo determinato l’Agenzia internazionale per l’energia atomica al controllo ispettivo e alla verifica continua dei progressi del negoziato.

Certo non si deve respingere alcun segnale di buona volontà da parte iraniana, ma occorre dire apertamente che gli sforzi di dialogo non possono essere frustrati dalla logica dell’inganno e della perdita di tempo. Signori deputati, autorità, cari amici, venendo alla questione medioorientale, la nostra azione, come sapete bene, è stata sempre indirizzata verso la soluzione che prevede due stati, quello ebraico di Israele e quello palestinese, che vivano in pace e in sicurezza l’uno accanto all’altro.

Oggi questa soluzione – due stati, due popoli – appare condivisa, oltre che da voi e dalla leadership palestinese, anche dall’Unione europea, dagli Stati Uniti e dai più importanti partner del mondo arabo e devo dare atto al primo ministro Netanyahu del coraggio con cui ha deciso di seguire, spiegandone le ragioni al suo popolo, tale strada. Sin dal 1994, come capo del governo italiano, ebbi a proporre un “Piano Marshall” per lo sviluppo economico dei territori palestinesi: vedo, oggi, il mio paese sempre più impegnato nell’aiuto umanitario ai palestinesi, nella cooperazione in materia sanitaria, culturale, infrastrutturale, turistica, e continuo a essere convinto che la pace economica sia un elemento chiave per offrire speranza e futuro al popolo palestinese che ha sofferto e aspira a una pace duratura e globale.

La strategia della pace nel benessere è uno strumento prezioso per lo smantellamento delle premesse psicologiche e ideologiche di ogni forma di violenza. Mi rendo conto delle mille difficoltà sulla strada del processo di pace che tutto il mondo auspica. Ma noi speriamo in una svolta che metta da parte per sempre la cultura della violenza, che induca il popolo palestinese a guardare con fiducia al suo futuro e al rapporto con lo stato ebraico come a un’opportunità per il proprio sviluppo e non come a un impedimento da superare.

Oggi mi rivolgerò, con un appello che viene dal cuore, al presidente Abu Mazen affinché torni al tavolo del negoziato e consegni alla storia un accordo per la pace e lo sviluppo economico del suo popolo, della sua terra, dando vita così a quello stato palestinese che la comunità internazionale attende.

E mi rivolgo al caro amico primo ministro Netanyahu per chiedergli di confermare, con coraggio, le sue proposte e le sue offerte per far ripartire il dialogo, tenendo conto degli auspici e degli incoraggiamenti dei paesi amici di Israele, come l’Italia, o gli Stati Uniti, e di tutti i partner europei. Noi preghiamo e pregheremo affinché questa speranza possa realizzarsi.

Cari amici, vi ringrazio per la splendida accoglienza e per l’affetto che mi avete riservato. Considerateci accanto a voi per costruire e difendere i valori che ci accomunano e che fanno di Israele un avamposto della cultura europea e occidentale. Quella cultura che si basa sul primato della persona umana e sulla grandezza dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio.

Quella cultura e quei valori che fanno del vostro paese una vera democrazia, una società libera e orgogliosa della sua libertà, uno stato libero e democratico in tutto eguale alle democrazie europee.

Questo sentimento, che avverto profondamente, mi fa dire da anni, e non da oggi, che il vostro posto, il posto di Israele deve essere tra le nazioni dell’Europa, come membro a pieno titolo dell’Unione europea.

Questo è il mio sogno, questo è il mio augurio.

Vi ringrazio ancora e di cuore per la vostra accoglienza e per la vostra amicizia. In nome del popolo italiano auguro pace, serenità e benessere a voi e a tutto il popolo di Israele.

Viva Israele. Viva l’Italia. Viva la pace e la libertà".

Fonte: "Informazione Corretta" - 04.02.2010

Andrea's Version

di Andrea Marcenaro

"Dodici applausi scroscianti hanno interrotto il suo formidabile discorso. Una standing ovation finale come non se ne sentivano dai tempi di Davide contro Golia ha decretato il trionfo dell’Amor nostro alla Knesset. Tiè. Il popolo eletto è andato in brodo di giuggiole. La gente di Israele sorrideva al suo passaggio. I dirigenti del popolo gli hanno tributato omaggi e riconoscimenti. Benjamin Netanyahu, l’attuale leader, l’ha accolto rivolgendosi al “carissimo amico”, l’ha accompagnato con accenti commossi, si è congedato da lui pronunciando parole altissime: “Silvio, tu sei un grande leader coraggioso”. La dolce Tzipi Livni, dolce ma capace di durezze, gli faceva gli occhioni. La memoria storica del paese, il grande laburista diventato presidente, la ieraticità in persona, Shimon Peres, ha voluto esaltare il buon gusto degli italiani che lo votano e ha concluso con un elogio prezioso: “E’ il leader più solare che abbia mai conosciuto”. Il più solare. Da Sole, non da sòla".

Fonte: "Il Foglio" - 04.02.2010




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SOCIETA'
Israele. Nevicate e scuole chiuse nel Golan e in Galilea. Per immagini.
4 febbraio 2010

The Golan

 
Merom Gagolan as we write this. Light snow falling Jerusalem.
 
 
 
Merom Hagolan now. (9:50 AM)
 
 



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SOCIETA'
Dall'Iran di Khomeini ad Israele: incredibile storia di cervi!
2 febbraio 2010

Ein Gedi. Mar Morto. Orix

Foto: Piero P.

 

Ci sono vicende che riguardano Israele che, a volte, sembrano quasi più appartenere alle leggende che ai fatti reali.
 
Su uno di questi si è soffermato ieri il Wall Street Journal (sotto il sintomatico titolo: “How bambi met James Bond to save Israel’s ‘extinct’ deer”) che ha ricostruito le tappe che hanno portato, in piena rivoluzione islamica in Iran, al ‘recupero’ di quattro daini persiani da reintrodurre nella fauna israeliana.
 
Il giornale, per raccontare la vicenda che sembra quasi una sorta di intrigo effettivamente degno di una saga di uno 007, prende spunto dal fatto che proprio nel dicembre scorso quattro ‘discendenti’ di quei cervi iraniani (la cui popolazione totale ha raggiunto oggi le 500 unità) sono stati rilasciati dai funzionari che si occupano della tutela della fauna selvatica sulle colline intorno a Gerusalemme.
 
Non si è trattato di una atto fine a se stesso, ma dell’esplicarsi della volontà di un programma volto a riportare in Israele la fauna che gli era propria in epoca biblica e che ha dato, come tangibili risultati, la reintroduzione degli onagri, degli orix (una specie di antilopi) e degli struzzi selvatici.
 
Ovviamente queste finalità non potevano essere prioritarie negli anni in cui in giovane Stato lottava per la sua stessa sopravvivenza, ma lo sono diventate a partire almeno dal 1962 quando è stata votata una apposita legge per la conservazione della fauna selvatica.
 
A capo della neonata Israele Nature and Parks Authority un personaggio di tutto rilievo: il generale Avraham Yoffe, uno dei fondatori dell’Hagana e comandante di quella divisione dell’esercito che, nel 1956, ha catturato Sharm el-Sheikh.
 
Appunto a questa figura si fa risalire l’operazione più audace:  quella relativa alla “Dama dama mesopotamica” (questo il corretto nome del daino persiano). Le sue dimensioni sono, approssimativamente, 140 – 160 cm di lunghezza, 90 – 100 cm di altezza al garrese, una coda di 20 cm ed un peso che può sfiorare gli 80 kg. Si presenta con un mantello fulvo a macchie bianche e corna appiattite.
 
Secondo il Wall Street Journal nel libro del Deuteronomio è detto che si tratta di un ungulato delle carni del quale è permesso agli ebrei di cibarsi.
 
In Israele l’ultimo daino è stato cacciato fino all’estinzione nei primi anni del 1900 e la specie è stata ritenuta estinta fino al 1950 quando i cervi sono stati riscoperti in Iran.
 
Nella ricostruzione del quotidiano appaiono, a questo punto, il tutto appare come un vero e proprio thriller. Da un lato il permesso per la caccia (allora vitatissima) allo stambecco nubiano in Israele concesso dall’allora ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon al fratello dello Scià. Quindi il permesso ottenuto dagli iraniani di ‘importare’ quattro esemplari di cervi. L’attacco di cuore a Teheran del generale Yoffe. Nei mesi successivi si ha il progressivo svilupparsi della rivoluzione islamica che porterà al trionfale ritorno dell’ayatollah Komeini. All’ambasciata israeliana il lavorio di diplomatici ed agenti segreti per l’evacuazione dei 1.700 israeliani che allora vivevano in Iran. La consapevolezza, nel generale, che una volta caduto lo Sciò non si sarebbe più potuto far nulla per far rispettare l’accordo relativo ai cervi.
 
S’intrecciano le mosse dello zoologo olandese Van Grevenbroek al quale il generale Yoffe ha chiesto di curare lo sforzo per la reintroduzione degli animali in Israele, di Itzik Segev, allora attacchè militare israeliano in Iran, del veterinario senior iraniano che intende firmare la licenza per l’esportazione a condizione che gli animali vadano in Olanda, ma assolutamente non in Israele.
 
Il tutto mentre oltre un milione di iraniani, obbedendo agli appelli di Khomeini, marciano nel centro di Teheran fracassando le vetrine dei negozi e bruciando pneumatici tra l’odore acre dei gas lacrimogeni. .
 
Fino all’epilogo: quando all’alba dell’8 dicembre le casse con gli ungulati sono finalmente inchiodate, caricate su di un camion e caricate sull’ultimo volo della El Al da Teheran per Tel Aviv tra montagne di tappeti e oggetti di valore che accompagnano la fuga degli ebrei iraniani ed israeliani.
 
E alla conclusione, raccontata proprio da Van Grevenbroek: “Sono arrivato all’aeroporto di Tel Aviv, ho scaricato il cervo e c’era il grnde generale in attesa con le lacrime agli occhi”.
 
Da allora la ‘Dama dama mesopotamica’, partendo dalla Hai Bar Nature Reserve ritorna in quei luoghi che erano stati il suo abitat.
 
Allo stesso modo in cui, lungo l’Arava (a pochi minuti d’auto da Eilat) nella Hai Bar Yotvata Reserve è possibile ammirare una serie numerosissima di altri animali struzzi, predatori, lupi, leopardi, serpenti e tanto altro.
 
Ancora una volta la volontà e la tenacia degli uomini di Israele hanno riportato una vittoria.
 
Fonte: libera traduzione ed adattamento di Piero da Charles Levinson “Wall Street Journal – 01.02.2010

File:Persian Fallow Deer 1.jpg

Dama Dama Mesopotamica

Fonte:http://images.google.it/




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