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"Quando l'uomo è sincero,
quando la sua indignazione
è genuina, mossa da motivazioni
autentiche, non può perdere"
Elie Wiesel

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DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA DELLO STATO D'ISRAELE
In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale. Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo. Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele. Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni. Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele. Confidando nell'Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della 
patria, nella città di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948. Jewish Myspace Stuff “Zionism is not a political party. One may approach Zionism from any party, just as it encompasses all parts of the people’s lives. Zionism is the Jewish People-to-be.” Binyamin Ze’ev (Theodor) Herzl


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"Credo nel sole anche quando non splende, credo nell'amore anche quando non lo sento; credo in Dio anche quando tace". Scritta sul muro di una cantina di Colonia dove alcuni ebrei si nascosero per l'intera durata della guerra (riportata in "La tigre sotto la pelle" di Zvi Kolitz - Ed. Bollati Boringhieri)

CULTURA
Festività ebraiche: "Purim" (le "Sorti")
8 marzo 2012

 

 

 

Quest'anno 5772, la festività di Purim avrà luogo l'8 marzo 2012 (vigilia 7 marzo). Il Digiuno di Ester è il mercoledì 7 marzo.

La storia di Purim
Bambini ebrei salvano il popolo da una situazione disperata
di Aron Friedman
Molto tempo fa, gli Ebrei vivevano in Persia sotto il dominio del Re Achashverosh, che governava su un suo impero di ben 127 paesi, dall’india in oriente fino all'Etiopia in occidente.
II nostro popolo aveva passato brutti tempi. II Tempio di Gerusalemme era stato distrutto e tutti erano stati esiliati in Bavel dove povertà e difficoltà li affliggevano nel loro esilio.
Sotto il regno di Achashverosh iniziarono a superare le difficolà negli affari e nei mestieri. Ma per 70 anni il Tempio era rimasto una rovina e gli Ebrei tristemente si chiedevano se sarebbero mai ritornati a Gerusalemme. Sarebbero ritornati alla loro dimora?
Nel terzo anno del suo regno il re Achashverosh fece una festa. Tutti erano invitati, da tutti i paesi del mondo, compresi gli Ebrei di Shushan, la capitale. Achashverosh desiderava che tutti lo amassero e che tutti lo rispettassero.
Era una situazione difficile per gli Ebrei. In realtà non desideravano partecipare alla festa di Achashverosh perché temevano che i cibi offerti non fossero Kasher. Ed anche se lo fossero, come avrebbero potuto partecipare quando il re Achashverosh avrebbero indossato gli abiti di Cohen Gadol (il Sommo Sacerdote) che erano stati rubati dal loro proprio Tempio di Gerusalemme?
Mordechai, il capo degli Ebrei, consigliò loro di non andare, ma la maggioranza del popolo aveva paura di Achashverosh, e non lo ascoltarono. Che cosa avreste fatto voi?
Sicuramente nessun soldato di Tzivot Hashem sarebbe mai andato alla festa di Achashverosh. Disgraziatamente, molti Ebrei ci andarono, anzi, la maggioranza di loro e fecero male.
Di Shabbat tutti gli Ebrei andarono a casa loro anche se la festa procedeva. Mentre facevano Kiddush nelle loro case, le altre persone invitate alla festa di Achashverosh continuavano a bere, a bere, a bere. Achashverosh, ubriaco ordinò a sua moglie, Vashti, di mostrarsi a tutti, cosicché potessero vedere quanto fosse bella. Vashti, però, si senti offesa da questo ordine di un ubriaco. "Non verrò", disse. Nessuno sapeva cosa dire. "Che venga uccisa", gridò un consigliere, "se no d'ora in poi tutte le mogli disobbediranno ai loro mariti!" Questo consigliere era Haman, il malvagio Haman. Achashverosh diede ascolto alle sue parole e Vashti fu giustiziata. Sapete perché Vashti non volle venire? Improvvisamente le erano usciti tanti brufoli e le era perfino spuntata una coda! Tutto questo era successo perché Hashem la voleva punire, per essere stata cosi malvagia con le piccole ragazze ebree obbligandole a lavorare di Shabbat. Per questo motivo fu giustiziata di Shabbat.
Ora, Achashverosh aveva bisogno di una nuova regina e la fece cercare in tutti i suoi 127 paesi. In montagna ed in pianura, in oriente come in occidente, al nord come al sud. Finalmente i suoi messaggeri trovarono una ragazza bellissima, Ester, nipote di Mordechai; chiunque la incontrava rimaneva incantato dalla sua grazia, modestia e gentilezza.
Ester non voleva sposare Achashverosh; infatti aveva fatto tutto il possibile per non essere notata, ma Hashem aveva un piano. Appena Achashverosh la vide, decise che Ester sarebbe divenuta la sua regina, ma per quanto le chiedesse da dove venisse lei non rispondeva perché Mordechai le aveva raccomandato di non dire una sola parola sulla sua vera identità.
Un giorno Mordechai udì due ministri complottare di avvelenare il re, riferì la cosa ad Ester che la raccontò al re. Achasverosh fece scrivere nel libro dei ricordi che Mordechai gli aveva salvato la vita.
Intanto Haman, era diventato molto ricco e potente e il re lo aveva nominato Primo Ministro di tutta la Persia. Appeso al collo Haman portava fieramente un'immagine del suo idolo ed ovunque andasse, tutti erano obbligati ad inchinarsi davanti al lui.
Tutti, eccetto Mordechai l'Ebreo! Mordechai sapeva che un Ebreo non doveva mai inchinarsi, e nemmeno piegare le ginocchia davanti ad un idolo.
Haman era molto arrabbiato! Era furioso, fumante e decise di eliminare Mordechai e giacché c'era, tutti gli Ebrei. 
"Ci stai procurando grossi guai", dissero gli Ebrei a Mordechai. Ma Mordechai non intendeva inchinarsi. 
Alcuni giorni prima di Pesach, Haman tirò a sorte per vedere quale mese sarebbe stato il più propizio per vendicarsi degli Ebrei. Aha! Venne fuori il mese di Adar. "Un ottimo mese", pensò Haman: "il mese in cui Moshe, capo degli Ebrei, è morto". Haman dimenticava però, che Moshe era anche nato in Adar. Re Achasverosh diede pieni poteri a Haman, che decretò che nel 13 di Adar dell'anno successivo, tutti gli Ebrei sarebbero stati uccisi, in ogni provincia ed in ogni stato dell'impero. Non c'era dove scappare e non c'era dove nascondersi.
A questo punto Mordechai fece sapere alla regina Ester che era l'unica persona che poteva andare dal re per supplicarlo di avere pietà sul suo popolo. "Como posso andare?" replicò Ester, "Haman ha agito anche contro di me. Nessuno può andare a vedere Achashverosh senza essere stato chiamato da lui e sono ben trenta giorni che sono stata chiamata—nemmeno una sola volta!"
"Tuttavia devi andare", disse Mordechai "è pericoloso, ma tu devi salvare il popolo ebraico".
Per tre giorni la regina Ester non mangiò e non bevve e chiese a tutti gli Ebrei di digiunare e pregare assieme a lei. Poi, andò dal re senza invito.
Prima di entrare nella sala del trono, pregò dal profondo del suo cuore a HaShem per se stessa, per il suo popolo e per la ricostruzione del Tempio. Sapeva di poter essere uccisa in quel momento.Improvvisamente Achashverosh si accorse della sua presenza. Era adirato, sorpreso, e pieno di un nuovo amore—tutto insieme. Ester aveva un aspetto cosi fragile, e tuttavia cosi straordinariamente bello. Le guardie avevano estratto le loro spade pronte a colpire, Haman sogghignava sinistramente. Poi, ad un tratto Achashverosh alzò la sua mano, offri il suo scettro alla regina e le risparmiò la vita. "Quale è il tuo desiderio?", chiese, "fino a metà del mio regno sono pronto a darti".  
Se voi foste Ester, che cosa avreste fatto? Avreste rivelato al re di essere Ebrei? Ester non lo fece immediatamente. Sarebbe stato troppo improvviso. Invece invitò il re ed Haman a venire da lei per una festa che desiderava fare per loro.
Nel frattempo anche altri facevano il loro possibile per annullare i crudeli piani di Haman. Sapete chi? I soldati di Tzivot HaShem di quei giorni. Mordechai aveva chiamato tutti i bambini ad unirsi a lui, ed essi vennero— ben 22.000. Tutti assieme studiarono la Torà, e pregavano a HaShem, chiedendo al Cielo di annullare il terribile editto di Haman.
Mentre studiavano Haman lasciava il palazzo. Era cosi eccitato di essere l'unica persona invitata a cenare col re e con la regina Ester e si affrettava verso casa per raccontare alla sua famiglia la buona notizia, quando vide Mordechai con tutti quei bambini.
Nessuno di loro si inchinò al suo passaggio, né lo degnò di attenzione. "La farò finita anche con voi", promise, ma i soldati di Tzivot HaShem non si spaventarono. "Non ci curiamo di te", gridarono, "Noi staremo con Mordechai, studiando la Torà e pregando, fino alla fine! "'.
Quando HaShem udì le loro preghiere e vide le loro lacrime, disse: "Per amore di questi bambini salverò gli Ebrei! "
E cosi fu. Il coraggio di Ester, la saggezza di Mordechai e le preghiere dei bambini di Tzivot HaShem ribaltarono la situazione ormai disperata. Achashverosh diede ascolto ad Ester quando chiese di non distruggere il suo popolo. Hamen venne smascherato come il peggior nemico del re, non come suo amico e venne impiccato sulla forca che egli stesso aveva fatto erigere per Mordechai, Mordechai venne onorato e promosso alla carica di primo consigliere del re ed infine, il 13 di Adar, il giorno che Haman aveva stabilito per lo sterminio degli Ebrei, questi combatterono contro i loro nemici, uccidendo tutti i malvagi seguaci di Haman.
I Saggi dichiararono che il giorno in cui avvennero questi miracoli e che gli Ebrei terminarono di combattere fosse dedicato a festeggiamenti e ringraziamenti ad HaShem, a dare regali ai poveri, ed a mandare dolciumi agli amici. E il giorno di Purim, la più gioiosa di tutte le feste.
 
Tratto dal "Moshiach Times" N. 4
 

 

La Meghillat Ester: lo svelamento del nascosto
 
di Rav Roberto Della Rocca

 

Articolo pubblicato su "Hebraica" Miscellanea di studi in onore di Sergio Sierra per il suo 75° compleanno – Torino 5759-1998
 
" .....questi giorni di Purim non cadranno in disuso tra gli ebrei ed il loro ricordo non cessi in mezzo alla loro discendenza..." (Libro di Estèr, 9;28).
 
Nella sua grande opera di giurisprudenza ebraica, il Mishnèh Toràh, Maimonide (1135-1204) sostiene che nell'era messianica tutti i libri della Bibbia cadranno in disuso tranne il Rotolo di Estèr essendo questo duraturo come i cinque libri della Toràh, l'esistenza della quale è eterna.....e, continua, "...anche se dovesse scomparire il ricordo di tutte le nostre sofferenze, quello di Purim non sarà mai cancellato".
Ma perché proprio il Libro di Estèr e con esso il ricordo di Purim dovrebbero sopravvivere a tutti gli altri? La Meghillàh (termine che deriva dalla radice ghimel ghimel lamed, che significa arrotolare, avvolgere, e che indica la lettura su un rotolo di pergamena come il Sefer Toràh) è un libro che narra di una comunità completamente assimilata, sradicata dalla sua terra d'origine, lontana, materialmente e spiritualmente, dalla Terra di Israele, di cui, in tutto il racconto, non si fa alcun cenno, né come ricordo né, tantomeno, come mèta di aspirazione. Siamo nel pieno della golàh, dell'esilio, quindi, al punto che gli ebrei temono addirittura di rivelare la loro identità.
Un altro segno sorprendente è che, contrariamente a quanto si fa durante la festa di Chanukkàh, a Purim non si legge l'Hallel (lett.lode; è il nome dato ai Salmi 113-118), riservato solo ai miracoli avvenuti in Terra di Israele.
Ciononostante, Estèr ottiene quello che ai valorosi fratelli Maccabei non è stato concesso: non solo il suo libro viene incluso nel canone biblico, ma questo ha dato anche il nome ad un trattato talmudico, chiamato appunto " Meghillàh".
Ciò che però più sorprende, nel libro di Estèr, è che in tutto il testo non viene mai citato il Nome di Dio, né alcuno dei Suoi attributi. Questa peculiarità della Meghillàh, cioè di essere l'unico libro della Bibbia non solo privo della parola e dell'azione di Dio, ma anche di qualsiasi riferimento a Lui, ha fatto discutere molto i Maestri, prima che si arrivasse alla decisione di inserire anche questo testo nel canone biblico.
La stessa storia di Estèr, sembra essere un concatenarsi di eventi del tutto casuali: ad esempio, il grande banchetto del re Assuero, la decisione di chiamare la regina Vashtì, il rifiuto di questa di presentarsi, la scelta di Estèr, il tentativo del colpo di Stato scoperto casualmente da Mordekhài, l'insonnia del re, l'arrivo di Hamàn e di Assuero proprio in quella notte. Il destino del popolo ebraico sembra completamente abbandonato al caso e alla fatalità.
Il termine Purim, dal persiano pur, designa le sorti che si gettano per fissare una data o per regolare il destino altrui secondo il decreto del solo caso. L'esistenza degli ebrei sembra legata a una partita a dadi e il popolo stesso appare impotente in un mondo mosso dalla sorte, abbandonato a un destino cieco, in un mondo da cui Dio sembra assente o, quantomeno, cosi' ben nascosto che tutto accade come se Egli non esistesse.
I Maestri del Talmùd, ricorrendo ai più originali espedienti interpretativi, si domandano "..dove si parla di Estèr nella Toràh?.." (Talmùd babilonese; Haghigàh 5,b). I Maestri fingono di non sapere che tra la Toràh ed Estèr trascorrono almeno sette, otto secoli.
Per capire il senso della loro domanda bisogna interpretare il testo come segue: in quale punto della Toràh si trova un'allusione alla storia di Estèr? Nella Toràh, dove è compresa la storia passata, presente e futura del popolo ebraico, deve pur esserci un qualche riferimento al tipo di miracolo che caratterizza Purim e molta parte della storia ebraica.
I Maestri leggono quindi nel verso del Deuteronomio, 31;18: "..ed Io continuero' a nascondere il Mio volto in quel giorno..", un preciso riferimento a Estèr e a Purim.
Il Talmùd, quindi, scorge uno stretto rapporto tra il tema del Dio nascosto, che si eclissa, e l'etimologia del nome Estèr, che significa appunto nascosta.
La salvezza del popolo di Estèr e di Mordekhài avviene in modo nascosto e discreto, diversamente da quanto accade per altri miracoli, nei quali Dio si manifesta e opera in forma palese, come, ad esempio, nella liberazione degli Ebrei dall'Egitto.
Ecco perché qualche commentatore ha tentato di trovare un'allusione al Nome di Dio nel verso in cui Mordekhài, spazientito dalle esitazioni di Estèr a presentarsi al re ed intercedere per la salvezza del popolo, dichiara: ".. se tu in questo momento taci, liberazione e salvezza sorgeranno da un altro luogo.." ( Ester, 4; 14).
Il termine Maqom, Luogo, designerebbe la stessa residenza divina, conformemente a quanto sostiene la letteratura rabbinica: " Egli è il Luogo del Suo mondo, ma il Suo mondo non è il Suo Luogo", nel senso che Dio è onnipresente anche quando Egli è nascosto.
La parola ebraica che indica il mondo è olam e deriva dalla radice alum, nascosto, forse per significare che l'esistenza di Dio in questo mondo è nascosta e lo scopo dell'olam, cioè del mondo nascosto, è la ricerca di quella verità, emèt, che secondo il Midràsh al momento della creazione Dio ha gettato a terra, affinché l'uomo la facesse germogliare con i suoi propri strumenti.
Compito dell'uomo quindi, è quello di cogliere l'intervento di Dio non tanto nelle dieci piaghe o nell'aprirsi del mare, quanto piuttosto negli eventi di ogni giorno, poiché un'eccessiva enfasi sull'attività miracolosa di Dio può farci dimenticare che la Sua presenza è in ogni luogo.
Benché altri quattro libri biblici portino il nome di Meghillàh, quello di Estèr è considerato il Rotolo per antonomasia.
Durante il suo srotolamento ci viene gradatamente rivelato ciò che è avvolto e nascosto. Dio si rivela una guida così silenziosa e invisibile, che la Sua reale partecipazione agli eventi dell'uomo può anche essere messa in discussione.
L'abilità, la forza di Israele consiste nel saper srotolare il rotolo, dipanare la matassa: potremmo dire nel saper "meghillare estèr", cioè svelare il nascosto, sollevare il velo dell'ascondimento, saper leggere dietro la maschera dell'apparenza e restituire un significato autentico al volto della maschera, che di umano ha solo la parvenza.
E' detto nel Talmùd che nel pasto del giorno di Purim è consuetudine bere tanto vino fino al punto di non saper piu' distinguere la destra dalla sinistra, di non saper piu' riconoscere la differenza tra "maledetto Hamàn e benedetto Mordekhài".
(E' notevole tra l'altro che le due espressioni, arur Hamàn e baruch Mordekhài, abbiano lo stesso valore numerico secondo la Ghematrià, regola interpretativa che si basa sul valore numerico delle lettere).
In un universo, quindi, dominato dalla confusione, dove non si discerne il giusto dall'ingiusto, dove la fatalità sembra reggere i due estremi della catena della storia e il mondo rischia di trasformarsi in una gigantesca mascherata, e in una sbornia generale, i Maestri invitano a mantenere quel discernimento che permette di decifrare il senso del trucco universale.
In ebraico la differenza tra golàh, esilio, e gheullàh, redenzione, è data da una sola lettera la a Alef, la prima lettera dell'alfabeto ebraico, la lettera con cui iniziano fra l'altro diversi nomi di Dio, la parola Adàm, uomo, i Dieci Comandamenti, la lettera con cui doveva avere inizio la Toràh, ma che ha dovuto lasciare il posto alla Bet, la seconda lettera dell'alfabeto, forse per insegnare al mondo, simboleggiato dalla dualità della Bet, di tendere alla ricerca dell'Uno.
Se la gheullàh è la condizione ideale a cui deve aspirare il popolo ebraico, ed essa sarà raggiunta con la celebrazione di quel Seder, quell'ordine di tutta l'umanità, la golàh del libro di Estèr, è la condizione reale del mondo, dove tutto è confuso, distorto, disordinato.
Tuttavia la golàh e la gheullàh non sono cosi' distanti fra loro come potrebbe sembrare; infatti negli anni embolismici, quando si aggiunge un tredicesimo mese, Adar Sheni', si celebra Purim nel secondo Adar, per avvicinare il più possibile questa ricorrenza alla festa di Pesach. Purim, infatti è la preparazione a Pesach, una preparazione per la completa gheullàh.
Purim, le sorti del popolo ebraico, sono legate alla ricerca e alla riconquista dell'Alef, dell'unicità, dell'identità individuale e collettiva, di quella particella dell'Unico che è in ognuno di noi e in virtù della quale Gli somigliamo.
E' proprio l'assenza dell'Alef che consente agli Hamàn di ogni tempo di giocare a dadi le sorti del popolo ebraico. La disunione e le scissioni all'interno del popolo ebraico scatenano le forze di Amalek, antenato di Hamàn, prototipo dell'antigiudaismo irrazionale e gratuito di tutte le generazioni destinato a minacciare l'esistenza di Israele in tutti i tempi della storia.
La salvezza nella storia di Purim, giunge viceversa solo quando Estèr rivela ciò che ha tenuto celato: la sua identità, la sua Alef, adempiendo cosi' all'imperativo della Toràh " ...Ricorda ciò che fece a te Amalek..!" ( Deuteronomio, 25;17 ).
Il digiuno istituito da Estèr per invocare l'aiuto divino contro il decreto di Hamàn diventa, quindi, una premessa a un radicale capovolgimento della situazione.
La Teshuvàh, il pentimento, il ritorno, attraverso il digiuno rappresenta l'occasione per scrutare dentro di sé, per riprendere in mano le sorti del proprio destino e per liberarsi da un esilio che non ha una valenza esclusivamente geografica.
La condizione necessaria per passare oltre la golàh e raggiungere la gheullàh è, dunque, l'esperienza della Teshuvàh, cosi' come è detto nel Talmùd " ..grande è la Teshuvàh perchè avvicina la gheullàh.." ( Jomà 86, b).
Forse questo è il senso di cio' che è sostenuto dalla letteratura rabbinica:la parola Purim, sorti, è contenuta dalla parola Kippurim, espiazioni. Le sorti sono dentro le espiazioni, nel senso letterale dell'affermazione, ma si può anche leggere: le sorti sono nella Teshuvàh.
Solo con la Teshuvàh l'ebreo riprende quindi in mano, responsabilmente e coscientemente, le proprie sorti, non consentendo più che il caso decida per lui.
Purim-Kippurim, (in questo caso la k Kaf iniziale potrebbe avere la funzione di "come") Purim come il giorno del grande digiuno!
La vita dell'uomo oscilla tra queste due dimensioni, cosi' diverse, ma al contempo cosi' legate tra loro. Il mascherarsi e lo smascherarsi completamente!
Il digiuno, in fondo, è la necessaria conseguenza di un grande banchetto, e l'introspezione è l'inevitabile reazione a una rumorosa baldoria; talvolta è proprio una sbornia e il travalicamento dei limiti a stimolare un sincero esame di coscienza.
Nella concezione ebraica, il corpo non è scisso dall'anima: la nostra esistenza fisica nel mondo, messa in pericolo a Purim e, quindi, esaltata attraverso un banchetto, è inscindibile dalla nostra esistenza spirituale celebrata nello Jom Ha-Kippurim.
Non c'è un Kippurim senza un Purim che lo determini e lo motivi, e non c'è un Purim senza un Kippurim che lo contenga e gli dia senso.
La prima volta che figura la parola Estèr nella Toràh è in Genesi, 4; 14:
" ..saro' rimosso dal tuo cospetto..". E' Caino che parla: egli teme di essere abbandonato da Dio e non essere considerato più come uomo. Caino, uccidendo suo fratello, tende a restaurare il caos originario dell'universo. Eppure la sua condanna non è la pena capitale, ma l'esilio: il primo assassino gode di una strana immunità, nessuno ha il diritto di imitarlo, grazie a un marchio che Dio incide su di lui. Il primo segno che il Signore pone nel mondo. Secondo un midràsh Adamo incontrando Caino rimane stupito nel trovarlo vivo, tanto da chiedergli:" non hai forse ucciso tuo fratello Abele?" Caino gli risponde: "Io ho fatto Teshuvàh padre e sono stato perdonato!" nascondendo il volto fra le mani, Adamo, allora, esclama:" tanto grande è il potere della Teshuvàh?...non lo sapevo!".
Caino, l'uomo del crimine brutale, rappresenta la prova vivente che il perdono è possibile e che la forza della Teshuvàh può far risplendere la luce velata dall'oscurarsi del volto di Dio: la Hastaràt Panim.
"..Se si legge la Meghillat Estèr a ritroso non si è compiuto il proprio obbligo.." (Mishnàh, Meghillàh, 2; 1)
Quale è il senso di questa norma? Chi legge la Meghillat Estèr pensando che gli eventi in essa narrati appartengano solo al passato, "a ritroso", e il miracolo non è rilevante per il presente, non ha compiuto il suo obbligo.
Molti eventi della storia ebraica, anche quelli più recenti sembrano farci rivivere la storia del libro di Estèr, dove Dio sembra essere completamente assente. Per questo motivo i Maestri hanno visto nella storia di Purim, la condizione paradigmatica del popolo ebraico, indicando che sta all'uomo cercare la presenza divina nella storia, anche quando l'oscurità dell'esilio è divenuta più fitta, o quando la disumanità della maschera rischia di trasfigurare il volto umano.
Non dimentichiamoci, infatti, che nella lingua ebraica, l'etimo g-l-h significa " esiliare" e "rivelare" nello stesso tempo.

Fonte: Comunità Ebraica di Bologna




permalink | inviato da Piero P. il 8/3/2012 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
Festività ebraiche: "Tu BiShvat" (Capodanno degli alberi)
6 febbraio 2012

 

 

Tu BiShvat (o Rosh Hashana Lailanot) è una festività anche chiamata Capodanno degli alberi. Il nome della festività significa 15 del mese di Shevat, ovvero il giorno centrale del mese ebraico di Shevat.

Quest'anno 2012 (5772), la festività cade l'8 febbraio (vigilia 7 febbraio).

L’origine di Tu-bishvat

Anche quest’anno, all’inizio dell’estate, dovremo, nostro malgrado, fare la nostra dichiarazione dei redditi. E lo faremo raccogliendo tutta la documentazione di quanto abbiamo guadagnato e speso nell’anno precedente, dal 1 gennaio al 31 dicembre. Ciò che sta prima e dopo queste date non conta. Conta solo l’anno fiscale, che comincia e finisce in momenti precisi.

Per quanto possa sembrare strano, la ricorrenza del Tu-bishvat, 15 del mese di Shevat, è strettamente legata al concetto di anno fiscale. Anche nell’antica società ebraica si pagavano le tasse, e questo certo non sorprende. Il calendario era diviso in cicli di sette anni, e in ogni anno bisognava prelevare una “decima” sul prodotto agricolo. La “prima decima” spettava ogni anno ai Leviti. Sul prodotto che rimaneva dopo il prelievo si applica una seconda decima; nel primo, secondo, quarto e quinto anno questa decima rimaneva al produttore, ma con l’obbligo di consumarla (direttamente o nel suo equivalente valore economico) a Gerusalemme; nel terzo e sesto anno veniva invece versata ai poveri. Si noti per inciso come l’entità di queste tasse fosse molto più modesta di quelle che ci impone uno stato moderno.

Era quindi importante stabilire a quale anno appartenesse un certo prodotto; se ad esempio era del secondo anno, rimaneva al produttore con l’obbligo di portarlo a Gerusalemme, se era dell’anno dopo doveva essere dato ai poveri. Ma come si faceva a valutare se un prodotto era di un certo anno? E ancora: la Torà proibisce di mangiare i frutti prodotti nei primi tre anni di vita di un albero (‘orlà): ma come si calcola l’età di un albero e di un frutto? È necessario stabilire delle date di inizio dell’anno, che sono strettamente legate al ciclo agricolo. Come capodanno per la frutta prodotta dall’albero viene considerato il momento d’inizio della formazione di gemme, dopo la pausa invernale. Ogni frutto che è nato (o che ha iniziato a maturare, secondo alcune opinioni) prima della data stabilita come capodanno, appartiene all’anno precedente, se è nato dopo è dell’anno in corso.

Nel clima della terra d’Israele il capodanno (fiscale) degli alberi è strettamente legato al momento in cui la maggior parte delle precisazioni piovose (che avvengono quasi totalmente in autunno e in inverno) sono passate. La Mishnà (la prima del trattato di Rosh haShanà) indica quali sono i diversi capi d’anno del calendario ebraico e riferisce, a proposito degli alberi, una divergenza tra la scuola di Shammai e quella di Hillel; i primi fissano il capodanno al 1 di Shevat, i secondi al 15. La regola, come sappiamo , segue l’opinione di Hillel, quindi si inizia il 15. Ma se si tratta di una data legata al flusso delle piogge, è difficile capire i motivi del dissenso tra le due scuole. Uno studio recente, basato sui dati attuali di piovosità - che si presume non si discostino molto da quelli di duemila anni fa -, spiega che in Eretz Israel esistono fasce climatiche molto differenti; in tutta la pianura costiera le piogge maggiori terminano alla data fissata da Shammai, mentre nelle colline della Giudea e a Gerusalemme in particolare la data è spostata avanti di 15 giorni. Questo significa in pratica che noi fissiamo il calendario fiscale degli alberi in base al clima di Gerusalemme.

Quando si parla di tasse e ancora di più quando si pagano non si è molto allegri e in linea di principio non si capisce perché, dopo tutto, Tu-bishvat sia diventata una piccola festa. Per questo ci sono diverse spiegazioni. Intanto le tasse non si pagano a Tu-bishvat, ma a raccolto avvenuto; quando si celebra un capodanno, quale che sia, si sta in allegria e non si pensa che è l’inizio e la fine di un anno fiscale, piuttosto ci si augura che il raccolto o il guadagno dell’anno che inizia sia migliore di quello dell’anno precedente.

A parte questo, la storia della celebrazione del Tu-bishvat mostra una certa evoluzione e indica che c’è voluto molto tempo prima che si creassero modi speciali di ricordare e festeggiare questo giorno. Come festa minore è sempre stato un giorno in cui il lavoro è permesso, ma sono proibite alcune manifestazioni di tristezza, come le orazioni funebri o la lettura del tachannun. Ma c’è voluto molto tempo per arrivare a forme di celebrazione attiva, e in questo è stato determinante il contributo dei cabalisti di Safed, nel XVI secolo. L’uso più semplice e antico, probabilmente risalente all’alto medioevo, e ormai diffuso in tutto il mondo, è quello di mangiare in questo giorno frutta di tipi diversi, in particolare i prodotti dell’albero per cui nella Torà è celebrata la Terra d’Israele: uva, fichi, melograni, olive, datteri; oltre a questi altri frutti menzionati nella Bibbia, come mandorle, pistacchi, noci, tappuchim (che nella Bibbia non sono le mele, come si ritiene comunemente e come oggi si indica nell’ebraico moderno, ma sono agrumi), e poi ogni altro tipo di frutto dell’albero.

Un rito vero e proprio, risalente almeno agli inizi del XVIII secolo è documentato per la prima volta nell’opera cabalistica Chemdat Yamim, e consiste in una specie di Seder (o Tikkùn) in cui si alterna il consumo di frutta diversa, in un ordine speciale, e di vino (bianco e rosso), alla lettura e al commento di brani biblici, rabbinici e della letteratura mistica. Questo rito, da tempo dimenticato in Italia, è stato reintrodotto di recente da Rav Shalom Bahbout che ha anche curato la stampa del testo con traduzione italiana e commenti: ne sono uscite già due edizioni, la prima nel 5746 (1986): Seder Tu Bishvat per il Capodanno degli alberi, la seconda (edizioni Lamed) nel 5760 (2000); il nostro pubblico ha accolto con piacere questa reintroduzione e ormai il Seder si fa in molte famiglie.

Altri modi di ricordare questo giorno sono cerimonie di piantagione di alberi; sono iniziate in Eretz Israel nei primi decenni del secolo scorso, come testimonianza di attaccamento alla terra e all’importanza della ripresa della vita agricola, e della riforestazione in particolare. Forse non è stato estraneo un influsso di cultura americana (arbor day), ma in ogni caso hanno avuto la prevalenza nella società ebraica i valori positivi specificamente interni, collegati al rapporto con Eretz Israel, la sua ricostruzione, e l’importanza tradizionale degli alberi, specialmente quelli da frutta. Per educare a questi valori si usa in molti luoghi anche fuori da Eretz Israel di piantare simbolicamente un albero a Tu-bishvat.


I significati simbolici

Ricordando il Tu-bishvat vengono richiamate e sottolineate alcune idee molto importanti nella coscienza ebraica.

Il rapporto con le realtà nascoste: la mistica ebraica parla delle realtà a noi invisibili, che spesso paragona ad un albero, come paragona le diverse forme di frutta (buccia commestibile o no, nucleo duro o morbido ecc.) ai simboli dei mondi diversi. La “buccia” (qelippà) è anche simbolo del male. Per questo i cabalisti propongono un percorso simbolico tra le diverse specie di frutta e i colori del vino, suggerendo un viaggio tra i mondi diversi, tra la Giustizia e la Misericordia, con l’intenzione di contribuire a riparare (tikkùn) il mondo visibile dove viviamo. Sono messaggi e insegnamenti che per essere compresi richiedono conoscenze e sensibilità speciali, ma che non possono essere trascurati nella ricchezza di simboli che questo giorno propone alla comunità ebraica.

Come ricordare Tu-bishvat

  1. Chi lo desidera cerchi il testo del Seder, reperibile in libreria, e lo segua procurandosi tutti gli ingredienti necessari (vini e frutta), o si unisca ad amici che già sono organizzati per farlo.
  2. In ogni caso non si trascuri la tradizione di mangiare frutta di specie diverse, almeno in un pasto della giornata. È importante mangiare e benedire. Quando si mangia frutta, prima si recita la benedizione borè perì ha’etz, (Creatore del frutto dell’albero) che in questo momento assume un significato speciale. La benedizione si recita anche se si mangia frutta durante il pasto, e si è già detto l’hamotzì. Dopo aver mangiato, se il pasto comprendeva il pane, con la birkat hamazon si esce d’obbligo. Chi invece ha mangiato solo frutta recita alla fine una benedizione speciale: ‘al ha’etz we’al perì ha’etz ecc. per uva, fichi, melograno, olive datteri; borè nefashòt per tutte le altre (i testi sono stampati nelle tefillot e nei comuni birkhonim).

Articolo pubblicato dal KKL e scritto da Rav Riccardo Di Segni

Fonte: Comunità Ebraica di Bologna

 

 

 




permalink | inviato da Piero P. il 6/2/2012 alle 14:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
diari di viaggio
Gente di Israele
22 dicembre 2011

Yerushalaim. Mamila

 

 
Ritornando da un viaggio in Israele, non importa se sia il primo o -e si ha la fortuna e il privilegio- di far sì che sia l’ennesimo- si riportano impressioni, ricordi, immagini che difficilmente scompaiono col passare del tempo.
 
Questa volta ciò che mi ha maggiormente colpito è stato l’atteggiamento delle persone incontrate: più dei paesaggi fantastici, più della stupenda tecnologia che in quel piccolo Paese sembra quasi faccia parte del suo DNA.
 
Anche se, occorre dirlo, l’inizio non è stato dei più felici (ma a causa mia non loro). Arriviamo al Ben Gurion e, come sempre, mi pare… di essere tornato a casa. Sono felice, felice davvero e, forse, anche un po’ troppo spensierato.
 
Al controllo passaporti mi accoglie una stupenda fanciulla con gli occhi azzurri, azzurri come la stropicciata camicetta che porta.
 
Le sorrido e le dico “Boker tov”, poi proseguo, in inglese, spiegandole che faccio parte del gruppo di italiani dei quali ha appena finito di parlare con la mia tour leader che mi precedeva.
 
I suoi occhi azzurri mi trafiggono (letteralmente) e lasciando perdere tutto quanto le ho detto mi chiede, in ebraico, se parli quella lingua. Ecco ho fatto la mia piccola inevitabile gaffe, Ma quante volte la nostra guida ci ha raccomandato di NON rivolgerci al personale della security in quella lingua se non la conosciamo? Decine e decine…e io, tutto preso dalla gioia di “essere finalmente arrivato”, me lo sono scordato.
 
Chino il capo, le chiedo scusa e aggiungo che no, parlo e anche non bene unicamente in inglese. Continua a guardarmi mentre tamburella sulla copertina del passaporto. Caspita, l’ho fatta grossa e se ora mi rispedisce negli italici lidi? Poi forse comprende anche lei che la “punizione” è stata sufficiente e mi fa segno di passare riconsegnandomi il passaporto.
 
Fuori, ritirato il bagaglio, incontri Angela Polacco (e chi se no?) e davvero in quell’abbraccio fortissimo e nelle sue parole ironiche (“Non la smetti proprio mai di venire?”) c’è quel calore di sempre. Quello che davvero è una caratteristica tipica della gente di israele. Che sarà pure “diretta” e a volte imprevedibile, ma pur sempre fantastica nella sua disponibilità.
 
 Me ne accorgo il primo Shabbat. Il gruppo se ne andrà a visitare Betlemme e io resterò ad aspettarli. Che dire: a me le terre dei palestinesi e i cosiddetti luoghi santi della cristianità non interessano. Un mio limite? Probabile, ma è difficile che possa cambiare alla mia età.
 
Così accade che me ne vada in giro per una Gerusalemme silenziosa NON solo, ma accompagnato da una giovane signora (in jeans e camicetta blu con passamaneria) dell’Agenzia di Viaggio  che, guarda caso, si è resa conto di cosa può interessarmi e di che cosa posso tranquillamente fare a meno.

Yerushalaim. Dall'alto del Mamila Hotel

Posso così vedere la città vecchia e la Gerusalemme occidentale dall’alto del Mamila Hotel dove mi conduce dopo uno scambio di battute alla reception (mi pare le chiedano se sia greco, alla risposta che si tratta di un “Italkim” il permesso è concesso, evidentemente ci sono ancora posti al mondo dove gli italiani sono amati).

E poi ancora in giro guardando e gustando questa atmosfera di Shabbat che è piena di silenzio e di una sorta di sacralità del tutto percepibile.
Parliamo un po’ di tutto e giriamo a lungo (“Gerusalemme è fatta a misura di pedoni”, è il suo slogan…magari perché non ha la patente o perché non vuole averla per non doversi districare in quel traffico diabolico che neppure la nuova metropolitana leggera è riuscita, almeno fino d ora, a rendere più scorrevole).
 
Una sosta in un bar che, a differenza di tantissimi altri, non rispetta la chiusura dello Shabbat, poi di corsa in taxi a riprendere i compagni di ritorno da Betlemme.
 
“Posso venire a salutarti in albergo questa sera?”. Anche questo è un tipico atteggiamento israeliano nei confronti di chi visita il Paese, quasi che si sentissero in obbligo di ringraziare i turisti (mentre penso che sarebbero proprio i turisti a dover ringraziare Israele per tutto quanto rappresenta). OK, la aspetto nel bar dell’hotel dal quale si può controllare l’entrata. Se “guardo” dentro me stesso mi accorgo di comportarmi (stupidamente?) come un adolescente. La sto aspettando come se si trattasse di un “primo appuntamento”. Decisamente l’Alzhaimer sta avanzando…
 
Quando arriva (perché finalmente arriva…) il mio “scompenso” è ancora peggiore: è in jeans e maglione azzurro. Una sorta di “apparizione” che mi impedisce un saluto coerente. Tenera e dolcissima passa sopra a questo Piero un po’ stranito. E parliamo. Di tante cose. Come se ci fossimo conosciuti da sempre. Certo è la persona che mi ha invitato a passare a casa sua i giorni nei quali i miei compagni di viaggio saranno a Petra, ma mi accorgo che -mentre le ore passano e mi scordo pure di cenare- che alla fine saprà più cose di me di quanto io stessa ne conosca. Magia. Magia di Israele e della sua gente…sempre che non sia io a “dare i numeri”.
 
E viene il giorno di quello Shabbat nel quale i miei compagni di viaggio volano da Sde Dov ad Eilat per raggiungere poi la Giordania ed io me ne resto a Tel Aviv o meglio prendo il taxi che mi conduce a casa di chi mi ospiterà. Qui occorre fare una doverosa precisazione: l’invito a trascorre insieme uno Shabbat da parte di una signora ebrea è decisamente legato ad un comportamento proprio all’ebraismo, non occorre ricercarvi altri e più reconditi significati come potremmo fare noi occidentali non avvezzi a questo tipo di “inviti”.
 
Tuttavia arrivando alla sua casa non posso negare di provare, insieme, gioia e turbamento. Mi accoglie con un abbraccio affettuoso poi si va insieme a fare un po’ di spesa. E sono felice di esserle accanto mentre sceglie tutte quelle leccornie (che giudicherà poca cosa!) per i nostri pranzi. In mezzo a tutta quella gente provo, ancora una volta, la sensazione di “sentirmi a casa”.
 
A casa giunge il momento dell’accensione delle due candele. La guardo e non posso non commuovermi pensando a quel “rito” che da millenni le donne ebree, nonostante persecuzioni, nonostante l’orrore della Shoah, hanno continuato a compiere con una fedeltà che non può far riflettere. Che non può che spingere noi, che al sentimento religioso spesso diamo un valore del tutto superficiale e privo di un reale legame con Chi ci ha creato.
 
Quei due giorni scorrono come se mi trovassi davvero in una diversa dimensione: fatta di tanti, innumerevoli gesti pieni di dolcezza. Qualche cosa che sono consapevole di non meritare e che, proprio per questo, hanno per me ancora più valore.
 
La mattina ci si era accordati perché fosse lei a svegliarmi quando lo credeva opportuno. Non è mai accaduto. Anzi in una di esse svegliatomi ed ancora tutto assonnato, pur avendo visto che la luce nella sua camera era accesa, non volendo disturbarla me ne vado in cucina a prepararmi un caffè. La sento arrivare e, subito, mi scuso. Sorride e mi chiede: “Perché mai? In fondo sei a casa tua”.
 
Vorrebbe che utilizzassi il suo pc per controllare le mie mail. “Potrebbe esserci qualche cosa di importante”, suggerisce. Scuoto la testa: non è evidente che tra il parlare (o anche solo il guardare) lei è più gratificante di tutte le possibili mail?
 
Parliamo anche di ebraismo e, sentito che mi interessano le preghiere ebraiche, si gira e trae da uno scaffale un Siddùr curato dal suo babbo che porta, a fronte del testo in ebraico, la traduzione in italiano. Forse riesce a leggere i miei pensieri: “Se vuoi puoi prenderlo”, mi dice con estrema semplicità. Alla fine dopo aver cercato (senza troppa convinzione occorre ammetterlo) di rifiutare lo accetto.
 
Quando viene il momento della partenza… vorrei che tutto ricominciasse da capo, ma è ovvio che non è possibile. Ringrazio il cielo che l’autista che mi porta al Ben Gurion non è, come spesso accade, di indole ciarliera. Chiaramente non lo sopporterei, i miei pensieri devono poter andare dove, magari assurdamente, voglio io che vadano.
 
Arrivati comincia la trafila dei controlli. Ancora in fila vengo “estratto” per un controllo “preventivo” (e dire che in Israele ci sono amici che dicono che non ho certo la faccia del terrorista…). OK. L’addetto alla security sfoglia il mio passaporto. “E’ la prima volta che viene in Israele?”. Quasi ci resto di sasso: ci saranno almeno 18 timbri tra entrate e uscite. E glielo dico. “Ha ricevuto qualche cosa mentre si trovava qui?”. Domanda classica che ormai mi sono sentito fare decine di volte. Banalmente (o forse no) rispondo che ho ricevuto il Siddùr. Lo prende in mano e mi fa ritornare in fila con gli altri. All’addetto successivo che chiede, come di consueto, chi abbia fatto la mia valigia, se io la abbia mai persa di vista, se porti armi, ecc. Riesco a rispondere a tono. Fino al ripetersi della domanda: “Ha ricevuto qualche cosa mentre si trovava qui?”. Ovvio: il Siddùr. “Dove lo tiene: in valigia o nel bagaglio a mano?” Rispondo che sta nel bagaglio a mano visto che intendo leggerlo in volo. “Lo faccia passare con la valigia nella macchina”, ribatte lui. Arrivo alla “macchina” e l’addetto che carica gli oggetti sul nastro vedendo lo zainetto del bagaglio a mano me lo restituisce. Gli faccio notare che un suo collega mi ha detto di farlo passare per la macchina. Assente. All’uscita della macchina l’addetta (che può dare l’OK per il check in o stabilire per un controllo manuale) mi indica, con gentilezza il banco della sua collega che, appunto, si occupa dei controlli manuali. Vado. Questa mi chiede di appoggiare valigia e zainetto sul tavolo che ha di fronte e poi mi chiede (come corrono in fretta le voci in Israele!): “Dov’è il libro?”. Lo estraggo e lei, cercando di tenerlo il più lontano possibile da sé gli passa sopra ripetutamente un metal detector. Poi mi dice che posso andare.
Ora quando, via mail, ho raccontato il tutto ad Angela Polacco, mi sono sentito rispondere, con una razionalità indiscutibile, “Ma scusa, non potevi dire che te lo eri comprato? Avresti evitato tutto il trambusto”. Vero, ma in fondo si trattava di una “cosa preziosa” ricevuta da una persona altrettanto preziosa e, magari inconsciamente, avrei voluto farlo sapere a tutti. Ed è andata come è andata.
 
In aereo sono seduto accanto ad una persona del gruppo che, come le altre, sa dove sono stato mentre loro erano in Giordania. “Avete dormito insieme?”, spara. Ci vorrebbe una rispostaccia, ma la bellezza di quanto sperimentato la fa sfumare in una occhiataccia. Fuori la pista scorre ed è davvero tempo di provare a pensare quando sarà possibile ritornare, ancora una volta, tra questa gente stupenda di questo meraviglioso Paese.
 
   
 
 

Yerushalaim. Graffito




permalink | inviato da Piero P. il 22/12/2011 alle 20:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
CULTURA
Festività ebraiche: con "Ros ha-shanah" inizia l'anno 5772
28 settembre 2011

Molto spesso i media ci illustrano con dovizia di particolari festività e/o ricorrenze quali il ramadan, ma difficilmente, se non mai parlano di festività o ricorrenze di una religiorne millenaria come l'ebraismo che, anche a casa nostra, ha dovuto subier persecuzioni e, di fatto, appare ancor oggi emarginata, Nonostante i suoi portati decisamente universali e dai quali anche il cattolicesimo trae linfa.

Per questo motivo si cercherà di illustrare, con poche note, una delle maggiori festività ebraiche Rosh ha-shannah, il capodanno ebraico che non è solo una data del calendario, ma come ha mirabilmente illustrato la scrittrice Yarona Pinhas al recente Festival di Letteratura Ebraica, un momento di svolta, di cambiamento, per il quale ci è chiesta la volontà di voler superare quanto di negativo è accaduto nell'anno passato.

Un discorso profondo e coinvoolgente, quello della scrittrice, che (anche se lei ne dava la spiegazione) ha suscitato, almeno in chi scrive una sorta di esigenza, se non di urgenza, di accostarmi all'ebraismo ed alle sue profonde sfumature che, purtroppo, nessuna traduzione, neppure la migliore, può rendere. Eccoci, dunque a prepararci per questo anno 5772.   

Rosh ha-shanah 5772 (29-30 settembre 2011)
 
Alle origini della ricorrenza
 
Rosh ha-shanah è la festività che celebra il capodanno ebraico. E’ chiamata anche Yom teru’ah, “giorno del suono”, Yom ha-din, “giorno del giudizio” e Yom ha-zikkaron, “giorno del ricordo”.
La ricorrenza non è legata ad alcun fatto storico relativo al popolo d’Israele, ma vuol ricordare la creazione del mondo; è, in altre parole, il giorno del “compleanno” della Terra. Una data quindi di importanza universale in quanto, riallacciandosi al giorno in cui furono creati il primo uomo e la prima donna, mette in luce che l’intera umanità, discendente tutta dalla prima coppia, gode di pari diritti e dignità in quanto ogni uomo è figlio di Dio.
Nella Torah, non è usato il termine Rosh ha-shanah, bensì quello di Yom teru’ah, “giorno del suono” (dello shofar): nella sinagoga, infatti, il giorno di Rosh ha-shanah lo shofar viene ripetutamente suonato perché, secondo una tradizione, l’ultimo giorno della creazione Dio manifestò la sua gioia e la sua vicinanza all’uomo creato “a immagine divina”, proprio con il suono dello shofar.
In questa prospettiva, il giorno di Capodanno e il periodo immediatamente seguente (periodo, in cui, secondo l’ebraismo, Dio giudica ogni singolo individuo a qualunque popolo appartenga) diviene avvenimento che coinvolge i membri dell’intera umanità.
 
Ma è anche un giorno che riguarda personalmente ogni individuo perché ognuno di noi ha una personalità a sé stante, con i propri problemi personali, familiari, di lavoro e di salute: problemi che lo spingono a levare gli occhi verso Dio per chiedergli aiuto e conforto, per trovare in lui la forza di continuare, di migliorare, di scegliere la giusta strada.
Il suono dello shofar che echeggia in questo mondo così tecnologicamente avanzato, ma in cui purtroppo l’odio e l’aggressività sono tutt’altro che scomparsi, in cui gli Stati continuano a intraprendere guerre, e ognuno cerca il proprio profitto chiudendosi in piccoli egoismi, ha espressamente lo scopo di richiamare l’attenzione di ognuno di noi su alcune domande fondamentali: “Chi sei? Perché? Che cosa stai facendo della tua vita?”.
Per questa ragione il Capodanno ebraico è avvolto da un’atmosfera di santità, di gioia serena, di rinnovamento e di rafforzamento dei legami che uniscono gli uomini a Dio.
E’ il giorno in cui l’uomo comincia a fare un esame di coscienza per giudicare se stesso, il proprio comportamento durante l’anno trascorso, gli errori commessi, le tentazioni alle quali non ha resistito. E in base a tale giudizio, prende l’impegno di cambiare, di rafforzare le giuste decisioni, di eliminare gli errori per quanto gli sarà possibile. L’errore è infatti una componente umana; le difficoltà che la vita ci prospetta ogni giorno, ci pongono dinanzi a continue scelte, a inevitabili dubbi, a insistenti tentazioni: la santità perfetta è qualità che solo Dio possiede. Ma l’uomo è perfettibile: ed è questo che si propone ogni ebreo nel solenne giorno in cui ha iniziato un nuovo anno, in cui ogni essere umano può compiere una svolta decisiva ed iniziare un nuovo percorso. Senza eccedere né nell’auto-compassione, né nell’autocondanna che raramente raggiungono risultati positivi, ognuno può imporre a se stesso, con la propria forza di volontà, di uscire dal tunnel oscuro del peccato, nella sicurezza che Dio misericordioso è sempre pronto a tendere una mano agli uomini disposti ad affrontare, animati da nuova speranza e da trepida gioia, il prossimo futuro: perché “le porte del perdono sono sempre aperte” e “dal cielo porgono una mano a chi viene a purificarsi”.
Ma, come si diceva, il giorno di Rosh ha-shanah è il giorno in cui anche Dio prende in esame e giudica il comportamento di ogni uomo, le sue opere, i suoi pensieri, i suoi rapporti con il prossimo, il suo pentimento, per decidere del suo destino nell’anno a venire: decisione che assumerà il suo carattere definitivo il giorno di Kippur, sulla base del pentimento dimostrato e dell’impegno assunto durante i giorni penitenziali.
Ma non per paura del castigo, bensì per amore verso Dio, verso la sua opera, verso le sue creature, ci si può avvicinare all’ideale propugnato dall’ebraismo sin dalle sue premesse: riportare sulla terra l’era della pace, meritando così il ritorno alla perfetta pace del Gan Eden!
 
Rosh ha-shanah è anche la festa della speranza. (1)
 
 
 
Lo shofar
 
Si tratta di un corno d’animale (normalmente di capro, a memoria dell’animale sacrificato da Abramo al posto di Isacco) adibito a strumento musicale, che ha la sua parte in molti momenti di riti, soprattutto a Rosh ha-shanah e a Kippur. (2)
Il suono dello shofar è un suono ricorrente in tutta la storia ebraica e rappresenta la speranza e la fiducia.
Al suono dello shofar, che echeggiava solennemente sul monte Sinai, furono consegnati a Mosè il Decalogo e la Torah.
Quando Mosè salì la seconda volta sul monte Sinai per ricevere nuovamente le tavole che aveva spezzato alla vista del vitello d’oro, diede ordine che ogni giorno venisse suonato lo shofar perché il suo suono ammonitore impedisse al popolo di lasciarsi nuovamente fuorviare dal culto pagano.
Lo shofar viene oggi suonato nella sinagoga in tre modi diversi: teru’ah (suono
staccato e martellante), shevarim (tre brevi emissioni di suoni), teqi’ah (un lungo suono ininterrotto).
L’anno del Giubileo aveva inizio nel giorno di Kippur, al termine dei dieci giorni penitenziali ed era annunciato con il suono dello shofar. Era l’anno in cui agli “schiavi” veniva restituita la libertà e in cui le terre che, per un qualsiasi motivo, fossero state vendute durante gli anni precedenti, ritornavano agli antichi proprietari: saggia legge sociale che impediva l’eccessivo arricchimento da una parte, la condanna dell’eterna misera dall’altra.
Al suono dello shofar il Signore annuncerà la completa redenzione del suo popolo: “in quel giorno verrà suonato un grande shofar e coloro che erano dispersi nel paese di Assiria, e quelli che erano dispersi nel paese d’Egitto, verranno e si prosterneranno sul monte santo, a Gerusalemme” (Is 27, 13).
E’ in base a questa profezia che nella ‘amidah, preghiera che recita tre volte al giorno, si chiede a Dio: “Suona il tuo grande shofar per annunciare la nostra liberazione, e riuniscici dai quattro angoli della terra nella nostra terra”.
Secondo alcune tradizioni lo shofar rappresenta inoltre la fiducia nella risurrezione dei morti che sarà anch’essa accompagnata dal suono di questo strumento.
E infine anche la redenzione dell’intera umanità, l’Era messianica, secondo la tradizione ebraica sarà annunciata dal suono dello Shofar (cf Is. 18, 3). (1)
 
Usi e tradizioni
 

Tashlikh: “Tu getterai”
Nel pomeriggio di Rosh ha-shanah è uso recarsi presso un fiume o al mare, o comunque in un luogo ove ci sia dell’acqua corrente, per gettarvi simbolicamente qualcosa di vecchio, recitando i versi del profeta Michea: “Perché Tu, Dio, getterai nel mare più profondo le nostre colpe” (Mic 7, 19).
Tale cerimonia si chiama Tashlikh.
Ovviamente, come tutti gli usi entrati nella tradizione di ogni popolo, tale cerimonia non deve essere considerata una specie di superstiziosa liberazione da ogni peccato, ma deve essere interpretata nel suo significato simbolico di impegno personale a rigettare ogni cattivo comportamento.
 
A tavola: il seder di Rosh ha-shanah
 
La sera di Rosh ha-shanah la tavola ha un aspetto particolarmente festoso e colorato.
Dopo la consacrazione della solenne ricorrenza con il Kiddush, la challah, il pane preparato appositamente per la festa, oltre che nel sale viene intinta nel miele perché “ci conceda il Signore un anno dolce e piacevole”. Inoltre la sua forma non è allungata, ma rotonda, perché l’anno sia privo di spigoli.
Si prepara poi una fruttiera piena di mele e di melograni: le mele vengono intinte nel miele e mangiate dopo il pane, quasi da raddoppiare l’augurio di un anno dolce. In quanto ai melograni, essi non solo rappresentano una primizia di stagione (e ciò è di buon auspicio per l’anno nuovo e permette di aggiungere alla benedizione di ringraziamento a Dio quella delle primizie), ma vengono divisi tra i commensali, i quali si augurano che durante il nuovo anno le buone azioni si moltiplichino come i semi di un melograno.
In molte comunità si usa terminare la cena con un dolce fatto col miele.
I vari piatti che sono mangiati durante la cena di Rosh ha-shanah sono generalmente composti da: fichi, mela, zucca, finochio, fagiolini, porri, bietola, datteri, melograno, testa d’agnello e di pesce.
 
In sinagoga
 
A Rosh ha-shanah, come anche a Kippur, in sinagoga domina il colore bianco. Bianca è la tenda che copre il luogo ove sono contenuti i rotoli della Torah, bianche sono le “vesti” che coprono i rotoli stessi.
Anche coloro che partecipano alla funzione usano indossare un indumento bianco o aggiungere qualche accessorio bianco agli abiti di festa, in quanto il bianco è simbolo di purezza.
Numerosi sono gli inni, i salmi e i canti che si recitano in sinagoga in occasione di Rosh ha-shanah. (1)
 

Fonti: (1) Clara ed Elia Kopciowski “Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste” ; (2) Elena Loewenthal “Gli ebrei questi sconosciuti”
 
 
Riflessioni su Rosh Hashana (di Rav Alberto Sermoneta)
 
 
Le tre parashot che si leggono prima di Rosh ha shanà, sono:
Ki tezzè, Ki tavò, Nizzavim.
Nelle tre parashot, vengono elencate le mizvot che il popolo ebraico ha il dovere di osservare una volta che è entrato in possesso della Terra Promessa:
- Le guerre da combattere – quelle di liberazione del territorio, obbligatorie; quelle di espansione – facoltative – che hanno invece lo scopo di ingrandire il territorio stesso;
- Il comportamento da tenere verso i prigionieri di guerra e gli obblighi nei loro confronti;
- Coloro che sono atti alla guerra e chi invece, non essendolo, deve restare a casa per non influenzare gli altri.
Soprattutto però, nelle tre parashot, viene sottolineata la disciplina morale che il popolo deve mantenere per vivere nella Terra di Israele in pace e in sicurezza.
 
Analizzando invece il significato letterale dei tre termini che danno il nome alle tre parashot, i Maestri della tradizione esegetica, ci fanno far caso a qualcosa che caratterizza il comportamento di un essere umano, e che deve così influenzare il nostro comportamento in un periodo così importante dell'anno per il nostro popolo.
 
Ki tezzè – quando uscirai: vi è l'allusione ad un comportamento adolescenziale, in cui sicuro di sé, ma soprattutto pieno di arroganza, un giovane abbandona la casa paterna dimenticando gli insegnamenti dei suoi genitori, sicuro di poter essere all'altezza di ogni situazione che gli si presenti.
E' un momento della vita in cui ci si sente forti, padroni di se stessi e del mondo, con l'arroganza che ci acceca a tal punto da non aver rispetto di niente e di nessuno.
Ma subito dopo però, seppur con tanti “buoni” proponimenti, ci si accorge che non si ha la forza morale per poter continuare su quella strada, e non si riesce a far fronte nemmeno al più piccolo ostacolo.
E quindi...
 
Ki tavò – quando giungerai: subito il richiamo del sangue, della coscienza, le sue radici lo riportano a rivedere la sua posizione piena di arroganza; vi è la necessità di un qualcuno, appartenente sempre a quelle radici che fino a quel momento gli è stato vicino, di tornargli ad esserlo. Non si può sradicare totalmente una piantagione senza che venga lasciato il minimo segno.
Per quanto al momento della nostra nascita possa venirci reciso il cordone ombelicale è impossibile cancellarne ogni traccia.
Rimane pur sempre una cicatrice che nel momento in cui ci troviamo da soli con noi stessi, per vestirci o svestirci, ci è davanti e ci ricorda inconfutabilmente la nostra origine.
Quindi...
 
Nizzavim starete: il termine Nizzavim, vuol dire stare dritti in piedi, sottomessi ad ascoltare qualcosa, un insegnamento anche duro o crudo di qualcuno che però ci ama e vuole il nostro bene.
Un buon padre, degno di questo nome ha anche il dovere a volte di saper dire di no e di essere duro nei confronti dei propri figli, per il loro bene affinché essi comprendano la giusta strada da seguire.
 
Tutto ciò può essere paragonato ai giorni della Teshuvà, i giorni del ritorno, che ci accingiamo ad affrontare subito appena entrato il nuovo anno, proponendo un serio bilancio preventivo del nostro comportamento.
Dopo esserci allontanati dalla casa paterna ed esserci resi conto dei nostri errori, ci accingiamo a far ritorno ad essa promettendo al “Padrone di casa” di far sì che certi atteggiamenti non si ripetano più.
Il “Padrone di casa”, non è soltanto il Signore Iddio, il “Padrone di casa” sono anche i nostri genitori che hanno dato la loro vita per insegnarci le tradizioni millenarie del nostro Popolo e che nel lasciarci per sempre, si sono raccomandati con l'ultimo filo di fiato di non abbandonare mai la Torà e l'Ebraismo, principi per cui a loro volta, i loro cari hanno offerto la vita durante la Shoah, che ha tentato di sterminare tutto il nostro popolo.
Cerchiamo per una volta di renderci conto delle nostre azioni, assumendocene tutta la responsabilità, senza accusare altri, inconsci di quali colpe siano stati accusati, per trovare un alibi che giustifichi il loro comportamento.
 
Facciamo in modo che il nuovo anno che sta entrando sia all'insegna, se non dell'amore fra fratelli, almeno della chiarezza e del rispetto per se stessi e per il prossimo, affinché, rispettandoci fra di noi anche coloro che non appartengono al nostro Popolo, possano aver rispetto per il nostro popolo.
 
SHANA' TOVA'
Rav Alberto Sermoneta
 
 
 
Tratto dal sito della Comunità Ebraica di Bologna



permalink | inviato da Piero P. il 28/9/2011 alle 14:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
diari di viaggio
Israele: pagina da un diario di viaggio 2011.
1 giugno 2011

Verso Gerusalemme. I 'corazzati' della Guerra di Indipendenza

Foto: Piero P.

Capita, (almeno a chi scrive) che al rientro in Italia dopo un viaggio in Israele stenti a riprendere il ritmo delle normali attività quasi che l’anima sia rimasta ancorata a quello stupendo Paese e alla sua realtà che, lo si voglia o no, si incide profondamente nel cuore.

L’unica cosa alla quale penso con intensità è…quando potrò tornarci ancora? Può apparire paradossale, ma è quello che mi capita.
I ricordi si accavallano, ma come sempre, sono due i luoghi di Israele che si riaffacciano con intensità alla mente: il Kotel e Yad Vashem. I viaggi possono essere stati anche numerosi, gli scenari sempre diversi ed affascinanti, gli incontri numerosi e gratificanti, ma sempre, sempre sono quelli che considero ‘appuntamenti da non perdere’ che si presentano al ricordo.
Forse è comprensibile anche se le parole non riescono ad esprimere una motivazione compiuta di tutto questo.

Kotel. In una giornata di Bar Mitzvà

Foto: Piero P.

Al Kotel si è, in qualche misura, di fronte a Lui in misura quasi tangibile. La religiosità che pervade il luogo santo penetra in ognuno, sia ebreo o no. E’ sufficiente abbia una sensibilità sia pur minima. Ed allora, in silenzio, mentre è il cuore che Gli parla, di fronte a quell’enorme muraglia si ricordano le persone care. Si ricordano gli amici di fb che hanno chiesto di ‘salutare Israele a nome loro’. Ed è questo che ho fatto mentre lo stupendo sole di Gerusalemme tingeva di rosa le pietre millenarie.

Yad Vashem Valle delle Comunità

Foto: Piero P.

Allo stesso modo, ma con commozione del tutto diversa, l’intensità di un sentimento profondo è scaturita a Yad Vashem. Una visita fatta, come di consueto, in maniera solitaria. Perché quel luogo non è fatto per i clamori (che pure ci sono, inevitabilmente legati alla mancanza di sensibilità di troppi visitatori distratti). Anche quest’anno ho fatto visita alla Valle delle Comunità ed ancora una volta mi sono chiesto, mentre sostavo tra quel labirinto infinito, mentre i miei occhi scorrevano sui nomi delle città (tra esse ovviamente anche la mia) travolte dall’odio bestiale di uomini che hanno trucidato tanti innocenti, cosa abbiano fatto per impedirlo i miei padri o i miei nonni. Domande senza risposta. Interrogativi vani che pure devono scuotere anche ora, oggi in particolare mentre l’antisemitismo continua a crescere e a dilagare senza che troppi lo notino.

Yad Vashem. Valle delle Comunità

Come sempre tra il pietrame crescevano piccoli fiori, spingendo a forza le loro corolle multicolori nel vento, quasi a voler simboleggiare quei giusti – purtroppo davvero troppo pochi – che contro la barbarie hanno saputo porsi per cercare di salvare anche uno solo dei loro fratelli in umanità ebrei.

Yad Vashem. Valle delle Comunità

Foto: Piero P.

Altrettanto doloroso è stato soffermarmi nella Tenda che ricorda come più di un milione e mezzo di innocenti siano stati massacrati. Mentre l’altoparlante, nel buio rischiarato unicamente dalle piccole luci, stelle come quelle che ci hanno strappato, risuonava il lungo, terribilmente lungo elenco di nomi, nazionalità, età. Davvero angosciante, ma necessario perché ancora una volta corriamo il rischio di restare sordi e ciechi di fronte alle minacce che riguardano non solo la gente di Israele, ma gli ebrei tutti.

Gerusalemme. Immagine dalla Corte Suprema

Foto: Piero P.

Il viaggio non è stato, è ovvio, solo questo: ci sono stati momenti di straordinaria bellezza davanti a quello che un piccolo popolo è riuscito e riesce a fare in una terra un tempo paludi e sassi. Ma di questo ci sarà modo di parlare più avanti.   



permalink | inviato da Piero P. il 1/6/2011 alle 22:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
CULTURA
Festività ebraiche: "Pèsach".
17 aprile 2011

 

Alla vigilia di una delle maggiori festività che caratterizzano l'ebraismo pare opportuno riandare a coglierne il significato cercando, nello stesso tempo, di comprendere i vari momenti (e i vari 'oggetti') che caratterizzano questa grande festa.
 
A tutti gli amici ebrei auguro, quindi,  Pesach Kasher Vesameach!
 
Cos'è Pesach?
 
Alle origini della festa
 
Circa 3200 anni orsono Giacobbe, insieme ai suoi figli e alle loro famiglie, si trasferì in Egitto per raggiungere il figlio Giuseppe che ne era divenuto viceré.
I discendenti di Giacobbe divennero assai numerosi, ma non dimenticarono il monoteismo insegnato loro da Abramo. Ciò creò quella che forse potemmo definire la prima manifestazione di Xenofobia, diffidenza ed odio verso i diversi, della storia. Xenofobia che sfociò una vera e propria persecuzione. Un Faraone, probabilmente di altra dinastia rispetto a quella del Faraone che aveva elevato Giuseppe alla carica di viceré, dapprima ordinò che i figli di Israele fossero ridotti in schiavitù usufruendo gratuitamente della loro opera. In un secondo tempo dato che essi, nonostante il duro lavoro, continuavano ad aumentare di numero, diede ordine che tutti i loro figli maschi furono uccisi al momento della nascita.
Jocheveth, una donna ebrea della tribù di Levi, non volle sottostare passivamente all’ordine: prese il bambino e lo mise in un cesto che affidò alla corrente del Nilo nella speranza che un qualche evento miracoloso lo salvasse dalla morte.
La figlia di Faraone vide il fanciullo e, nonostante si fosse probabilmente resa conto che doveva trattarsi di un bambino ebreo, fu presa da grande pietà, lo accolse e lo fece crescere a corte come un figlio. Quel bambino era Mosè: il nome Mosè significa, infatti, “salvato dalle acque”.
Divenuto adulto Mosè andava spesso a fare visita e a recar conforto ai suoi fratelli schiavi. Una volta s’imbatté in un egiziano che, sicuro della propria impunità, maltrattava un povero vecchio: ne risultò una colluttazione durante la quale l’egiziano rimase ucciso.
E’ assai probabile che, se lo avesse richiesto, Mosè avrebbe ottenuto il perdono del Faraone che, pare, gli fosse molto affezionato. Ma forse in lui stava maturando quello spirito profetico che avrebbe informato tutta la sua vita: le ingiustizie, la corruzione, l’immoralità che regnavano in Egitto, soprattutto a corte, lo avevano certo profondamente colpito e ora aveva bisogno di un periodo di riflessione, lontano dal palazzo reale, perché la coscienza gli imponeva di rendersi conto di quale fosse effettivamente il proprio compito e il proprio ruolo nella vita.
Attraverso il deserto e si fermò a Midian dove prese le difese di sette pastorelle, figlie di Jetro sacerdote di Midian, dalla prepotenza di alcuni pastori. Dallo stesso Jetro fu invitato a fermarsi a lavorare presso di lui. Mosè divenne così pastore, e sposò una delle figlie del sacerdote midianita, Zippora.
Le due esperienze, quella di personalità di spicco alla corte di Faraone e quella di pastore a contatto con gente umile dedita al lavoro, furono fondamentali nella formazione del suo carattere preparandolo al suo futuro ruolo di capo, ma anche di padre e protettore del suo popolo.
Fu proprio durante il periodo in cui Mosè era pastore presso il suocero che “Dio udì i loro gemiti e vide i figlioli di Israele ed ebbe compassione della loro condizione” (es. 2, 24-25). Apparve perciò a Mosè in un roveto ardente che pur bruciando non si consumava, e gli ordinò di tornare in Egitto per “fare uscire” i figli di Israele dal giogo degli egiziani promettendogli che gli sarebbe sempre stato vicino, e che avrebbe inviato al suo fianco il fratello Aharon perché lo aiutasse.
Il Faraone non prese in nessuna considerazione la richiesta di Mosè di lasciare andare il popolo di Israele, nonostante questi avesse messo in guardia della potenza del “Dio di Israele”.
Si riversarono allora sull’Egitto dieci piaghe con effetti devastanti su tutto il paese: le acque del Nilo e di tutte le sorgenti dell’Egitto si trasformarono in sangue; seguì una invasione di rane, poi quella di una quantità di insetti dannosi. Sopravvenne quindi una invasione di ogni genere di bestie feroci che fece strage di uomini e di bestiame.
Invano lo stesso popolo egiziano chiese a Faraone di lasciar libero il popolo ebraico per ottenere cessazione dei flagelli: in un primo momento il Faraone premetteva di obbedire alla volontà divina ma, non appena la piaga cessava, si rifiutava di mantenere la promessa.
La gravità delle piaghe si fece sempre più intensa: gli egiziani furono colpiti dalla pestilenza, ricoperti di bubboni, investiti da terribili tempeste, invasi da una miriade di locuste e infine da una profonda oscurità che coprì per giorni e giorni l’Egitto senza mai lasciar spazio a uno spiraglio di luce. 
L’ultima piaga fu terribile: l’angelo della morte, in una livida notte di terrore, si aggirò fra le case degli egiziani colpendone a morte tutti i primogeniti, anche quello di Faraone. Il Faraone fu così costretto, infine, a dare agli ebrei il permesso di lasciare l’Egitto.
I figli di Israele, dopo aver consumato il sacrificio pasquale – un agnello col sangue del quale avevano segnato gli stipiti delle loro abitazioni per segnalarle all’angelo della morte che infatti “passò oltre” risparmiando i loro primogeniti – si affrettarono ad abbandonare l’Egitto così come era stato loro ordinato: “E mangiatelo in questa maniera: coi vostri fianchi cinti, coi vostri calzari ai piedi e col bastone in mano. Mangiatelo in fretta: è la Pasqua dell’Eterno” (Es 12,11).
Prima della loro partenza, gli egiziani offrirono agli ebrei doni in oro e argento, forse come risarcimento per il lavoro gratuito svolto per tanti anni. Gli Ebrei accettarono i doni e, come vedremo in seguito, fecero male.
L’Eterno ordinò che zevach pesach, il “sacrificio pasquale”, fosse consumato la prima sera di Pesach da tutte le generazioni future, perché mai gli avvenimenti di allora, così densi di significato e di insegnamenti, venissero dimenticati.
Ma gli ebrei dovevano aver costituito, durante la lunga permanenza nel paese, una colonna portante sia per il contributo di lavoro, sia per quello delle idee, visto che ancora una volta il Faraone si pentì della sua decisione: “Che cosa abbiamo fatto a lasciar libero il popolo di Israele che ora non ci servirà più?” (Es 14,5).
Alla testa del suo esercito li inseguì per riportarli indietro provocando al proprio popolo quella che potremmo definire l’undicesima piaga, quella che probabilmente è rimasta più famosa: l’apertura del Mar Rosso attraverso la quale gli ebrei raggiunsero salvi la riva opposta, mentre gli egiziani, che avevano tentato di attraversarla dopo di loro, furono inghiottiti dalle acque che si richiudevano e affogarono.

La durata della festa

Il 14 di Nissan veniva offerto il sacrificio pasquale al Tempio. Solo la sera, che per la tradizione ebraica è già il 15 di Nissan, inizia la festa vera e propria con una cerimonia speciale chiamata seder. In Israele Pesach dura sette giorni, fuori di Israele otto. Ciò è dovuto al fatto che, anticamente, nella diaspora, non era facile far pervenire tempestivamente l’esatta data delle ricorrenze; quindi, per evitare errori, le si faceva durare un giorno in più. L’uso è stato mantenuto, nonostante oggi non manchi la possibilità di comunicare tempestivamente la data di inizio della festa, per sottolineare la differenza tra coloro che vivono in Israele e coloro che ne vivono fuori.
Il calendario ebraico (…) è basato sui cicli della luna, non ci permette di fissare per le feste una data precisa nel calendario solare.
 
Riflessioni sul significato di “essere liberi”
 
La festa ha inizio al tramonto del 14 di Nissan, che corrisponde circa al mese di aprile.
Pesach, il momento in cui il popolo dei figli di Israele diviene il popolo libero, rappresenta per gli ebrei il simbolo della libertà.
Libertà: una parola difficile che si presta a molteplici interpretazioni e anche a più di un abuso.
La libertà può riguardare il singolo individuo, o interi popoli; può riguardare lo spirito o il corpo.
Esiste anche un concetto assai individualistico di libertà, intesa come possibilità di fare tutto quel che si vuole senza regole né limiti, indipendentemente dai diritti e dalla libertà degli altri.
In che modo ognuno di noi è responsabile della propria, o dell’altrui libertà? Fino a che punto e con quali modalità siamo tenuti a batterci per la nostra, o per l’altrui libertà, senza lasciarci prendere da un assurdo senso di orgoglio che può trasformarci in arroganti arbitri del comportamento altrui, o da un senso di opaca rassegnazione che, rimandando a Dio ogni responsabilità sul comportamento umano, ci consente di lasciare le cose come stanno senza partecipare personalmente alla liberazione di chi è schiavo e oppresso?
Schiavo o oppresso da chi, o da che cosa?
Esiste una libertà morale che coinvolge la nostra coscienza di essere creati “a immagini di Dio” e ci impone un totale rispetto verso noi stessi e verso gli altri. Ma esiste anche una libertà materiale, libertà dalla miseria e dal bisogno, che prevede il diritto a una vita decorosa e dignitosa quale patrimonio indispensabile perché ogni essere creato possa mantenere intatto il rispetto verso se stesso e, di conseguenza, verso il prossimo: ed è questo l’insegnamento base che troviamo nella Torah la cui consegna segue immediatamente l’uscito del popolo ebraico dall’Egitto proprio perché l’improvvisa libertà non degeneri in abuso o sopruso.
Cominciamo a scindere il problema in due parti: la libertà del corpo e la libertà dello spirito. La prima, se si affida unicamente all’istinto non illuminato della ragione e dall’insegnamento, e qui ci riferiamo proprio all’insegnamento della Torah, è paragonabile alla libertà degli animali non illuminati dal “discernimento fra il bene e il male”, e che seguono quindi soltanto il proprio istinto e i loro appetiti.
Ma è purtroppo propria anche di tanti uomini che hanno fatto della forza bruta, dell’imposizione indiscriminata della propria volontà su quella degli altri, che non solo è abuso, ma che si perde facilmente non appare all’orizzonte un uomo più potente e più prepotente.
La vera libertà è la seconda, quella spirituale. L’uomo, o il popolo, che l’abbia fatta propria, che l’abbia resa parte integrante di se stesso, è libero in eterno e nessuno, mai, potrà più renderlo schiavo. (…)
 
Perché il termine “Pesach” viene tradotto con “Pasqua”
 
Pesach deriva del verbo ebraico Pasoah che significa “passare oltre”, e si riferisce all’episodio terrificante in cui l’angelo della morte, durante la notte della decima piaga, si fermò nelle case degli egiziani colpendone tutti i primogeniti, ma pasach, “passò oltre”, le case degli ebrei sugli stipiti delle quali, in segno di riconoscimento, era stato spruzzato del sangue dell’agnello sacrificale.
Verso il VI secolo prima dell’Era Cristiana, in tutto il mondo mediorientale si diffuse una nuova lingua, l’aramaico. Molti fra gli stessi ebrei adottarono l’aramaico come lingua corrente, e in aramaico il termine Pesach è tradotto con Pascha. L’attinenza fra le due parole, Pascha e Pasqua, è evidente.

Come ci si prepara ad accogliere la festa

Ogni festa ebraica richiede un’accurata preparazione che coinvolge soprattutto la donna: ma quella di Pesach necessita di un impegno particolare.
E’ scritto: “Per sette giorni mangerete pane azzimo, ma prima che giunga il primo giorno toglierete dalle vostre case ogni lievito; osserverete quindi questo giorno in tutte le vostre generazioni” (Es 12, 15-17).
Per rivivere nel tempo il momento fatidico della loro liberazione dalla schiavitù e della loro nascita a popolo libero, gli ebrei mangiano tuttora ogni anno a Pesach, per sette giorni (fuori di Israele otto), il pane azzimo. E’ facile comprendere come l’ordine di eliminare dalla casa ogni tipo di sostanza lievitata imponga alla donna il dovere di compiere un’accuratissima pulizia della casa. Un impegno che peraltro le donne eseguono con entusiasmo e con estrema spolverando, lavando ogni recondito angolo dei mobili, dei ripostigli, e di tutta la casa, per prepararla a introdurvi il pane azzimo, cioè il pane non lievitato che in ebraico si chiama matzah.
La ragione per cui a Pesach gli ebrei mangiano pane azzimo è da rintracciarsi nel fatto che uscirono così frettolosamente dall’Egitto che non ebbero il tempo per fare lievitare il pane. Se poi esaminiamo la storia e gli usi dell’antico popolo di Israele, possiamo scoprire nel pane non lievitato significati assai più profondi e mistici: il pane azzimo era quello che il sommo sacerdote mangiava sull’altare durante i sacrifici. Secoli dopo divenne il pane comunemente usato dalla setta mistica degli esseni.
Evidentemente l’antica civiltà ebraica aveva un certo rifiuto per il lievito forse perché, essendo il risultato della fermentazione di un impasto di farina, gli faceva perdere le caratteristiche di un alimento puro, trasformandolo in cibo impuro: esso assume perciò nella concezione ebraica il simbolo di quel che non deve essere, in pratica simbolo del male. Interessante a questo proposito notare l’attinenza fra i nomi hametz, “cibo lievitato”, e hamas, “violenza”, quindi ingiustizia e immoralità. Il far scomparire dalla casa ogni genere di cibo lievitato va quindi interpretato anche come un invito a sgomberare il nostro animo da ogni tipo di hametz, o di hamas, da ogni residuo di odio, di rancore, di violenza, di corruzione, per presentarsi liberi e puri dinanzi al Signore, degni pertanto di offrire il zevach pesach, il “sacrificio pasquale” (che però dopo la distruzione del secondo Tempio non è stato più possibile compiere in forma concreta).
I Maestri della Mishnah, la legge orale che accompagna e completa la legge scritta, prescrivono inoltre che durante i giorni di Pesach, per evitare qualsiasi dubbio o possibile trasgressione, vengano usati stoviglie da tavola e recipienti da fuoco diversi da quelli del resto dell’anno; recipienti che vengono accuratamente conservati da un anno all’altro in un luogo in cui non abbiamo mai occasione di venire a contatto con i cibi proibiti di Pesach.
Per le donne, particolarmente per quelle strettamente osservanti, la preparazione del Pesach divenne quindi un impegno piuttosto gravoso e stressante anche in considerazione dei brevi tempi che intercorrono fra l’eliminazione del lievito e il cambio di tutte le stoviglie di Pesach. D’altronde proprio l’accuratezza di questo allestimento sottolinea il valore della festa.
Ma è fondamentale, a nostro avviso, ricordare che l’osservanza dei precetti non deve mai essere fine a se stessa correndo il rischio di trasformarsi in superstizione. Il suo vero scopo è quello di richiamare alla memoria l’importanza determinante di quanto la festa ci insegna.

 
Il Seder
 
La prima sera di Pesach (le prime dure sere fuori di Israele) le famiglie ebraiche si riuniscono intorno a un tavolo apparecchiato in modo particolare, per celebrare il Seder, una cerimonia durante la quale di legge la Haggadah, il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto, arricchito di midrashim (parabole) e commenti dei Maestri, e seguito da una cena che si conclude con canti corali di inni e melodie che si tramandano di generazione in generazione, di luogo in luogo.
(…) Il Seder è una cerimonia di alto valore pedagogico sotto molteplici aspetti. A ogni commensale, per sottolineare il senso della libertà appena acquisito, è permesso di sedere a tavola senza osservare le strette regole dell’etichetta: si possono appoggiare i gomiti sul tavolo, o sdraiarsi comodamente sulle seggiole, cose che i commensali adulti in genere, per vecchia abitudine, evitano di fare, ma che rende estremamente felici i bambini che assaporano a loro modo il primo senso di libertà.
Sul tavolo apparecchiato viene posto in cesto contenente tre pane azzimi (matzah), in ricordo del pane non lievitato mangiato nel deserto, una zampa d’agnello (pesach), in ricordo del zevach pesach, il sacrificio pasquale compiuto dal popolo che si accingeva a uscire dalla schiavitù, e dell’erba amara (maror), diversa a seconda delle tradizioni e della provenienza di chi celebra il Seder, in ricordo dell’amarezza patita dagli ebrei in schiavitù.

Il maror

Il maror simboleggia forse il passo più importante verso la conquista della libertà. Dalle amarezze del passato, che lasciate fermentare, “lievitare” nell’animo e nel cuore, avrebbero potuto trasformare il popolo ebraico in un popolo crudele e vendicativo , è stato invece tratto un insegnamento basilare: è necessario affrontare la vita con una più consapevole e serena visione del rapporto fra gli uomini, è indispensabile volgere il cuore e l’animo con profondo affetto e comprensione verso i poveri, gli oppressi, i sofferenti.
Dalle amarezze della schiavitù è nato un inestinguibile odio per la schiavitù, la nostra, e quella di qualunque creatura, e un altrettanto inestinguibile amore per la libertà a cui ogni essere umano ha diritto e che, unica, permetterà ai figli di Israele anche in futuro di sopravvivere per adempiere alla missione.
Prima della distruzione del Tempio, ogni famiglia che andava in pellegrinaggio a Gerusalemme vi portava il suo agnello del sacrificio che poi veniva arrostito e mangiato. Ma da quanto il Tempio è stato distrutto e i sacrifici interrotti, i Maestri hanno deciso che, per ricordare la gravissima perdita, durante la cena di Seder non venga servito nessun tipo di carne arrostita.
Oltre a questi tre simboli di Pesach (pesach, matzah, maror), nel cesto vi è un uovo sodo, il charoseth, un impasto preparato anch’esso secondo ricette che variano a seconda delle tradizioni dei vari luoghi di provenienza, e che simboleggi la malta che gli ebrei schiavi erano costretti a preparare in Egitto per fabbricare i mattoni con cui avrebbero edificato la città del Faraone. Per il Seder però la malta si trasforma in un dolce impasto di frutti: datteri, noci, mandorle e altro per sottolineare la fine della schiavitù. Vi è poi del sedano (carpas), che deve essere intinto in acqua e sale, o in acqua e aceto: probabilmente una specie di aperitivo in vista della cena.
Sul tavolo viene posto, oltre al bicchiere destinato al Kiddush, alla santificazione della festa attraverso il vino e il pane, un altro bicchiere d’argento pieno di vino destinato al profeta Elia. La tradizione vuole infatti che il profeta, durante la prima sera di Pesach, si aggiri fra le case degli ebrei per portare i suoi voti augurali alle famiglie che celebrano il Seder, e ognuno spera di far parte dei privilegiati che riceveranno la sua visita.
La visita è tanto più attesa in quanto la tradizione afferma che sarà proprio il profeta Elia ad annunciare al mondo il giungere dell’Epoca messianica. E ogni ebreo vive la speranza che l’Epoca messianica, l’epoca della pace, dell’armonia, dell’amore fra tutti i popoli, sia proprio lì, dietro la porta di casa, porta che infatti, durante il Seder, viene lasciata aperta anche perché è detto: “chi vuole entri, mangi e celebri Pesach”.
Forse l’uso si riallaccia anche al Talmud in cui è scritto: “Nel mese di Nissan fummo redenti, e nel mese di Nissan siamo destinati a essere redenti” (Rosh ha-shanah 11).
Val la pena soffermarsi un momento sul significato dell’uovo sodo. Per l’ebraismo esso ha un valore tutto particolare. L’uovo è infatti il primo cibo che si offre a coloro che sono in lutto per la perdita di un parente stretto, in quanto è il simbolo della vita che si appresta a nascere, in opposizione alla morte. Perciò nel momento in cui il nostro animo è in preda alla disperazione e ci pare di non poter trovare né conforto né consolazione a una perdita irrimediabile, esso ci insegna che la vita che vive in noi è un dono che Dio ci ha concesso, e che in questo dono dobbiamo trovare la forza di continuare la nostra opera.
Inoltre l’uovo non ha spigoli, perciò non ha né un punto di inizio né un punto di fine. Così la sua rotondità, proprio nel momento in cui pare che con la morte sia tutto finito, ci ricorda che la vita è un ciclo che, come l’uovo, non ha né inizio né fine: chi dai propri cari ha ricevuto la vita e gli insegnamenti, chi lascia dietro di sé il dolore dei figli ai quali ha trasmesso la vita e gli insegnamenti, continua a vivere attraverso di loro.
Ed è questo il modo umano di conquistare l’eternità.
Il segno del lutto che noi aggiungiamo al festoso cesto del Seder, e che per tradizione viene consumato da tutti i primogeniti maschi (ma se anche altri ospiti vorranno associarsi, potranno farlo) è un triste ricordo degli innocenti figli primogeniti degli egiziani, vittime della cieca ostinazione del Faraone. Proprio per questa ragione è il primogenito ebreo che, per dimostrare il proprio dolore per la morte dei fratelli egiziani, usa mangiare l’uovo sodo.

 

Per la medesima ragione i maschi primogeniti, il giorno precedente il Pesach, fanno digiuno.
Dicevamo che il Seder è molto importante anche dal punto di vista pedagogico: dopo il Kiddush il primo intervento è riservato al commensale più giovane o, in coro, ai più giovani; si tratta del Mah nishtannah: “come è diversa questa serata da tutte le altre sere!”. Il canto è composto da quattro domande che il bambino rivolge agli adulti: “Perché tutte le altre sere mangiamo pane, e questa sera azzima? Perché tutte le altre sere mangiamo qualsiasi tipo di verdure, e questa sera erba amara? Perché tutte le altre sere non intingiamo (riferito al sedano intinto in acqua e sale o aceto) neppure una volta, e questa sera due volte? Perché tutte le altre sere mangiamo seduti, e questa sera sdraiati?”.
Le domande danno il via alle risposte, impartito attraverso la lettura della Haggadah che narra gli eventi miracolosi legati all’uscita dall’Egitto.
Durante il Seder si devono quattro bicchieri di vino in memoria delle quattro espressioni usate da Dio quanto preannuncia a Mosè la prossima liberazione del popolo: “li sottrarrò” dalle sofferenze dell’Egitto “; “li farò uscire” dal luogo di schiavitù; “li redimerò e li prenderò come mio popolo”. Esse rappresentano i vari stadi della libertà appena riconquistata che vanno elevandosi a sempre maggior livello fino a raggiungere la santità di “li prenderò come mio popolo” (Es 6,7).
La Torah aggiunge una quinta espressione: e “li farò entrare nella terra promisi ai loro padri” (Es 6,8). Non può esistere in effetti una completa libertà morale se non è legata a una libertà di comportamento, possibile solo in uno stadio proprio e indipendente.
Durante la lettura della Haggadah vengono nominate le dieci piaghe che hanno colpito l’Egitto e per ognuna di essa si versa un po’ di vino contenuto nel bicchiere in un recipiente: ciò sia per augurarci che queste disgrazie siano sempre lontane da noi e dalle nostre famiglie; sia per ricordare che nessuna gioia può essere completa se è costata lutti e dolori ad altri; sia, infine, per auspicare che mai più si ripeta una situazione in cui un popolo meriti di essere colpiti da tanti flagelli.
Un momento particolarmente interessante, e psicologicamente e pedagogicamente assai valido, è quello dedicato alla lettura del brano riguardante i “quattro figli”: il sapiente, il semplice, colui che non è capace neppure di domandare, e il figliolo cattivo.
I quattro figli rappresentano i vari tipi di cui l’umanità è composta e il testo della Haggadah ci fornisce importanti suggerimenti sul tipo di risposta da dare ad ognuno di essi.
Al saggio, cioè colui che pone una domanda acuta e complessa, si deve dare una risposta adeguata, dotta e approfondita, che non deluda né sottovaluti l’intelligenza e la capacità di apprendimento di chi domanda.
Al semplice occorre dare una risposta chiara e comprensibile per permettergli di capire pienamente il senso di quanto gli si sta spiegando, stimolandolo possibilmente a far nuove domande.
Particolarmente importante è l’insegnamento che viene impartito al figlio che non è in grado di porre domande; ci dice infatti la Haggadah: “A colui che sa domandare, aprigli tu la bocca!”. Importante notare che nella frase “apri tu”, il “tu” è espresso al femminile, “apri” al maschile. È la madre la prima insegnante del bambino, tocca quindi soprattutto a lei, fin dall’inizio, seguire con la massima attenzione il suo sviluppo mentale: ma è il padre che deve coadiuvare e sostenere sua moglie in questa opera. Se ne conclude che solo la collaborazione fra padre e mandre permette un normale, sereno sviluppo del carattere infantile.
Inoltre, se un bimbo si mostra totalmente disinteressato al mondo che lo circonda, non fa domande e non si pone interrogativi, se dà segno di isolarsi e di non partecipare in alcun modo alla vita attorno a lui, lungi dal rallegrarsi per il “buon carattere” del bambino che non disturba, “aprigli la bocca”, sollecita cioè la sua curiosità, coinvolgilo nei fatti che accadono per renderlo vivo, interessato e partecipe, aiutandolo quindi a crescere e a entrare in modo intelligente e attivo nella società.
Intrigante e piuttosto ironica è la risposta destinata a quel figlio che nella Haggadah viene nominato per secondo: il figlio “malvagio”, che forse rientra più nella categoria dei figli contestatari che in quella di veri e propri “cattivi”.
Egli chiede: “Che cosa significa questa cerimonia (il Seder) per voi?”; domanda in cui sottolinea: “Per voi, e non per me!”.
Si pone in questa maniera, con una certa arrogante superiorità, totalmente al di fuori del gruppo.
Suggerisce la Haggadah: “Tu rispondigli risentito (letteralmente “fagli digrignare i denti”); “Se tu fossi stato presente al momento della salvezza, non saresti stato salvato!”.
Una riposta apparentemente impietosa.
Ma riflettiamo sui motivi che spingono tante volte i giovani, e non sempre a torto, a contestare certi atteggiamenti, certi usi ereditati e forse non sufficientemente o logicamente spiegati. Nostro compito è quello di chiarire per dar loro modo di comprendere. Ebbene, con la frase incisiva “tu non saresti stato salvato” la Haggadah chiama il giovane a una responsabilità personale facendogli rivivere in prima persona, oggi, il momento drammatico della schiavitù. Ecco, gli dice la Haggadah, se tu, che adesso siedi con noi libero, e puoi parlare liberamente dell’epoca della schiavitù, tu che oggi contesti e rifiuti le responsabilità insite del passato, ti fossi trovato insieme ai nostri primogeniti a scegliere fra schiavitù e libertà, con tutte le responsabilità che tale scelta comportava, forse avresti vigliaccamente scelto di continuare a servire Faraone. In tal modo non avresti meritato la salvezza e oggi saresti ancora schiavo.
La Haggadah non accenna però all’esistenza di un quinto figlio; quello che non c’è perché si è staccato da ogni forma di tradizione e si è perso.
A qualsiasi tipo di domanda, anche a quella del contestatore, può essere data una risposta, risposta che può essere discussa, che può arricchire chi lo fa e chi la riceve con nuove interpretazioni non necessariamente in antitesi o in contrasto con quelle precedenti, ma persino innovative e progressiste.
Ma il figlio che non è presente è perso.
Il Seder finisce con una lunga serie di canti corali tradizionali composti da molte strofe, la cui caratteristica precipua è quella della ripetizione, alla fine di ogni strofa, di una frase: quella che tutti i commensali per tradizione conoscono meglio e quindi cantano a gran voce con grande entusiasmo
In ultimo viene intonato il canto l’anno prossimo tutti a Gerusalemme, ricostruita, e viene distribuito l’afikomen, preparato nella parte iniziale del Seder, che simboleggia il sacrificio pasquale e che deve essere consumato quando si è già sazi.
 
L'insieme dei testi riportati qui riportati sono integralmente tratti dal libro "Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste" di Clara ed Elia Kopciowski (edizione Ancora 2001).
 
Fonte: Comunità Ebraica di Bologna

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permalink | inviato da Piero P. il 17/4/2011 alle 15:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dopo la strage di Itamar: alcune lucide riflessioni di A. B. Yehoshua.
28 marzo 2011

A. B. Yehoshua

Ieri su "La Stampa" è apparso un articolo di A. B. Yehoshua nel quale il grande scrittore israeliano (notissimo anche nel nostro Paese) affronta ed approfondisce i temi scaturiti dopo la strage avvenuta ad Itamar.

Si ritiene opportuno riproporne la lettura per la capacità di analisi (e in qualche modo di visione profetica) che contiene. Elementi che potranno aiutare a comprendere la variegata realtà israeliana a condizione che ci si lasci prendere da stereotipi o preconcetti.

 

"Nel cuore del Negev, il più grande deserto di Israele, c’è il famoso kibbutz Sde Boker. Famoso non solo perché i centri abitati del Negev sono pochi e ciascuno di essi merita di essere menzionato, ma soprattutto perché il primo capo del governo israeliano, David Ben Gurion, vi si stabilì già agli inizi degli Anni 50.

Tale scelta fu fatta per proporre alla giovane nazione di cui lui era il principale architetto la sfida di un insediamento nazionale nella regione più desertica di Israele.

Una regione vasta più della metà del suo territorio e scarsamente popolata da ebrei. «Nel Negev si determinerà il destino del popolo ebraico», aveva dichiarato Ben Gurion. E questa semplice frase è incisa su una grande roccia all’ingresso di uno dei campi militari sparsi nel deserto.

La tomba di Ben Gurion si trova nel kibbutz Sde Boker e la lapide riporta, su sua richiesta, solo tre date: quella della nascita, quella della morte, e quella della sua immigrazione in Israele. La semplice casetta di legno dove lui e sua moglie Paula hanno vissuto fino alla morte è ancora meta di pellegrinaggio per molti israeliani e turisti.

Nell’istituto di studi superiori intitolato a Ben Gurion e situato vicino al kibbutz si tengono numerose attività accademiche fra le quali ogni anno, in inverno, un festival di poesia denominato «Poesia nel deserto». A esso partecipano poeti ma anche autori di prosa, ai quali viene chiesto di leggere le loro opere. Nonostante Tel Aviv disti da Sde Boker soltanto un paio d’ore, io sono solito invitare i miei tre figli e i miei sei nipoti a unirsi a me e a mia moglie per un soggiorno nel deserto, ritenendo che ogni israeliano debba recarsi una o due volte all’anno in quei luoghi e trascorrervi almeno una notte.

Abbiamo così preso alloggio in una fattoria poco lontana da Sde Boker, chiamata Zeit Midbar (Olivo del deserto): io e mia moglie nell’unico bungalow disponibile mentre i miei figli, con relativi coniugi e prole, in tende indiane riscaldate. Lì abbiamo goduto per lunghe ore l’atmosfera del deserto, la sua luce particolare, le sue voci e la vista dei pacifici animali che ci gironzolavano intorno.

Quello stesso giorno ci sono giunte le terribili notizie del terremoto in Giappone e dell’omicidio della famiglia di coloni nell’insediamento di Itamar: padre, madre e tre figlioletti, tra cui una neonata di quattro mesi, brutalmente assassinati nel sonno da due terroristi palestinesi provenienti da un vicino villaggio.

Questo abominevole delitto è stato esplicitamente condannato non solo dal presidente dell’Autorità palestinese, ma anche dai direttori di alcuni importanti giornali della West Bank. Il primo ministro israeliano però, non contento delle condanne giunte da tutto il mondo e dall’Autorità palestinese, ha deciso di infliggere una punizione collettiva ai palestinesi annunciando l’immediato proseguimento della costruzione degli insediamenti in molte zone dei territori occupati. Dico «punizione collettiva» perché quale colpa hanno per esempio gli abitanti di Betlemme di un omicidio perpetrato a parecchi chilometri di distanza dalle loro case per essere espropriati da terreni destinati al futuro sviluppo dei loro figli?

La terra è una delle principali componenti dell’identità di un popolo, forse la più importante. L’ampio deserto che ci circonda è parte rilevante e preziosa della mia identità di israeliano e di quella dei miei figli. Se qualcuno ci espropriasse anche di una sua piccola parte protesterei e lotterei con tutte le mie forze. Lo Stato di Israele nei confini del 1967 occupava tre quarti della Palestina originale mentre allo Stato palestinese rimaneva solo un quarto. Perché dovremmo impossessarci di altri territori quando abbiamo a disposizione spazi vuoti che il padre della nostra nazione, David Ben Gurion, vedeva giustamente (sotto un profilo pratico, non romantico) come potenziali zone di insediamento?

Dopo tutto, con i moderni mezzi di trasporto (che continueranno a migliorare), il Negev non è lontano dal centro di Israele. E con i sofisticati mezzi tecnologici a nostra disposizione potremmo costruire nel Negev meravigliose città moderne come è accaduto in molti luoghi desolati del mondo. Perché investire denaro in provocatori insediamenti all’interno del tessuto del popolo palestinese, insediamenti che suscitano una forte opposizione nel mondo e nello Stato ebraico e per la cui esistenza e sicurezza entrambe le parti devono pagare con spargimenti di sangue? Il passato ci ha già insegnato che insediamenti simili nella penisola del Sinai sono stati sradicati dal governo di destra con l’avvento della pace con l’Egitto.

E altri irrazionali insediamenti ebraici nel cuore dei campi profughi della Striscia di Gaza sono stati rimossi con il pugno di ferro dal leader più nazionalista di Israele, l’ex primo ministro Ariel Sharon. Perché ripetere errori che l’intera comunità internazionale condanna? Perché stabilirsi provocatoriamente su territori che creeranno nuovi contrasti, quando invece Israele ha a sua disposizione ampie aree desertiche che attendono solo di essere popolate da ebrei (una scelta corretta anche da un punto di vista ecologico e morale)?

Queste sono state le nostre riflessioni nell’udire le tremende notizie di quel triste venerdì giunte da lontano e da vicino mentre a Sde Boker, fiorente kibbutz nel deserto, ascoltavamo le poesie di amici che ancora credono, giustamente, che la poesia sia in grado di penetrare profondamente nei cuori".

Sde Boker. Nei pressi dell'ultima dimora di Ben Gurion

Foto: Piero P.

 

Questo il commento (che NON si condivide) apparso su "Informazione Corretta":

A.B.Yehoshua interviene oggi, 27/03/2011, a pag. 1, sulla STAMPA, con un commento sulla strage di Itamar, dal titolo "riflessioni sull'omocidio dei coloni". ABY è un sincero sionista, molte delle sue opinioni in questo articolo sono largamente condivisibili, ma nelle analisi politiche degli intellettuali - e gli israeliani non fanno eccezione - c'è sempre un aspetto mancante, la cornice entro la quale inseriscono il loro commento.
L'espansione territoriale di Israele dopo la guerra del '67 è una diretta conseguenza del tentativo, per fortuna fallito, degli Stati arabi di dsitruggere lo Stato ebraico. Se non ci fosse stata quella volontà, è probabile, anzi, è sicuro, che Israele sarebbe ancora entro il territorio pre '67, non avendo mai avuto intenzioni acquisitorie in tutta la sua storia.
Se si dimenticano i precedenti, diventa impossibile capire perchè ci sono oggi circa 300.000 israeliani - chiamiamoli così, per favore, e non coloni -  che vivono a cavallo della linea del 'cessate il fuoco ', che, come pochi ricordano, non è un confine, in quanto quei territori sono 'contesi'.
Con Egitto e Giordania, con i quali la pace è avvenuta, non esistono più dispute, i confini sono condivisi.
Ma il raggiungimento della pace con i palestinesi è cosa quanto mai ardua, come ben sanno i lettori di IC, per cui un articolo, pieno sì di buone intenzioni, come quello di ABY che riprendiamo più avanti, non ottiene il risultato voluto. E' pubblicato su un quotidiano, per cui non può avere la dimensione di un saggio, anche breve, manca quindi di una cornice, per cui il quadro che ne deriva è fortemente incompleto. Peccato, perchè l'intelligenza di Yehoshua lo meriterebbe.

Fonte: "Informazione Corretta" - 27.03.2011




permalink | inviato da Piero P. il 28/3/2011 alle 15:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
CULTURA
Festività ebraiche: "Purim".
19 marzo 2011

Purim: March 20 - March 21, 2011

Domani, 20 Marzo, ricorrerà la festività ebraica di "Purim" di seguito alcune note che ne illustrano la storia ed il significato.

 

La storia di Purim
Bambini ebrei salvano il popolo da una situazione disperata
di Aron Friedman

Molto tempo fa, gli Ebrei vivevano in Persia sotto il dominio del Re Achashverosh, che governava su un suo impero di ben 127 paesi, dall’india in oriente fino all'Etiopia in occidente.
II nostro popolo aveva passato brutti tempi. II Tempio di Gerusalemme era stato distrutto e tutti erano stati esiliati in Bavel dove povertà e difficoltà li affliggevano nel loro esilio.
Sotto il regno di Achashverosh iniziarono a superare le difficolà negli affari e nei mestieri. Ma per 70 anni il Tempio era rimasto una rovina e gli Ebrei tristemente si chiedevano se sarebbero mai ritornati a Gerusalemme. Sarebbero ritornati alla loro dimora?
Nel terzo anno del suo regno il re Achashverosh fece una festa. Tutti erano invitati, da tutti i paesi del mondo, compresi gli Ebrei di Shushan, la capitale. Achashverosh desiderava che tutti lo amassero e che tutti lo rispettassero
Era una situazione difficile per gli Ebrei. In realtà non desideravano partecipare alla festa di Achashverosh perché temevano che i cibi offerti non fossero Kasher. Ed anche se lo fossero, come avrebbero potuto partecipare quando il re Achashverosh avrebbero indossato gli abiti di Cohen Gadol (il Sommo Sacerdote) che erano stati rubati dal loro proprio Tempio di Gerusalemme?
Mordechai, il capo degli Ebrei, consigliò loro di non andare, ma la maggioranza del popolo aveva paura di Achashverosh, e non lo ascoltarono. Che cosa avreste fatto voi?
Sicuramente nessun soldato di Tzivot Hashem sarebbe mai andato alla festa di Achashverosh. Disgraziatamente, molti Ebrei ci andarono, anzi, la maggioranza di loro e fecero male.
Di Shabbat tutti gli Ebrei andarono a casa loro anche se la festa procedeva. Mentre facevano Kiddush nelle loro case, le altre persone invitate alla festa di Achashverosh continuavano a bere, a bere, a bere. Achashverosh, ubriaco ordinò a sua moglie, Vashti, di mostrarsi a tutti, cosicché potessero vedere quanto fosse bella. Vashti, però, si senti offesa da questo ordine di un ubriaco. "Non verrò", disse. Nessuno sapeva cosa dire. "Che venga uccisa", gridò un consigliere, "se no d'ora in poi tutte le mogli disobbediranno ai loro mariti!" Questo consigliere era Haman, il malvagio Haman. Achashverosh diede ascolto alle sue parole e Vashti fu giustiziata. Sapete perché Vashti non volle venire? Improvvisamente le erano usciti tanti brufoli e le era perfino spuntata una coda! Tutto questo era successo perché Hashem la voleva punire, per essere stata cosi malvagia con le piccole ragazze ebree obbligandole a lavorare di Shabbat. Per questo motivo fu giustiziata di Shabbat.
Ora, Achashverosh aveva bisogno di una nuova regina e la fece cercare in tutti i suoi 127 paesi. In montagna ed in pianura, in oriente come in occidente, al nord come al sud. Finalmente i suoi messaggeri trovarono una ragazza bellissima, Ester, nipote di Mordechai; chiunque la incontrava rimaneva incantato dalla sua grazia, modestia e gentilezza.
Ester non voleva sposare Achashverosh; infatti aveva fatto tutto il possibile per non essere notata, ma Hashem aveva un piano. Appena Achashverosh la vide, decise che Ester sarebbe divenuta la sua regina, ma per quanto le chiedesse da dove venisse lei non rispondeva perché Mordechai le aveva raccomandato di non dire una sola parola sulla sua vera identità.
Un giorno Mordechai udì due ministri complottare di avvelenare il re, riferì la cosa ad Ester che la raccontò al re. Achasverosh fece scrivere nel libro dei ricordi che Mordechai gli aveva salvato la vita.
Intanto Haman, era diventato molto ricco e potente e il re lo aveva nominato Primo Ministro di tutta la Persia. Appeso al collo Haman portava fieramente un'immagine del suo idolo ed ovunque andasse, tutti erano obbligati ad inchinarsi davanti al lui.
Tutti, eccetto Mordechai l'Ebreo! Mordechai sapeva che un Ebreo non doveva mai inchinarsi, e nemmeno piegare le ginocchia davanti ad un idolo.
Haman era molto arrabbiato! Era furioso, fumante e decise di eliminare Mordechai e giacché c'era, tutti gli Ebrei.
"Ci stai procurando grossi guai", dissero gli Ebrei a Mordechai. Ma Mordechai non intendeva inchinarsi.
Alcuni giorni prima di Pesach, Haman tirò a sorte per vedere quale mese sarebbe stato il più propizio per vendicarsi degli Ebrei. Aha! Venne fuori il mese di Adar. "Un ottimo mese", pensò Haman: "il mese in cui Moshe, capo degli Ebrei, è morto". Haman dimenticava però, che Moshe era anche nato in Adar. Re Achasverosh diede pieni poteri a Haman, che decretò che nel 13 di Adar dell'anno successivo, tutti gli Ebrei sarebbero stati uccisi, in ogni provincia ed in ogni stato dell'impero. Non c'era dove scappare e non c'era dove nascondersi.
A questo punto Mordechai fece sapere alla regina Ester che era l'unica persona che poteva andare dal re per supplicarlo di avere pietà sul suo popolo. "Como posso andare?" replicò Ester, "Haman ha agito anche contro di me. Nessuno può andare a vedere Achashverosh senza essere stato chiamato da lui e sono ben trenta giorni che sono stata chiamata—nemmeno una sola volta!"
"Tuttavia devi andare", disse Mordechai "è pericoloso, ma tu devi salvare il popolo ebraico".
Per tre giorni la regina Ester non mangiò e non bevve e chiese a tutti gli Ebrei di digiunare e pregare assieme a lei. Poi, andò dal re senza invito.
Prima di entrare nella sala del trono, pregò dal profondo del suo cuore a HaShem per se stessa, per il suo popolo e per la ricostruzione del Tempio. Sapeva di poter essere uccisa in quel momento.
Improvvisamente Achashverosh si accorse della sua presenza. Era adirato, sorpreso, e pieno di un nuovo amore—tutto insieme. Ester aveva un aspetto cosi fragile, e tuttavia cosi straordinariamente bello. Le guardie avevano estratto le loro spade pronte a colpire, Haman sogghignava sinistramente. Poi, ad un tratto Achashverosh alzò la sua mano, offri il suo scettro alla regina e le risparmiò la vita. "Quale è il tuo desiderio?", chiese, "fino a metà del mio regno sono pronto a darti".
Se voi foste Ester, che cosa avreste fatto? Avreste rivelato al re di essere Ebrei? Ester non lo fece immediatamente. Sarebbe stato troppo improvviso. Invece invitò il re ed Haman a venire da lei per una festa che desiderava fare per loro.
Nel frattempo anche altri facevano il loro possibile per annullare i crudeli piani di Haman. Sapete chi? I soldati di Tzivot HaShem di quei giorni. Mordechai aveva chiamato tutti i bambini ad unirsi a lui, ed essi vennero— ben 22.000. Tutti assieme studiarono la Torà, e pregavano a HaShem, chiedendo al Cielo di annullare il terribile editto di Haman.
Mentre studiavano Haman lasciava il palazzo. Era cosi eccitato di essere l'unica persona invitata a cenare col re e con la regina Ester e si affrettava verso casa per raccontare alla sua famiglia la buona notizia, quando vide Mordechai con tutti quei bambini.
Nessuno di loro si inchinò al suo passaggio, né lo degnò di attenzione. "La farò finita anche con voi", promise, ma i soldati di Tzivot HaShem non si spaventarono. "Non ci curiamo di te", gridarono, "Noi staremo con Mordechai, studiando la Torà e pregando, fino alla fine! "'.
Quando HaShem udì le loro preghiere e vide le loro lacrime, disse: "Per amore di questi bambini salverò gli Ebrei! "
E cosi fu. Il coraggio di Ester, la saggezza di Mordechai e le preghiere dei bambini di Tzivot HaShem ribaltarono la situazione ormai disperata. Achashverosh diede ascolto ad Ester quando chiese di non distruggere il suo popolo. Hamen venne smascherato come il peggior nemico del re, non come suo amico e venne impiccato sulla forca che egli stesso aveva fatto erigere per Mordechai, Mordechai venne onorato e promosso alla carica di primo consigliere del re ed infine, il 13 di Adar, il giorno che Haman aveva stabilito per lo sterminio degli Ebrei, questi combatterono contro i loro nemici, uccidendo tutti i malvagi seguaci di Haman.
I Saggi dichiararono che il giorno in cui avvennero questi miracoli e che gli Ebrei terminarono di combattere fosse dedicato a festeggiamenti e ringraziamenti ad HaShem, a dare regali ai poveri, ed a mandare dolciumi agli amici. E il giorno di Purim, la più gioiosa di tutte le feste.
 
Tratto dal "Moshiach Times" N. 4

Meghillàt Estèr
Introduzione

Il libro di Estèr, nella Bibbia ebraica, è l’ultimo delle Cinque Meghillòt; l’ultimo perché i rotoli sono collocati nell’ordine con il quale vengono letti in Sinagoga nel corso dell’anno. Benché sia uno dei cinque, esso è universalmente noto coma la Meghillà, non perché sia il più importante, ma per la sua immensa popolarità, la solennità che si dà alla sua pubblica lettura e il fatto che è l’unico che è ancora generalmente letto da un rotolo di pergamena. Un tempo era cosa perfettamente normale per ogni casa ebraica possedere una Meghillà, e si dedicava molto tempo e abilità all’elaborazione di testi finemente decorati e di custodie artisticamente lavorate.

Estèr è, per la maggior parte degli Ebrei, il più conosciuto dei libri biblici. Molte circostanze hanno contribuito a ciò: la vicenda drammatica semplice e intensa ad un tempo, la vividità dei personaggi, la gioiosità della festa di Purìm in cui viene letto e soprattutto la perenne verità della sua morale. Hamàn è divenuto il prototipo dei persecutori d’Israele e la sua caduta è sempre stata in ogni tempo una speranza e un rifugio per il popolo ebraico oppresso. Il libro esemplifica, in modo conciso, ma efficace, l’eterno miracolo della sopravvivenza ebraica.

L’autore è sconosciuto. Anche nelle fonti ebraiche tradizionali si dibatte l’argomento. Per il Talmùd (Bava Batrà 15a) è stato scritto dagli Uomini della Grande Assemblea; per Rashì ed altri, sulla base di 9,20 e 32, da Mordekhài stesso. Si può affermare con certezza che l’autore dovette essere un ebreo Persiano, in quanto mostra una conoscenza assai approfondita della corte di Persia e adopera termini della lingua persiana, tanto che il libro di Estèr è considerato una fonte autorevole di informazione, tale da colmare molti vuoti rispetto ai racconti degli storici classici.

Tanto grande è la popolarità del libro presso gli Ebrei che, nonostante la chiarezza e la semplicità del racconto, un corpo assai vasto di amplificazione midrashica e di commenti è fiorito su di esso. Il Talmùd nel trattato "Meghillà" dedica molte pagine ad un’interpretazione haggadica assai elaborata della narrazione. I due Targumìm (versioni aramaiche) sono ben più che traduzioni letterali, ciascuno è una raccolta di Midrashìm a sé stanti. I Midrashìm su questo libro superano di gran lunga, per numero ed estensione, quelli relativi a qualsiasi altro libro della Bibbia.

Una caratteristica assolutamente particolare del libro di Estèr è la completa assenza del Nome di Dio e di qualsiasi esplicito riferimento alla Divina Provvidenza e all’Ebraismo. È opinione largamente condivisa che tale omissione deve essere stata intenzionale. L’affermazione di Mordekhài in 4,14 mostra peraltro una fede profonda nella Provvidenza Divina verso Israele, che pervade tutto il racconto, ma proprio in quel passo sembra che l’autore abbia di proposito voluto evitare la menzione del Nome di Dio.

La spiegazione più popolare, e forse anche la più antica, di questa peculiarità è data da Abrahàm Ibn Ezra. Egli ritiene che il libro si sa stato scritto originariamente da Mordekhài per essere inviato agli Ebrei di tutte le province e fu successivamente copiato dai Persiani e incorporato negli annali dei loro re. Per evitare che questi ultimi sostituissero al Nome Divino quello dei loro idoli, come in effetti fecero i Cutei con il racconto della Creazione del Mondo, egli lo omise del tutto, dando alla narrazione la parvenza di un racconto profano del pericolo di distruzione corso da una popolazione e della proclamazione di una festa a ricordo della liberazione e del trionfo. Dal momento che il libro in nostro possesso non è altro che una copia di quelle "lettere", anch’esso è rimasto senza menzione del Nome di Dio.

Queste vicende iniziali del libro spiegano anche molte differenze halakhiche fra esso ed altri libri della Bibbia. Il Talmùd (Meghillà 19a) osserva che il libro di Estèr è chiamato "libro" ed anche "lettera". È chiamato "libro" per insegnarci che se è cucito assieme con fili di lino è inadatto al rito (pasùl) come il séfer Torà, ed è chiamata "lettera" (igghéret) per indicare che, se anche lega i cordini (di origine animale) solo tre volte, è kashèr (e non occorre quindi legare i vari fogli di pergamena fra loro completamente come nel séfer Torà). Il fatto che sia chiamata "libro" (séfer) implica che sia scritta secondo tutti i crismi di un séfer Torà, di un testo sacro. D’altronde, il fatto che sia chiamata "lettera" ci rammenta la sua origine come semplice lettera, appunto, e non come libro della Bibbia. In ricordo di tale origine, alla Meghillà non si applicano tutti i rigori validi invece per il séfer Torà.

Similmente, il Talmùd prescrive (Meg. 18b) che se il sofèr ha omesso alcune lettere, o addirittura parole, purché ciò non sia accaduto all’inizio o alla fine del rotolo, tale Meghillà è ancora kesherà. Rashbà attribuisce tale facilitazione al fatto che la Meghillà è chiamata "lettera" e quando chiunque scrive una lettera può inavvertitamente omettere lettere o parole. Anche questo ci rimanda alle origini del libro di Estèr, come lettera inviata agli Ebrei delle province perché celebrassero la festa di Purìm.

Non solo nella scrittura noi troviamo tracce delle origini della Meghillà come lettera, ma anche nel modo in cui viene letta. L’uso vuole che la Meghillà venga piegata come una lettera durante la lettura, piuttosto che arrotolata, e quando si giunge alle parole "questa lettera" la si scuote, per indicare che ci si riferisce al rotolo stesso che si ha in mano, e che il Libro Biblico che si sta leggendo non è altro che quella lettera, inviata da Mordekhài ed Estèr agli Ebrei delle 127 province imperiali.

Troviamo che il Libro di Estèr richiede di essere squadrato "come la verità della Torà" (Meg. 16b). Rashì spiega che la pergamena della Meghillà deve essere rigata, prima della scrittura, come si fa con il séfer Torà. Il libro di Estèr è chiamato "verità" così come la Torà è chiamata "verità" nel libro dei Proverbi (Torà Temimà sulla base del Talmùd Yerushalmì). L’autore ha trovato necessario alludere direttamente nel testo a questa halakhà ("…parole di pace e di verità") nonostante la Meghillà fosse già stata chiamata séfer con tutte le implicazioni del caso, perché non si pensasse che a questo rispetto essa mantenesse il suo stato di "lettera" (Ran), che non richiede squadratura.

Per comprovare meglio la seconda affermazione di Ibn Ezra, secondo cui il Libro di Estèr è identico al racconto degli avvenimenti registrato nel "Libro delle cronache dei re di Media e Persia" torniamo al Talmùd, e per la precisione al Talmùd Yerushalmì, anche in questo caso più elaborato di quello Babilonese. Commentando 9,29 "questa seconda lettera di Purìm" i Maestri domandano "che cosa c’era scritto?" La risposta è che allorché Mordekhài ed Estèr inviarono lettere alla Diaspora comunicando l’obbligo di festeggiare Purìm ogni anno, fu loro risposto: "Non sono forse già sufficienti le nostre presenti disgrazie, che voi volete aggiungervi anche quella di Hamàn?" Essi allora replicarono in una seconda lettera: "Se è questo ciò di cui avete paura (cioè che la celebrazione di Purìm possa creare ulteriore antisemitismo) è già annoverata negli loro annali (Meg. 1,5). Questo spiega non solo l’assenza del Nome di Dio come si è detto, ma anche il fatto che nella Meghillà nulla sia scritto di men che commendevole sul re Achashveròsh, e come tale materiale sia invece stato raccolto nei Midrashìm, dopo poche, fugaci allusioni nel Libro.

Il famoso Rabbi Loew di Praga, più noto come il Maharàl, afferma nel suo commento al libro di Estèr, Or Chadàsh che la grandezza del miracolo di Purìm sta nella sua emanazione da una fonte superiore, celeste, nascosta a tutte le creature. Questo grande miracolo si è manifestato come un miracolo nascosto, senza alcun fenomeno soprannaturale. Questo aspetto occulto si rivela nella Meghillà proprio con l’assenza del Nome di Dio. Se il nome stesso di Estèr significa in ebraico "occultamento", i Maestri affermano che ogni menzione de "il re" nel racconto allude al Santo Benedetto: in altri termini Dio agisce attraverso la sua "marionetta" Achashveròsh.

La Meghillà comincia con le parole "Accadde al tempo di Achashveròsh …" che sembrano relegare quest’ultimo in secondo piano, come se fosse un semplice riferimento cronologico, quando noi sappiamo invece che è uno dei protagonisti della vicenda. Il fatto è che l’autore del libro vuole informarci che il re non è altro che uno strumento nelle mani di Dio per punire il Suo popolo per i suoi peccati, e perciò è messo sullo sfondo, piuttosto che occupare la scena come uno degli attori principali (Or Davìd).

I Maestri del Talmùd e del Midràsh considerano la parola iniziale vayehì ("e fu") come connotante disgrazia (vay hì, "guai a lei!"). La disgrazia fu sulle proporzioni dell’impero, troppo grande perché gli Ebrei potessero organizzare per tempo una ribellione (Maamàr Mordekhài). Anche il nome di Achashveròsh è interpretato come un peggiorativo, achìv shel rosh, "fratello del capo" si allude a Nabuccodonosor re di Babilonia. Come il primo uccise, anche Achashveròsh cercò di uccidere, come il primo distrusse il Tempio di Gerusalemme, così Achashveròsh cercò di interromperne la ricostruzione al tempo di Ciro: "nel regno di Achashveròsh, all’inizio del suo regno, essi scrissero un atto d’accusa contro gli abitanti di Giuda e Gerusalemme" (Ezra 4,6; Meg. 11a). Avendone impedito la ricostruzione, è come se avesse distrutto il Tempio (Prov. 18,9), perché "chi è pigro nel proprio lavoro è fratello del distruttore".

Questo ci dà anche degli elementi cronologici per collocare meglio la vicenda secondo il Midràsh. Il banchetto offerto dal re con cui si apre il racconto sarebbe stato allestito per mettere in mostra gli arredi sacri del Tempio trafugati. Di bellezza in bellezza, si sarebbe finito per discutere di … regine, e così una trasgressione tirò dietro di sé un’altra. Anche gli Ebrei, per lo meno quelli di Susa, la capitale, parteciparono, e perciò meritarono la distruzione, ma lo fecero solo per mostra, per paura del re e non perché ci si credesse intimamente. E così anche il Santo Benedetto li punì "per mostra": rese incombente su loro l’annientamento, ma alla fine li risparmiò (Meg. 12a).

Se il re Achashveròsh, che aveva usurpato il trono a Ciro, pareva agire secondo una linea politica, ancorché aberrante, il primo ministro Hamàn è paragonato dai Maestri ad Adamo allorché mangiò il frutto proibito. Uomo ricco, onorato e potente nell’Eden della corte, è il prototipo della persona che dalla vita "ha avuto tutto", pertanto senza aspirazioni costruttive, cui non restava altro che soddisfare un vuoto puntiglio.

Un’immagine molto forte è rappresentata dalla regina Estèr. Secondo il Midràsh essa era moglie di Mordekhài, e il re Achashveròsh la rapì contro la sua volontà. Fedele alle tradizioni ebraiche anche a corte, nonostante il marito le avesse ingiunto di non rivelare la propria identità, aveva avuto in dotazione sette ancelle, una per ogni giorno della settimana, affinché non trasparisse che osservava lo Shabbàt. Quando si trattò di andare dal re per salvare gli Ebrei, accettò con molta riluttanza, perché l’adulterio non si consumasse con il suo consenso: è un esempio di ’averà lishmà, una trasgressione commessa per forza maggiore al solo scopo di salvare Israele dalla distruzione (Sanhedrìn 74b e commenti).

Secondo il Talmùd (Shabbàt 88b) fu in seguito alla liberazione da Hamàn ed Achashveròsh che gli Ebrei accettarono di buon grado di osservare tanto la Torà scritta che la Torà orale. Fu l’autorità di Mordekhài, legata al suo attaccamento religioso e alla sua determinazione a non abbandonare alcun aspetto della propria tradizione ed identità, a far accettare successivamente al popolo il carisma dei Maestri in quanto garanti di tale continuità. Ma soprattutto, venuto meno a causa dell’esilio l’ascolto diretto della Voce Celeste, egli fu il primo Ebreo a parlare al suo popolo avvalendosi soltanto della propria cultura e della propria capacità di persuasione. Considerato la massima autorità spirituale della sua generazione e il primo degli Uomini della Grande Assemblea, Mordekhài può ben essere definito l’anello di congiunzione fra l’Ebraismo Profetico e l’Ebraismo Rabbinico: l’iniziatore dell’Ebraismo moderno.

Alberto M. Somekh

(parzialmente adattato da "The Book of Esther, comm. by Dr. S. Goldmann - Rabbi A.J. Rosenberg" in "The Five Megilloth - The Soncino Books of the Bible" London - New York 1984)

© Morashà

Fonte: Comunità Ebraica di Bologna




permalink | inviato da Piero P. il 19/3/2011 alle 22:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
politica estera
Massacro di Itamar. Perché la pubblicazione delle foto dell’eccidio è una sconfitta.
15 marzo 2011

Hadas (3 mesi)

Elad (4 anni)

Yoav (11 anni)

 

A molti sarà capitato di vedere le orrende immagini dei corpi straziati dei bambini della famiglia Fogel e dei loro genitori massacrati da terroristi a Itamar.
A molti sarà anche capitato di ‘rilanciare’ le foto di quei corpi martoriati “per mostrare al mondo di cosa sono capaci i terroristi”.
Credo che occorra riflettere ed interrogarsi freddamente su questo fatto inusuale dato che, per la prima volta in Israele, avviene una pubblicazione del genere.
Innanzitutto occorre precisare (e non è cosa da poco) che non è stata la famiglia a “chiedere” la pubblicazione: per quanto è dato sapere la famiglia ha semplicemente “permesso” la pubblicazione che veniva richiesta dal Governo.
Non è un dettaglio irrilevante: non si può addossare lo scempio gettato in pasto al voyeurismo di tutto il mondo a quello che resta di una famiglia straziata. A maggior ragione non può, non deve farlo un Governo che si è mostrato incapace di garantire la sicurezza a propri cittadini abitanti in una zona ‘contestata’ (e per forza di cose più esposta agli attacchi terroristici) e che non ha ritenuto di stanziare quei fondi necessari ad istallare le telecamere di sicurezza lungo la barriera elettronica di protezione dell’abitato che avrebbero permesso di constatare che l’allarme dato dai sensori elettronici, pur in assenza del taglio della recinzione, non era un falso allarme.
Quindi quella scelta non può che considerarsi non solo un cedimento, ma un segno di evidente debolezza da parte di chi non ha saputo tutelare quella famiglia, non è riuscito ad arrestare i colpevoli del massacro.
 
Non si dica che in questo modo ‘si farà conoscere al mondo la barbarie dei terroristi’ e l’immagine di Israele, tanto negletta, ne trarrà beneficio. Perché non è vero. Quella scelta è stata la mossa di chi non ha più nulla da perdere, di chi non ha una reale progettualità per il futuro dei propri cittadini e si limita ‘buttare la palla nel campo avversario’, come se in tal modo potesse risolvere la partita.
Ho avuto la possibilità, nel corso di una delle visite in Israele, di discutere con un funzionario del Ministero degli Esteri incaricato di curare l’immagine di Israele sui media (e su Internet in particolare) e quello che mi ha letteralmente sconvolto è stato l’apprendere il numero (praticamente inesistente) di coloro che si occupano di questa delicatissima funzione e direi che questo spiega, ma non giustifica in alcun modo, l’essere ricorsi nel caso in esame alle foto della ‘scena del crimine’.
 
Confesso che io stesso, forse preso dall’ira o dalla foga del momento, avevo postato su Facebook alcune di quelle immagini strazianti. Le ho tolte pressoché immediatamente dopo che un caro amico israeliano, babbo di quattro bambini, mi ha chiesto di farlo per rispetto delle vittime. Non ho dovuto riflettere che un attimo prima di decidere: mi sono visto di fronte il faccino sorridente di un suo piccolo di tre anni col quale avevo giocato ed ho capito che era la cosa giusta da fare.
 
Quegli uomini privi di umanità che si accaniscono contro creature indifese come i piccoli di Itamar ci hanno lasciato come loro orrendo ‘biglietto da visita’ quei corpicini lacerati dalla loro brutalità. E noi, noi che sempre ci siamo battuti per la vita, che la riteniamo cardine della nostra cultura, dovremmo mostrare al mondo questo loro ‘manifesto’?
Per ‘sensibilizzare l’opinione pubblica’, ma non raccontiamoci frottole! L’opinione pubblica di immagini di massacri è stata bombardata a partire, cito un solo esempio, dal massacro delle Olimpiadi di Monaco. Ed è restata del tutto indifferente. Basti pensare che nello specifico i Giochi Olimpici sono continuati come se nulla fosse accaduto.
 
E vorremmo credere e far credere che ‘violando’ (perché questo è quello che si fa quando si pubblicano le loro foto: non nascondiamoci dietro a un dito) i corpicini di Itamar la condanna arriverà? Ma per favore guardiamo al mondo con un realismo che non ci impedisca di confondere i nostri desideri con la realtà!
Hadas, Elad e Yoav straziati possono accrescere l’interesse morboso di (spero anche se temo di sbagliare) pochi, ma noi abbiamo il dovere di rispondere alla barbarie con segni di civiltà: riproponendo i loro teneri volti di quando erano in vita, non di scendere ancora più in basso, di fare noi stessi dei mostri assassini di innocenti.
 
Già perché nel momento stesso nel quale pubblichiamo ‘con orrorre’ (è ovvio!) quelle foto diventiamo strumento, quindi indirettamente complici, di chi ha compiuto il massacro. Se, come più volte è stato detto le parole possono fare più male che le pallottole, a maggior ragione le foto, in questa tristissima civiltà dell’immagine, possono risultare devastanti più di granate.
E’ forse quello che noi, tutti noi che spesso con troppa superficialità utilizziamo gli strumenti informatici, dimentichiamo mentre, al contrario, dovremmo avere almeno questo elemento ben presente ogni qual volta decidiamo di ‘postare’ qualche cosa.
 
Portiamoli nel cuore, questi piccoli insieme ai loro genitori, se siamo credenti preghiamo per la loro pace e per i loro fratellini rimasti che in questo momento stanno vivendo un dramma, forse ancor più angosciante.
 
Siamo vicini alla loro sofferenza ed a quella degli israeliani, ma – per favore- abbiamo rispetto per questi angeli, non storpiamone il volto come forse vorrebbero coloro che li hanno colpiti. 

Itamar


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permalink | inviato da Piero P. il 15/3/2011 alle 10:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
diari di viaggio
Israele. Pagine da un diario di viaggio. Tel Aviv e la sua spiaggia.
8 febbraio 2011

Tel Aviv. Lungomare

Foto: Piero P.

Israele non cessa mai di stupire e di far innamorare anche per i luoghi che non ci si aspetterebbe. Penso a Tel Aviv, al suo lungomare alla sua spiaggia, un luogo per me, innamorato della montagna, che non avrebbe avuto certo nulla da dire. Eppure…

Ricordo la prima volta che ‘ci siamo incontrati’. Avevo lasciato il gruppo in centro e me ne andavo tutto solo verso il mare. Il tempo era variabilissimo e pieno di nuvolosi che promettevano degli squarci certamente non indifferenti almeno sul piano della fotografia.
Così mi sono ritrovato a camminare per quel lunghissimo (quasi infinito…) lungomare, sferzato dal vento (era inverno) e tutto preso a scattare foto dopo foto in genere verso Yaffo che appariva e scompariva, con la sua classica silouette, tra nubi e sprazzi di sole.
I miei piedi camminavano su quel particolare selciato pieno di linee curve, un po’ chiare ed un po’ scure, mentre dalla spiaggia una rena finissima veniva spinta dal vento.
Oltre le palme, piegate dal vento, il flusso incessante del traffico che, tuttavia non disturbava: quello che si udiva era soltanto il rumore delle onde che si infrangevano sulla larga spiaggia.

Tel Aviv

Moschea Hassan Bek  sul lungomare

Foto: Piero P.

Mentre, quasi una sorta di miraggio, tra gli alti hotel sbuca, improvvisamente, la sagoma di una moschea la Hassan Bek con tanto di minareto. Incongrua? Forse, ma ha una storia. Stava andando a pezzi e gli israeliani hanno provveduto a restaurarla ed ora gli arabi la frequentano.

Nonostante il tempo fosse più che incerto non mancavano i ‘telavivini’ impegnati a passeggiare, a pescare, a fare jogging. Insomma davvero ho cominciato a rendermi conto che davvero quella città non si fermava davvero mai. Una sensazione che si può provare girando anche ad ore piccole e trovando sempre una varietà di personaggi normali o pittoreschi intenti a farla vivere ad ogni ora.
Ricordo che una mattina, erano circa le tre, mentre mi dirigevo al Ben Gurion (e l’autista che, con fare tipicamente israeliano, mi chiedeva per quale squadra di calcio tifassi e, allungando il cellulare fuori dal finestrino, mi snocciolava i risultati dell’ultima giornata di campionato) quando abbiamo incrociato, tra le tante persone…un individuo vestito da orso che avvicinatosi ad un chiosco si faceva servire…quello che gli orsi mangiano la mattina presto senza che nessuno dei tanti presenti ci facesse caso più di tanto.
Essendo nato questo ‘nuovo amore’ il mese scorso, dopo un viaggio in gruppo, ho deciso di passare cinque giorni da solo cercando di cogliere ancor meglio le caratteristiche di questa metropoli che, apparentemente con i suoi enormi grattacieli sembrerebbe una sorta di Miami (almeno quella che ci mostrano i vari sceneggiati, tipo CSI Miami), ma che è ben più di una semplice città di mare.
Direi che si potrebbe definirla come una città poliedrica, dove mille sfaccettature (non per nulla è sede del Diamonds Exchange!) si incontrano senza creare fratture.
Certamente accanto agli edifici modernissimi di acciaio, vetro e cemento s’incontrano case fatiscenti in attesa di recupero e proprio insieme a molte di quelle costruzioni caratteristiche del Movimento Bauhaus (in virtù della quale c’è stato pure il riconoscimento quale Patrimonio dell’Umanità) anch’esse in attesa di essere riportate all’antico splendore.
Tutto questo è vero, ma non bisogna mai scordare che questa moderna città è stata fondata nel 1909 e dove oggi svettano i grattacieli non c’erano che dune di sabbia…
Sono indubbiamente belli anche i viali del centro (penso alla stupenda Rotschild Avenue), ma a me è restato (e resta) il piacere di percorrere il lungomare. Guardando, gustando paesaggi e persone. Che via via mutano.

Tel Aviv. Lungomare

Foto: Piero P.

Colpiscono le panchine semicircolari (quello che da noi viene definito 'arredo urbano') rivolte verso il mare e con una copertura in assi di legno. Luogo ideale per fermarsi, leggere, guardare. Come ho fatto io traendone un piacere non piccolo.

E’ bello notare come queste strutture siano praticamente tutte uguali e invitino a seguire il loro rincorrersi lungo tutta la costa.
Dove non mancano i locali dove fermarsi per un caffè accompagnato da una fetta di torta…o anche di qualche cosa di più consistente.
Certo occorre fare attenzione. E’ necessario sapere (ma a questo ha già pensato la stupenda Angela Polacco in precedenza) dove sia possibile bere non solo il caffè americano, ma anche un espresso che non spinge a rimpiangere quello di casa.
Accennavo all’attenzione: circa il locale da sceglie, ma anche al conto. Già a volte il servizio non è compreso (ma nella ricevuta è evidenziato) ed occorre lasciare un’aggiunta, in altri no. Questione di abitudine.
Tra l’altro (senza la necessità di alcun ‘editto Brambillesco’ come da noi) nei locali trovano, generalmente accoglienza anche gli amici a quattro zampe ed anche questo fa sentire in famiglia.
Già perché se anche entri unicamente per un caffè (e magari lo fai perché ti ha sorpreso uno scroscio improvviso di pioggia) nessuno ti caccia se continui a restare, magari leggendoti il giornale.
O fumando. Già e la cosa è davvero un po’ buffa. Gli israeliani tengono un sacco alla forma fisica (la spiaggia è infatti piena di aree attrezzature che vengono sfruttate praticamente in ogni ora del giorno) e la figura tipica che si incontra è quella di chi (giova o non più tale, uomo o donna) fa jogging ascoltando musica, come mostrano gli auricolari che un po’ tutti portano durante questa attività. Eppure nei caffè ci sono i posacenere e le persone fumano. E quel che più conta nessuno ha nulla da eccepire. Direi che anche questa è la dimostrazione di quali siano i ‘costumi’ e la capacità di accettare anche chi ha ‘vizi’ presente a Tel Aviv.
Il passeggiare lungo lo stupendo lungomare richiede anche una diversa forma di attenzione: quella relativa ai ciclisti. Che sembrano un po’ indisciplinatelli (un po’ come gli automobilisti del resto). Anche perché la suddivisione tra pedoni e ciclisti a volte (a volte per questioni di spazio, ma non sempre) non sempre esiste. E quando esiste…non sempre è rispettata. Probabilmente per questo motivo quando i due flussi sono l’uno accanto all’altro su quello riservato a pedoni è dipinta la figura di un padre che tiene per mano un bambino (mai notato che la figura dell’adulto è generalmente quella di una figura maschile? Probabilmente perché le mamme lo fanno…automaticamente, senza necessità lo si ricordi loro).

Tel Aviv. La Marina

Foto: Piero P.

Andando verso nord si trova il la Marina di Tel Aviv e si possono ammirare degli stupendi natanti oltre a vascelli più modesti. Più oltre il vecchio porto ha visto gli antichi capannoni ristrutturati e divenuti oggi diventato vero e proprio luogo delle ‘grandi Firme’, un vero e proprio invito allo shopping.

Tel Aviv. Nei pressi del vecchio porto

Foto: Piero P.

E proprio l’area del Porto appare del tutto rinnovata: con pavimentazione in listerelle di legno che, con grandi ondulazioni, sembrano riproporre quelle dune di sabbia che qui erano 100 anni fa. Un saliscendi gradevole per chiunque, ma una vera manna per i piccoli che ne sfruttano le pendenze con biciclettine e skate. In tutta sicurezza vista l’assenza di traffico. O si divertono, com’è comprensibile a cercare di sfuggire (a volte riuscendo ed a volte no) agli spruzzi delle onde più alte che si infrangono sulla balaustra.

 

Tel Aviv. Ponte pedonale sullo Yarkon

Foto: Piero P.

Tel Aviv. Areoporto Dov

Foto: Piero P.

Continuando un ponte pedonale supera lo Yarkon (il fiume di Tel Aviv), presso la centrale elettrica Reading e permette di proseguire costeggiando l’area dell’aeroporto di Dov (utilizzato per voli turistici, ma all’interno del quale si possono vedere anche velivoli militari, e che l’’area sia ‘sensibile’ lo dimostrano i cani alla catena che corrono, all’interno, lungo tutta la recinzione con guinzagli che scorrono su cavi d’acciaio permettendo ad ogni animale di vigilare su una ben definita sezione del reticolato).

Tel Aviv. Molo presso la centrale Reading

Foto: Piero P.

Il tutto avendo sempre davanti agli occhi, lo stupore che riserva questo mare infinito e la sua costante altrettanto infinita risacca. Generalmente potendo contare su un sole capace di abbronzare anche in inverno. E, nei capelli, la brezza del mare. Mentre mi chiedo, senza riuscire a darmi una risposta convincente,: cosa ha di particolare e di bello questo luogo rispetto alle amate Dolomiti…

Tel Aviv. Scorcio della spiaggia

Foto: Piero P.




permalink | inviato da Piero P. il 8/2/2011 alle 0:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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