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"Quando l'uomo è sincero,
quando la sua indignazione
è genuina, mossa da motivazioni
autentiche, non può perdere"
Elie Wiesel

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DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA DELLO STATO D'ISRAELE
In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale. Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo. Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele. Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni. Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele. Confidando nell'Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della 
patria, nella città di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948. Jewish Myspace Stuff “Zionism is not a political party. One may approach Zionism from any party, just as it encompasses all parts of the people’s lives. Zionism is the Jewish People-to-be.” Binyamin Ze’ev (Theodor) Herzl


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"Credo nel sole anche quando non splende, credo nell'amore anche quando non lo sento; credo in Dio anche quando tace". Scritta sul muro di una cantina di Colonia dove alcuni ebrei si nascosero per l'intera durata della guerra (riportata in "La tigre sotto la pelle" di Zvi Kolitz - Ed. Bollati Boringhieri)

CULTURA
La grande festività ebraica di "Pesach". Riflessioni, riti e significati.
27 marzo 2010

 

Pesach 5770

I giorni che riassumono i grandi valori della nostra condizione ebraica

"Qualche millennio fa, in una prigione politica egiziana, un ragazzo ebreo provò a spiegare il sogno che aveva fatto un suo importante compagno di sventura, un notabile di corte caduto in disgrazia. Era il coppiere del Faraone che sognava di tornare al suo ruolo e che, raccontando il suo sogno, per ben quattro volte ripetè la parola kos, bicchiere. E’ un segno di quanto amasse il suo lavoro e quanto fosse forte in lui non solo il suo desiderio di libertà ma anche di ritorno al servizio. Secondo Rabbi Yehoshua ben Lewi, il nostro uso di bere quattro calici di vino la sera del seder è collegato a quel sogno e a quel racconto. è uno strano collegamento, che si affianca a tante altre spiegazioni che vengono date all’uso dei quattro bicchieri, così come i numerosi altri riti di questi giorni si associano a infinite spiegazioni e discussioni. Forse Rabbi Yehoshua intendeva dire che come i due prigonieri egiziani ottennero la loro libertà perchè anelavano a servire il loro Signore, così in ogni momento della storia la nostra libertà è garantita e ha senso solo in questa prospettiva. I giorni di preparazione a Pesach, e poi i giorni della festa sono carichi di una tensione sacra, nella quale si riassumono i grandi valori della nostra condizione ebraica. Ogni gesto che compiremo, e ogni regola che rispetteremo, in adempimento ad antichi precetti e tradizioni, ha un senso sacro, anzi ne ha più di uno e tutti insieme ci uniscono e ci innalzano in una dimensione diversa. Auguro a tutti una preparazione e una festa serena, consapevoli della ricchezza dell’importanza di quanto stiamo facendo, ricevendo e trasmettendo al mondo e a chi ci seguirà un patrimonio fondamentale.

Pesach kasher wesameach"

Riccardo Shmuel Di Segni

Fonte: "Shalom" - n. 3 - Marzo 2010

Cos'è Pesach?

Alle origini della festa

Circa 3200 anni orsono Giacobbe, insieme ai suoi figli e alle loro famiglie, si trasferì in Egitto per raggiungere il figlio Giuseppe che ne era divenuto viceré.
I discendenti di Giacobbe divennero assai numerosi, ma non dimenticarono il monoteismo insegnato loro da Abramo. Ciò creò quella che forse potemmo definire la prima manifestazione di Xenofobia, diffidenza ed odio verso i diversi, della storia. Xenofobia che sfociò una vera e propria persecuzione. Un Faraone, probabilmente di altra dinastia rispetto a quella del Faraone che aveva elevato Giuseppe alla carica di viceré, dapprima ordinò che i figli di Israele fossero ridotti in schiavitù usufruendo gratuitamente della loro opera. In un secondo tempo dato che essi, nonostante il duro lavoro, continuavano ad aumentare di numero, diede ordine che tutti i loro figli maschi furono uccisi al momento della nascita.
Jocheveth, una donna ebrea della tribù di Levi, non volle sottostare passivamente all’ordine: prese il bambino e lo mise in un cesto che affidò alla corrente del Nilo nella speranza che un qualche evento miracoloso lo salvasse dalla morte.
La figlia di Faraone vide il fanciullo e, nonostante si fosse probabilmente resa conto che doveva trattarsi di un bambino ebreo, fu presa da grande pietà, lo accolse e lo fece crescere a corte come un figlio. Quel bambino era Mosè: il nome Mosè significa, infatti, “salvato dalle acque”.
Divenuto adulto Mosè andava spesso a fare visita e a recar conforto ai suoi fratelli schiavi. Una volta s’imbatté in un egiziano che, sicuro della propria impunità, maltrattava un povero vecchio: ne risultò una colluttazione durante la quale l’egiziano rimase ucciso.
E’ assai probabile che, se lo avesse richiesto, Mosè avrebbe ottenuto il perdono del Faraone che, pare, gli fosse molto affezionato. Ma forse in lui stava maturando quello spirito profetico che avrebbe informato tutta la sua vita: le ingiustizie, la corruzione, l’immoralità che regnavano in Egitto, soprattutto a corte, lo avevano certo profondamente colpito e ora aveva bisogno di un periodo di riflessione, lontano dal palazzo reale, perché la coscienza gli imponeva di rendersi conto di quale fosse effettivamente il proprio compito e il proprio ruolo nella vita.
Attraverso il deserto e si fermò a Midian dove prese le difese di sette pastorelle, figlie di Jetro sacerdote di Midian, dalla prepotenza di alcuni pastori. Dallo stesso Jetro fu invitato a fermarsi a lavorare presso di lui. Mosè divenne così pastore, e sposò una delle figlie del sacerdote midianita, Zippora.
Le due esperienze, quella di personalità di spicco alla corte di Faraone e quella di pastore a contatto con gente umile dedita al lavoro, furono fondamentali nella formazione del suo carattere preparandolo al suo futuro ruolo di capo, ma anche di padre e protettore del suo popolo.
Fu proprio durante il periodo in cui Mosè era pastore presso il suocero che “Dio udì i loro gemiti e vide i figlioli di Israele ed ebbe compassione della loro condizione” (es. 2, 24-25). Apparve perciò a Mosè in un roveto ardente che pur bruciando non si consumava, e gli ordinò di tornare in Egitto per “fare uscire” i figli di Israele dal giogo degli egiziani promettendogli che gli sarebbe sempre stato vicino, e che avrebbe inviato al suo fianco il fratello Aharon perché lo aiutasse.
Il Faraone non prese in nessuna considerazione la richiesta di Mosè di lasciare andare il popolo di Israele, nonostante questi avesse messo in guardia della potenza del “Dio di Israele”.
Si riversarono allora sull’Egitto dieci piaghe con effetti devastanti su tutto il paese: le acque del Nilo e di tutte le sorgenti dell’Egitto si trasformarono in sangue; seguì una invasione di rane, poi quella di una quantità di insetti dannosi. Sopravvenne quindi una invasione di ogni genere di bestie feroci che fece strage di uomini e di bestiame.
Invano lo stesso popolo egiziano chiese a Faraone di lasciar libero il popolo ebraico per ottenere cessazione dei flagelli: in un primo momento il Faraone premetteva di obbedire alla volontà divina ma, non appena la piaga cessava, si rifiutava di mantenere la promessa.
La gravità delle piaghe si fece sempre più intensa: gli egiziani furono colpiti dalla pestilenza, ricoperti di bubboni, investiti da terribili tempeste, invasi da una miriade di locuste e infine da una profonda oscurità che coprì per giorni e giorni l’Egitto senza mai lasciar spazio a uno spiraglio di luce.
L’ultima piaga fu terribile: l’angelo della morte, in una livida notte di terrore, si aggirò fra le case degli egiziani colpendone a morte tutti i primogeniti, anche quello di Faraone.
Il Faraone fu così costretto, infine, a dare agli ebrei il permesso di lasciare l’Egitto.
I figli di Israele, dopo aver consumato il sacrificio pasquale – un agnello col sangue del quale avevano segnato gli stipiti delle loro abitazioni per segnalarle all’angelo della morte che infatti “passò oltre” risparmiando i loro primogeniti – si affrettarono ad abbandonare l’Egitto così come era stato loro ordinato: “E mangiatelo in questa maniera: coi vostri fianchi cinti, coi vostri calzari ai piedi e col bastone in mano. Mangiatelo in fretta: è la Pasqua dell’Eterno” (Es 12,11).
Prima della loro partenza, gli egiziani offrirono agli ebrei doni in oro e argento, forse come risarcimento per il lavoro gratuito svolto per tanti anni. Gli Ebrei accettarono i doni e, come vedremo in seguito, fecero male.
L’Eterno ordinò che zevach pesach, il “sacrificio pasquale”, fosse consumato la prima sera di Pesach da tutte le generazioni future, perché mai gli avvenimenti di allora, così densi di significato e di insegnamenti, venissero dimenticati.
Ma gli ebrei dovevano aver costituito, durante la lunga permanenza nel paese, una colonna portante sia per il contributo di lavoro, sia per quello delle idee, visto che ancora una volta il Faraone si pentì della sua decisione: “Che cosa abbiamo fatto a lasciar libero il popolo di Israele che ora non ci servirà più?” (Es 14,5).
Alla testa del suo esercito li inseguì per riportarli indietro provocando al proprio popolo quella che potremmo definire l’undicesima piaga, quella che probabilmente è rimasta più famosa: l’apertura del Mar Rosso attraverso la quale gli ebrei raggiunsero salvi la riva opposta, mentre gli egiziani, che avevano tentato di attraversarla dopo di loro, furono inghiottiti dalle acque che si richiudevano e affogarono. 
 
La durata della festa 
 
Il 14 di Nissan veniva offerto il sacrificio pasquale al Tempio. Solo la sera, che per la tradizione ebraica è già il 15 di Nissan, inizia la festa vera e propria con una cerimonia speciale chiamata seder. In Israele Pesach dura sette giorni, fuori di Israele otto. Ciò è dovuto al fatto che, anticamente, nella diaspora, non era facile far pervenire tempestivamente l’esatta data delle ricorrenze; quindi, per evitare errori, le si faceva durare un giorno in più. L’uso è stato mantenuto, nonostante oggi non manchi la possibilità di comunicare tempestivamente la data di inizio della festa, per sottolineare la differenza tra coloro che vivono in Israele e coloro che ne vivono fuori.
Il calendario ebraico (…) è basato sui cicli della luna, non ci permette di fissare per le feste una data precisa nel calendario solare.
 
Riflessioni sul significato di “essere liberi”
 
La festa ha inizio al tramonto del 14 di Nissan, che corrisponde circa al mese di aprile.
Pesach, il momento in cui il popolo dei figli di Israele diviene il popolo libero, rappresenta per gli ebrei il simbolo della libertà.
Libertà: una parola difficile che si presta a molteplici interpretazioni e anche a più di un abuso.
La libertà può riguardare il singolo individuo, o interi popoli; può riguardare lo spirito o il corpo.
Esiste anche un concetto assai individualistico di libertà, intesa come possibilità di fare tutto quel che si vuole senza regole né limiti, indipendentemente dai diritti e dalla libertà degli altri.
In che modo ognuno di noi è responsabile della propria, o dell’altrui libertà? Fino a che punto e con quali modalità siamo tenuti a batterci per la nostra, o per l’altrui libertà, senza lasciarci prendere da un assurdo senso di orgoglio che può trasformarci in arroganti arbitri del comportamento altrui, o da un senso di opaca rassegnazione che, rimandando a Dio ogni responsabilità sul comportamento umano, ci consente di lasciare le cose come stanno senza partecipare personalmente alla liberazione di chi è schiavo e oppresso?
Schiavo o oppresso da chi, o da che cosa?
Esiste una libertà morale che coinvolge la nostra coscienza di essere creati “a immagini di Dio” e ci impone un totale rispetto verso noi stessi e verso gli altri. Ma esiste anche una libertà materiale, libertà dalla miseria e dal bisogno, che prevede il diritto a una vita decorosa e dignitosa quale patrimonio indispensabile perché ogni essere creato possa mantenere intatto il rispetto verso se stesso e, di conseguenza, verso il prossimo: ed è questo l’insegnamento base che troviamo nella Torah la cui consegna segue immediatamente l’uscito del popolo ebraico dall’Egitto proprio perché l’improvvisa libertà non degeneri in abuso o sopruso.
Cominciamo a scindere il problema in due parti: la libertà del corpo e la libertà dello spirito. La prima, se si affida unicamente all’istinto non illuminato della ragione e dall’insegnamento, e qui ci riferiamo proprio all’insegnamento della Torah, è paragonabile alla libertà degli animali non illuminati dal “discernimento fra il bene e il male”, e che seguono quindi soltanto il proprio istinto e i loro appetiti.
Ma è purtroppo propria anche di tanti uomini che hanno fatto della forza bruta, dell’imposizione indiscriminata della propria volontà su quella degli altri, che non solo è abuso, ma che si perde facilmente non appare all’orizzonte un uomo più potente e più prepotente.
La vera libertà è la seconda, quella spirituale. L’uomo, o il popolo, che l’abbia fatta propria, che l’abbia resa parte integrante di se stesso, è libero in eterno e nessuno, mai, potrà più renderlo schiavo.
 
Perché il termine “Pesach” viene tradotto con “Pasqua”
 
Pesach deriva del verbo ebraico Pasoah che significa “passare oltre”, e si riferisce all’episodio terrificante in cui l’angelo della morte, durante la notte della decima piaga, si fermò nelle case degli egiziani colpendone tutti i primogeniti, ma pasach, “passò oltre”, le case degli ebrei sugli stipiti delle quali, in segno di riconoscimento, era stato spruzzato del sangue dell’agnello sacrificale.
Verso il VI secolo prima dell’Era Cristiana, in tutto il mondo mediorientale si diffuse una nuova lingua, l’aramaico. Molti fra gli stessi ebrei adottarono l’aramaico come lingua corrente, e in aramaico il termine Pesach è tradotto con Pascha. L’attinenza fra le due parole, Pascha e Pasqua, è evidente.
 
Come ci si prepara ad accogliere la festa
 
Ogni festa ebraica richiede un’accurata preparazione che coinvolge soprattutto la donna: ma quella di Pesach necessita di un impegno particolare.
E’ scritto: “Per sette giorni mangerete pane azzimo, ma prima che giunga il primo giorno toglierete dalle vostre case ogni lievito; osserverete quindi questo giorno in tutte le vostre generazioni” (Es 12, 15-17).
Per rivivere nel tempo il momento fatidico della loro liberazione dalla schiavitù e della loro nascita a popolo libero, gli ebrei mangiano tuttora ogni anno a Pesach, per sette giorni (fuori di Israele otto), il pane azzimo. E’ facile comprendere come l’ordine di eliminare dalla casa ogni tipo di sostanza lievitata imponga alla donna il dovere di compiere un’accuratissima pulizia della casa. Un impegno che peraltro le donne eseguono con entusiasmo e con estrema spolverando, lavando ogni recondito angolo dei mobili, dei ripostigli, e di tutta la casa, per prepararla a introdurvi il pane azzimo, cioè il pane non lievitato che in ebraico si chiama matzah.
La ragione per cui a Pesach gli ebrei mangiano pane azzimo è da rintracciarsi nel fatto che uscirono così frettolosamente dall’Egitto che non ebbero il tempo per fare lievitare il pane. Se poi esaminiamo la storia e gli usi dell’antico popolo di Israele, possiamo scoprire nel pane non lievitato significati assai più profondi e mistici: il pane azzimo era quello che il sommo sacerdote mangiava sull’altare durante i sacrifici. Secoli dopo divenne il pane comunemente usato dalla setta mistica degli esseni.
Evidentemente l’antica civiltà ebraica aveva un certo rifiuto per il lievito forse perché, essendo il risultato della fermentazione di un impasto di farina, gli faceva perdere le caratteristiche di un alimento puro, trasformandolo in cibo impuro: esso assume perciò nella concezione ebraica il simbolo di quel che non deve essere, in pratica simbolo del male. Interessante a questo proposito notare l’attinenza fra i nomi hametz, “cibo lievitato”, e hamas, “violenza”, quindi ingiustizia e immoralità. Il far scomparire dalla casa ogni genere di cibo lievitato va quindi interpretato anche come un invito a sgomberare il nostro animo da ogni tipo di hametz, o di hamas, da ogni residuo di odio, di rancore, di violenza, di corruzione, per presentarsi liberi e puri dinanzi al Signore, degni pertanto di offrire il zevach pesach, il “sacrificio pasquale” (che però dopo la distruzione del secondo Tempio non è stato più possibile compiere in forma concreta).
I Maestri della Mishnah, la legge orale che accompagna e completa la legge scritta, prescrivono inoltre che durante i giorni di Pesach, per evitare qualsiasi dubbio o possibile trasgressione, vengano usati stoviglie da tavola e recipienti da fuoco diversi da quelli del resto dell’anno; recipienti che vengono accuratamente conservati da un anno all’altro in un luogo in cui non abbiamo mai occasione di venire a contatto con i cibi proibiti di Pesach.
Per le donne, particolarmente per quelle strettamente osservanti, la preparazione del Pesach divenne quindi un impegno piuttosto gravoso e stressante anche in considerazione dei brevi tempi che intercorrono fra l’eliminazione del lievito e il cambio di tutte le stoviglie di Pesach. D’altronde proprio l’accuratezza di questo allestimento sottolinea il valore della festa.
Ma è fondamentale, a nostro avviso, ricordare che l’osservanza dei precetti non deve mai essere fine a se stessa correndo il rischio di trasformarsi in superstizione. Il suo vero scopo è quello di richiamare alla memoria l’importanza determinante di quanto la festa ci insegna. 
 
 
Il Seder
 
La prima sera di Pesach (le prime dure sere fuori di Israele) le famiglie ebraiche si riuniscono intorno a un tavolo apparecchiato in modo particolare, per celebrare il Seder, una cerimonia durante la quale di legge la Haggadah, il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto, arricchito di midrashim (parabole) e commenti dei Maestri, e seguito da una cena che si conclude con canti corali di inni e melodie che si tramandano di generazione in generazione, di luogo in luogo.
(…) Il Seder è una cerimonia di alto valore pedagogico sotto molteplici aspetti. A ogni commensale, per sottolineare il senso della libertà appena acquisito, è permesso di sedere a tavola senza osservare le strette regole dell’etichetta: si possono appoggiare i gomiti sul tavolo, o sdraiarsi comodamente sulle seggiole, cose che i commensali adulti in genere, per vecchia abitudine, evitano di fare, ma che rende estremamente felici i bambini che assaporano a loro modo il primo senso di libertà.
Sul tavolo apparecchiato viene posto in cesto contenente tre pane azzimi (matzah), in ricordo del pane non lievitato mangiato nel deserto, una zampa d’agnello (pesach), in ricordo del zevach pesach, il sacrificio pasquale compiuto dal popolo che si accingeva a uscire dalla schiavitù, e dell’erba amara (maror), diversa a seconda delle tradizioni e della provenienza di chi celebra il Seder, in ricordo dell’amarezza patita dagli ebrei in schiavitù.
Il maror simboleggia forse il passo più importante verso la conquista della libertà. Dalle amarezze del passato, che lasciate fermentare, “lievitare” nell’animo e nel cuore, avrebbero potuto trasformare il popolo ebraico in un popolo crudele e vendicativo , è stato invece tratto un insegnamento basilare: è necessario affrontare la vita con una più consapevole e serena visione del rapporto fra gli uomini, è indispensabile volgere il cuore e l’animo con profondo affetto e comprensione verso i poveri, gli oppressi, i sofferenti.
Dalle amarezze della schiavitù è nato un inestinguibile odio per la schiavitù, la nostra, e quella di qualunque creatura, e un altrettanto inestinguibile amore per la libertà a cui ogni essere umano ha diritto e che, unica, permetterà ai figli di Israele anche in futuro di sopravvivere per adempiere alla missione.
Prima della distruzione del Tempio, ogni famiglia che andava in pellegrinaggio a Gerusalemme vi portava il suo agnello del sacrificio che poi veniva arrostito e mangiato. Ma da quanto il Tempio è stato distrutto e i sacrifici interrotti, i Maestri hanno deciso che, per ricordare la gravissima perdita, durante la cena di Seder non venga servito nessun tipo di carne arrostita.
Oltre a questi tre simboli di Pesach (pesach, matzah, maror), nel cesto vi è un uovo sodo, il charoseth, un impasto preparato anch’esso secondo ricette che variano a seconda delle tradizioni dei vari luoghi di provenienza, e che simboleggi la malta che gli ebrei schiavi erano costretti a preparare in Egitto per fabbricare i mattoni con cui avrebbero edificato la città del Faraone. Per il Seder però la malta si trasforma in un dolce impasto di frutti: datteri, noci, mandorle e altro per sottolineare la fine della schiavitù. Vi è poi del sedano (carpas), che deve essere intinto in acqua e sale, o in acqua e aceto: probabilmente una specie di aperitivo in vista della cena.
Sul tavolo viene posto, oltre al bicchiere destinato al Kiddush, alla santificazione della festa attraverso il vino e il pane, un altro bicchiere d’argento pieno di vino destinato al profeta Elia. La tradizione vuole infatti che il profeta, durante la prima sera di Pesach, si aggiri fra le case degli ebrei per portare i suoi voti augurali alle famiglie che celebrano il Seder, e ognuno spera di far parte dei privilegiati che riceveranno la sua visita.
La visita è tanto più attesa in quanto la tradizione afferma che sarà proprio il profeta Elia ad annunciare al mondo il giungere dell’Epoca messianica. E ogni ebreo vive la speranza che l’Epoca messianica, l’epoca della pace, dell’armonia, dell’amore fra tutti i popoli, sia proprio lì, dietro la porta di casa, porta che infatti, durante il Seder, viene lasciata aperta anche perché è detto: “chi vuole entri, mangi e celebri Pesach”.
Forse l’uso si riallaccia anche al Talmud in cui è scritto: “Nel mese di Nissan fummo redenti, e nel mese di Nissan siamo destinati a essere redenti” (Rosh ha-shanah 11).
Val la pena soffermarsi un momento sul significato dell’uovo sodo. Per l’ebraismo esso ha un valore tutto particolare. L’uovo è infatti il primo cibo che si offre a coloro che sono in lutto per la perdita di un parente stretto, in quanto è il simbolo della vita che si appresta a nascere, in opposizione alla morte. Perciò nel momento in cui il nostro animo è in preda alla disperazione e ci pare di non poter trovare né conforto né consolazione a una perdita irrimediabile, esso ci insegna che la vita che vive in noi è un dono che Dio ci ha concesso, e che in questo dono dobbiamo trovare la forza di continuare la nostra opera.
Inoltre l’uovo non ha spigoli, perciò non ha né un punto di inizio né un punto di fine. Così la sua rotondità, proprio nel momento in cui pare che con la morte sia tutto finito, ci ricorda che la vita è un ciclo che, come l’uovo, non ha né inizio né fine: chi dai propri cari ha ricevuto la vita e gli insegnamenti, chi lascia dietro di sé il dolore dei figli ai quali ha trasmesso la vita e gli insegnamenti, continua a vivere attraverso di loro.
Ed è questo il modo umano di conquistare l’eternità.
Il segno del lutto che noi aggiungiamo al festoso cesto del Seder, e che per tradizione viene consumato da tutti i primogeniti maschi (ma se anche altri ospiti vorranno associarsi, potranno farlo) è un triste ricordo degli innocenti figli primogeniti degli egiziani, vittime della cieca ostinazione del Faraone. Proprio per questa ragione è il primogenito ebreo che, per dimostrare il proprio dolore per la morte dei fratelli egiziani, usa mangiare l’uovo sodo.
Per la medesima ragione i maschi primogeniti, il giorno precedente il Pesach, fanno digiuno.
Dicevamo che il Seder è molto importante anche dal punto di vista pedagogico: dopo il Kiddush il primo intervento è riservato al commensale più giovane o, in coro, ai più giovani; si tratta del Mah nishtannah: “come è diversa questa serata da tutte le altre sere!”. Il canto è composto da quattro domande che il bambino rivolge agli adulti: “Perché tutte le altre sere mangiamo pane, e questa sera azzima? Perché tutte le altre sere mangiamo qualsiasi tipo di verdure, e questa sera erba amara? Perché tutte le altre sere non intingiamo (riferito al sedano intinto in acqua e sale o aceto) neppure una volta, e questa sera due volte? Perché tutte le altre sere mangiamo seduti, e questa sera sdraiati?”.
Le domande danno il via alle risposte, impartito attraverso la lettura della Haggadah che narra gli eventi miracolosi legati all’uscita dall’Egitto.
Durante il Seder si devono quattro bicchieri di vino in memoria delle quattro espressioni usate da Dio quanto preannuncia a Mosè la prossima liberazione del popolo: “li sottrarrò” dalle sofferenze dell’Egitto “; “li farò uscire” dal luogo di schiavitù; “li redimerò e li prenderò come mio popolo”. Esse rappresentano i vari stadi della libertà appena riconquistata che vanno elevandosi a sempre maggior livello fino a raggiungere la santità di “li prenderò come mio popolo” (Es 6,7).
La Torah aggiunge una quinta espressione: e “li farò entrare nella terra promisi ai loro padri” (Es 6,8). Non può esistere in effetti una completa libertà morale se non è legata a una libertà di comportamento, possibile solo in uno stadio proprio e indipendente.
Durante la lettura della Haggadah vengono nominate le dieci piaghe che hanno colpito l’Egitto e per ognuna di essa si versa un po’ di vino contenuto nel bicchiere in un recipiente: ciò sia per augurarci che queste disgrazie siano sempre lontane da noi e dalle nostre famiglie; sia per ricordare che nessuna gioia può essere completa se è costata lutti e dolori ad altri; sia, infine, per auspicare che mai più si ripeta una situazione in cui un popolo meriti di essere colpiti da tanti flagelli.
Un momento particolarmente interessante, e psicologicamente e pedagogicamente assai valido, è quello dedicato alla lettura del brano riguardante i “quattro figli”: il sapiente, il semplice, colui che non è capace neppure di domandare, e il figliolo cattivo.
I quattro figli rappresentano i vari tipi di cui l’umanità è composta e il testo della Haggadah ci fornisce importanti suggerimenti sul tipo di risposta da dare ad ognuno di essi.
Al saggio, cioè colui che pone una domanda acuta e complessa, si deve dare una risposta adeguata, dotta e approfondita, che non deluda né sottovaluti l’intelligenza e la capacità di apprendimento di chi domanda.
Al semplice occorre dare una risposta chiara e comprensibile per permettergli di capire pienamente il senso di quanto gli si sta spiegando, stimolandolo possibilmente a far nuove domande.
Particolarmente importante è l’insegnamento che viene impartito al figlio che non è in grado di porre domande; ci dice infatti la Haggadah: “A colui che sa domandare, aprigli tu la bocca!”. Importante notare che nella frase “apri tu”, il “tu” è espresso al femminile, “apri” al maschile. È la madre la prima insegnante del bambino, tocca quindi soprattutto a lei, fin dall’inizio, seguire con la massima attenzione il suo sviluppo mentale: ma è il padre che deve coadiuvare e sostenere sua moglie in questa opera. Se ne conclude che solo la collaborazione fra padre e mandre permette un normale, sereno sviluppo del carattere infantile.
Inoltre, se un bimbo si mostra totalmente disinteressato al mondo che lo circonda, non fa domande e non si pone interrogativi, se dà segno di isolarsi e di non partecipare in alcun modo alla vita attorno a lui, lungi dal rallegrarsi per il “buon carattere” del bambino che non disturba, “aprigli la bocca”, sollecita cioè la sua curiosità, coinvolgilo nei fatti che accadono per renderlo vivo, interessato e partecipe, aiutandolo quindi a crescere e a entrare in modo intelligente e attivo nella società.
Intrigante e piuttosto ironica è la risposta destinata a quel figlio che nella Haggadah viene nominato per secondo: il figlio “malvagio”, che forse rientra più nella categoria dei figli contestatari che in quella di veri e propri “cattivi”.
Egli chiede: “Che cosa significa questa cerimonia (il Seder) per voi?”; domanda in cui sottolinea: “Per voi, e non per me!”.
Si pone in questa maniera, con una certa arrogante superiorità, totalmente al di fuori del gruppo.
Suggerisce la Haggadah: “Tu rispondigli risentito (letteralmente “fagli digrignare i denti”); “Se tu fossi stato presente al momento della salvezza, non saresti stato salvato!”.
Una riposta apparentemente impietosa.
Ma riflettiamo sui motivi che spingono tante volte i giovani, e non sempre a torto, a contestare certi atteggiamenti, certi usi ereditati e forse non sufficientemente o logicamente spiegati. Nostro compito è quello di chiarire per dar loro modo di comprendere. Ebbene, con la frase incisiva “tu non saresti stato salvato” la Haggadah chiama il giovane a una responsabilità personale facendogli rivivere in prima persona, oggi, il momento drammatico della schiavitù. Ecco, gli dice la Haggadah, se tu, che adesso siedi con noi libero, e puoi parlare liberamente dell’epoca della schiavitù, tu che oggi contesti e rifiuti le responsabilità insite del passato, ti fossi trovato insieme ai nostri primogeniti a scegliere fra schiavitù e libertà, con tutte le responsabilità che tale scelta comportava, forse avresti vigliaccamente scelto di continuare a servire Faraone. In tal modo non avresti meritato la salvezza e oggi saresti ancora schiavo.
La Haggadah non accenna però all’esistenza di un quinto figlio; quello che non c’è perché si è staccato da ogni forma di tradizione e si è perso.
A qualsiasi tipo di domanda, anche a quella del contestatore, può essere data una risposta, risposta che può essere discussa, che può arricchire chi lo fa e chi la riceve con nuove interpretazioni non necessariamente in antitesi o in contrasto con quelle precedenti, ma persino innovative e progressiste.
Ma il figlio che non è presente è perso.
Il Seder finisce con una lunga serie di canti corali tradizionali composti da molte strofe, la cui caratteristica precipua è quella della ripetizione, alla fine di ogni strofa, di una frase: quella che tutti i commensali per tradizione conoscono meglio e quindi cantano a gran voce con grande entusiasmo.
In ultimo viene intonato il canto l’anno prossimo tutti a Gerusalemme, ricostruita, e viene distribuito l’afikomen, preparato nella parte iniziale del Seder, che simboleggia il sacrificio pasquale e che deve essere consumato quando si è già sazi.

(L'insieme dei testi riportati qui sotto sono integralmente tratti dal libro "Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste" di Clara ed Elia Kopciowski (edizione Ancora 2001).)

Fonte: Comunità Ebraica di Bologna.

 

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CULTURA
Festività ebraiche: "Pesach"
8 aprile 2009
 


Dopo un cammino, costellato di prescrizioni e di riti, siamo giunti a quella che, con tutta probabilità anche per la sua valenza di 'rimembranza storica' può essere considerata tra le maggiori feste ebraiche: Pesach.

<<Pesach, la Pasqua ebraica, è la ricorrenza di maggiore importanza, ed è una delle tre festività che, insieme a Sukkot e Shavuot, si legava ad un pellegrinaggio quando, durante queste feste, il popolo si recava al Tempio di Gerusalemme offrendo doni sacrificali, animali e prodotti della terra.

In seguito, dopo la distruzione del Tempio, alcune tradizioni festive, escludendo il pellegrinaggio ed il sacrificio, sono comunque rimaste attive, ed altre se ne sono aggiunte nel corso del tempo.

Il termine Pesach, "passerò oltre" compare nel Libro dell'Esodo, nella narrazione della fuga degli Ebrei dall'Egitto. Pesach inizia al 15mo giorno del mese di Nissan, che coincide solitamente con aprile, perdura per 7 giorni (8 per coloro che vivono in Diaspora) ed viene celebrata per commemorare l'esodo dall'Egitto, uno degli eventi principali sia della storia del popolo ebraico sia di tutta la cultura occidentale.

Secondo la Torah, il popolo di Israele viveva segregato sotto schiavitù in Egitto, e fu Moshe, un ebreo cresciuto nel palazzo del Faraone, a divenire leader del suo popolo, e a chiedere al Faraone il permesso di ritornare alla Terra di Israele.

Ottenendo come risposta un rifiuto, Moshe condusse un'azione mirata, culminante nell'affrettata partenza dall'Egitto, effettuata attraversando il deserto del Sinai, dove gli Ebrei vissero per 40 anni.

La tradizione ebraica vuole che, durante questo lungo viaggio nel deserto, guidato da Moshe e dal fratello Aronne, il popolo di Israele divenisse più unito e solidale, preparandosi a conquistare la Terra di Israele.

Pesach è chiamata anche la Festa della Libertà, un aspetto che viene enfatizzato nei rituali e nelle preghiere: l'esodo che conduce dalla schiavitù alla libertà simboleggia la redenzione spirituale e fisica, e l'aspirazione dell'uomo ad essere libero.

Un'altra importante caratteristica di questa festa è il riunirsi della famiglia che alla vigilia, chiamata Seder notturno in quanto viene celebrato nella serata, si riunisce intorno al tavolo, ed è un importante precetto ebraico quello di invitare chi non ha famiglia a trascorrere insieme la serata di festa.

Un altro nome di Pesach è Festa del Pane non Lievitato, poichè la storia dell'Esodo racconta che il popolo di Israele lasciò l'Egitto precipitosamente, la pasta di pane preparata non ebbe il tempo di lievitare, e venne cotta come matzah, cioè pane non lievitato.

Un importante precetto della festa è infatti l'astinenza da ogni cibo lievitato, motivo per cui gli ebrei in questo periodo sostituiscono il pane con la matzah, un aspetto che tutti, religiosi e tradizionali, osservano scrupolosamente.

Altro nome per Pesach è la Festa della Primavera, che celebra la stagione in cui la festa stessa cade.

Il primo giorno della ricorrenza così come l'ultimo, conosciuto come "seconda festa", è un giorno sacro, durante il quale ogni attività produttiva è proibita. Il giorno intermedio, chiamato Chol ha-Mo'ed è parzialmente festivo e parzialmente regolare.

Consuetudini

Proibizione del lievito

Durante i sette giorni della festività, la proibizione di assumere lievito e alimenti lievitati, chiamata chametz, ricorda la matzah che gli ebrei mangiarono durante la loro affrettata fuga dall'Egitto. La proibizione include ogni tipo di pane o alimenti costituiti da farina lievitata, e qualsiasi tipo di pasta.

Matzah

La matzah è un pane sottile, preparato con un impasto privo di lievito. Ad eccezione della Seder rituale, mangiare la matzah non è obbligatorio, ma per molte famiglie israeliane, religiose e tradizionali, viene accettata come pane alternativo per tutto il periodo della festa.

Biur chametz (Bruciatura del lievito)

La settimana precedente a Pesach è consuetudine tra gli ebrei effettuare una profonda pulizia domestica, fino ad essere certi che in casa non sia rimasta una sola briciola di chametz. I non religiosi spesso sfruttano questa consuetudine come opportunità di eseguire le pulizie di primavera, creando un'atmosfera di festa. La notte precedente all'inizio di Pesach, si è soliti perlustrare ogni angolo della casa a lume di candela (bedikat chametz, "controllo del chametz"), assicurandosi che non rimangano briciole in alcun luogo. I residui di chametz ritrovati durante la sera vengono bruciati la mattina successiva (biur chametz). Lo Stato di Israele, come rappresentanza del popolo ebraico, solitamente vende tutti gli alimenti chametz presenti nel paese ad un acquirente simbolico e ad un prezzo simbolico, riacquistandoli immediatamente al termine della festa.

Il Seder

E' la lunga cena rituale della vigilia del primo giorno di Pesach. La famiglia si riunisce attorno al tavolo festivo per la lettura dell'Haggadah e per la cena. L'Haggadah è una raccolta di testi della tradizione ebraica, citazioni bibliche e della Mishna, commentari e canti, il cui tema principale è la fuga dall'Egitto, e tradizionalmente è il bimbo più piccolo che chiede all'uomo più anziano della famiglia di narrare quanto avvenne. Il proposito della lettura dell'Haggadah è quello di trasmettere le tradizioni di Pesach da una generazione all'altra, adempiendo al precetto della Torah, "e lo direte ai vostri figli", e tutti i rituali sono concepiti innanzitutto per incuriosire e intrattenere i bambini. Tutto il Seder di Pesach ha un valore fortemente simbolico, dalla matzah con le erbe amare servite in tavola, ai quattro calici di vino, ai canti e, naturalmente, al ricco pranzo.

Afikoman

Per incoraggiare i bambini a rimanere svegli per tutto il Seder, è consuetudine nascondere uno speciale pezzo di matzah, chiamata Afikoman, in qualche luogo della casa, invitandoli a cercarla, ed offrendo un premio a chi la ritrova.

Informazioni importanti

Il primo giorno di Pesach, e similmente il settimo (settimo giorno di Pesach o Seconda Festa) sono giorni sacri, in cui ogni attività è proibita, e quasi tutte le aziende israliane restano chiuse. Nei giorni intermedi, Chol ha-Mo'ed) sono parzialmente festivi, molti uffici e aziende restano aperte la mattina, e molte famiglie vanno in vacanza per qualche giorno. Questo periodo è anche una vacanza scolastica, tenete quindi conto che molti luoghi di soggiorno sono affollati dalle famiglie israeliane. Spesso i ristoranti osservano le regole kosher di Pesach, ed offrono l'alternativa kosher al menù tradizionale. Molte piccole trattorie rimangono chiuse, per evitare la necessità di dover seguire le regole kosher. Recentemente, soprattutto a Tel Aviv e dintorni, nei ristoranti si è osservata una maggiore flessibilità delle rigorose regole kosher, e potrete trovare ristoranti che servono comunque pane, torte, e piatti di pasta. Una precisazione: non solo i prodotti da forno sono proibiti, ma anche la birra nel periodo di Pesach non è kosher.

Mimouna

La sera del settimo giorno di Pesach, gli ebrei originari del Nord Africa, in particolare del Marocco, celebrano la ricorrenza di Mimouna come parte delle festività di Pesach. Le origini della celebrazione non sono del tutto chiare, ma generalmente l'evento viene associato all'anniversario della morte di Rabbi Maimon ben Abraham, padre del grande filosofo medievale Rabbi Moses Maimonide, conosciuto anche con il nome di Ramban. La sera di Mimouna la gente si reca di casa in casa, visitando i parenti e gli amici che celebrano la ricorrenza, e nei quartieri dove risiede una grande concentrazione di ebrei originari del Marocco, queste visite in successione proseguono fino a notte inoltrata. Anche il giorno seguente è dedicato alla famiglia e all'ospitalità, e in molti luoghi pubblici centinaia di celebranti si riuniscono insieme per fare picnic. Recentemente Mimouna è divenuta una celebrazione alla quale tutti vogliono partecipare, e spesso anche i politici traggono vantaggio da questa ricorrenza, cercando di ottenere il favore della popolazione di origine marocchina.

Consuetudini

Alimenti dolci

Il pranzo festivo è composto prevalentemente da alimenti dolci, che enfatizzano la speranza di una vita dolce, conserve di frutta, torte, marzapane e altri preparazioni casalinghe. Poiché questi alimenti vengono preparati durante Pesach, naturalmente sono privi di farina e di ingredienti ritenuti non kosher.

Mufleta 

E' il cibo tradizionale del Mimouna marocchino. Appena Pesach termina, e gli alimenti chametz sono di nuovo permessi, le donne preparano una pasta composta da farina e lievito, lavorata in forme piatte e circolari, fritte nel burro e servite con miele. E' il primo cibo chametz consumato dopo Pesach, e la farina viene acquistata immediatamente dopo il termine della festività.

Informazioni importanti

Cercate una famiglia marocchina che stia celebrando Mimouna, e provate l'esperienza di questa festa popolare, distaccata dalle tradizioni di preghiera e dai precetti religiosi tipici delle altre festività ebraiche>>.

Fonte: www.Israele-turismo.it


Ricordo del sacrificio pasquale

Pesach nella nostra era è solo un ricordo di come questa festa era celebrata quando esisteva il Beth haMiqdash. Allora l’intero popolo d’Israele, a milioni, confluiva in pellegrinaggio a Gerusalemme e tutto ruotava intorno al Pesach, nel senso letterale del termine, il sacrificio pasquale che veniva fatto nel pomeriggio del 14 di Nisan.

E’ buona norma nel pomeriggio di oggi ricordare come si svolgeva questa cerimonia, con la preghiera che questa commemorazione valga come se anche noi avessimo effettivamente offerto il Pesach.

La sintesi che segue in italiano deriva dal testo di rav Yaaqov Emdin:

<<Il Pesach veniva offerto dopo il sacrificio quotidiano pomeridiano che nei giorni feriali e di sabato veniva sacrificato alle ore 7,30 (dividendo per 12 le ore solari diurne). Ogni ebreo, sia uomo che donna, che potesse arrivare a Gerusalemme nel momento del sacrificio, era tenuto a parteciparvi. L’animale era un maschio di un anno, ovino o caprino. Veniva scannato in un luogo qualsiasi del cortile del Tempio, che per quella ora doveva essere completamente svuotato dal chametz. Il sangue della macellazione veniva raccolto in un recipiente da un sacerdote in cima a una catena umana di sacerdoti e passato di mano in mano fino al sacerdote più vicino all’altare, che lo riceveva e l’aspergeva sulla base dell’altare, e il recipiente tornava vuoto passando di mano in mano. I recipienti, con fondo convesso perché non potessero essere posati, facendo coagulare il sangue, potevano essere d’oro o d’argento e le file dei sacerdoti erano di recipienti o tutti d’oro o tutti d’argento.

Dopo si appendeva l’animale a un uncino, gli si toglieva la pelle, gli si apriva la pancia per togliere tutte le parti di grasso da presentare sull’altare, che venivano raccolte in recipienti, salate e portate a bruciare sulla pira dell’altare.

La cerimonia si svolgeva in tre gruppi, e ogni gruppo non poteva essere composto da meno di trenta persone (ma erano molti di più; ogni persona rappresentava tutti gli offerenti che si erano uniti per offrire un singolo animale). Una volta entrato un gruppo, si chiudevano le porte del cortile.

Durante la cerimonia i Leviti cantavano l’Hallel e i Sacerdoti suonavano lo shofar, accompagnati dal suono del flauto. L’Hallel con le suonate veniva ripetuto fino alla fine del servizio. Finito un gruppo, si aprivano le porte, i primi uscivano e i secondi entravano, e si ripeteva la cerimonia; ugualmente per la seconda e la terza volta. Alla fine si lavava il cortile chiudendo lo sbocco del corso d’acqua che percorreva il Santuario; il pavimento si allagava d’acqua che lavava tutto, poi si faceva scorrere tutto via riaprendo lo sbocco.

Ognuno usciva con il suo Pesach e andava ad arrostirlo. Lo si faceva con uno spiedo di legno di melograno, conficcato dalla bocca all’estremità opposta, appendendo lo spiedo con il fuoco sotto, con le cosce e le viscere fuori.

Se il 14 cadeva di sabato il pubblico aspettava la sera per uscire e andare a cucinare.
(La consumazione del Pesach avveniva alla fine della cena del Seder, oggi sostituita dall’afikomen). “Ricostruisci la Tua casa con un tempo mettendo nella sua funzione il Miqdash, mostraci la sua ricostruzione e facci gioire per la sua restaurazione”>>

Qualche regola per il Seder

Biblical Feasts - Pesach

Il vino

Nel corso del Seder si devono bere quattro bicchieri di vino. Spesso non si è consapevoli che si tratta di un vero e proprio rito che va compiuto con attenzione. Non si esce d’obbligo bevendo un sorso soltanto. Bisogna bere almeno la maggior parte di liquido presente in un bicchiere che deve contenere almeno almeno 86 ml (o cc). Se il bicchiere è più piccolo, non si adempie alla regola, se è molto più grande, si beve troppo vino e si rischia di non sopportarlo. Per misurare la capacità si tenga presente che i comuni bicchieri in plastica usa e getta per le bibite contengono di solito 200 ml (o 0,2 l) e la capacità è stampata nel fondo. Chi fa il qiddush non deve usare bicchieri di plastica. Se non si è in grado di sopportare il vino lo si può diluire con acqua anche fino al rapporto 1:1. Altrimenti si può usare succo d’uva (da dare ai bambini a scopo educativo). In genere è preferibile usare vino rosso, ma anche il bianco o rosato vanno bene se non c’è altro vino o se sono migliori o personalmente preferiti al rosso disponibile. Preferibilmente il vino dovrebbe essere non mevushal ma in caso di necessità c’è chi permette anche il mevushal, che senz’altro è consigliabile per alcuni ospiti.

matza

Matzà

Durante il Seder bisogna consumare matzà (azzime) e maror (erba amara). E' consigliabile consumare durante il Seder delle matzot shemurot, matzot preparate con farina controllata dal momento della mietitura del grano, reperibile nelle rivendite autorizzate. Bisogna mangiare almeno un kezait (circa 29 grammi) di matzà ed un kezait di maror. Le matzot attualmente in commercio pesano circa 30 grammi, per cui, mangiandone una intera, si esce dall'obbligo. Per il maror è necessario consumare 2-3 foglie di lattuga di medie dimensioni.



Maror

Nella tradizione italiana e sefardita si usa la lattuga. Si faccia molta attenzione all’accurata pulizia, foglia per foglia, perché specialmente in questi giorni sono infestate da insetti, che sono evidentemente proibiti. La quantità di lattuga da mangiare deve essere abbondante, non un pezzetto di foglia come molti usano.

Zero’a
 
Lo “zampetto”, da mettere nel piatto di servizio, deve essere abbrustolito sul fuoco, in ricordo del sacrificio pasquale. Può essere sostitutito da qualsiasi carne arrosto; gli ashkenazim usano un pezzo di pollo (di solito il collo) e non lo consumano la sera stessa. Quando alla fine dell’haggadà (*) si leggono i tre brani esplicativi su Pesach, Matzà e Maror, la matzà e il maror si prendono in mano, lo zampetto no; tutto questo per segnalare che non possiamo fare il sacrificio pasquale ai nostri tempi per assenza del Santuario.

Rochtzà

Le mani si lavano due volte, una all’inizio, per il karpas e una prima di mangiare la matzà. Tra il lavaggio delle mani e la benedizione per l’alimento bisogna stare in silenzio. Sono tutti tenuti a lavarsi le mani, donne e uomini e non come talora si fa erroneamente, solo gli uomini. Chi lava le mani agli altri deve prima lavarsele lui stesso.


Sedar Plate - Floral Silver Plated Seder Plate with edge


                                                                     Seder Plate


Luci per la festa
 
Sulla tavola per il seder o in sua vicinanza, si accendono due lumi, come per lo shabbat, e si recitano la prima e la seconda sera due benedizioni (ner shel yom tov e shehecheyanu). La prima sera le luci vanno accese prima che entri la festa, la seconda sera subito prima del qiddush, da fuoco già acceso.

Fonte: Moked - il portale dell'ebraismo italiano



(*)  

A ciascuno la sua Haggadà

Leggere, parlare e fare il Seder

A Pesach nelle nostre case succede una cosa abbastanza curiosa: quello che durante le cerimonie e le celebrazioni ufficiali ci è vietato, non solo a Pesach ci è permesso dalla Torà, ma anzi ne siamo obbligati. Stiamo parlando del parlare, raccontare e, in una certa misura, anche chiacchierare. Quante volte al Tempio ci siamo sentiti dire “silenzio!” oppure abbiamo ricevuto occhiate molto eloquenti dal rabbino o dal pubblico. Ebbene, questo a Pesach ci è concesso; infatti la Torà prescrive una mitzvà positiva (cioè un precetto che porta a “fare” qualcosa) che è quella di raccontare l’uscita del Popolo ebraico dall’Egitto. E di farlo il più a lungo possibile, nella lingua preferita, rivolgendosi a tutti ed ai bambini in particolare.
La Torà pone molta attenzione a questa mitzvà che non va presa alla leggera; l’obbligo di raccontare l’uscita degli ebrei dalla schiavitù egiziana è infatti parte integrante del Seder di Pesach, tanto quanto mangiare Matzà o Haroset o Maror. Questo precetto ha un altro particolare curioso: la maggior parte delle mitzvot ha un tempo limite per essere compiute; per esempio, rimanendo in tema di Seder di Pesach, la Afikomen va mangiata prima della mezzanotte. Per contro, il racconto dei miracoli che Dio fece per i nostri avi in Egitto, la descrizione delle dieci piaghe, il rispondere alle domande dei bambini va fatto di continuo e, se possibile, addirittura per tutta la notte.
Ma perché diamo così importanza ad un racconto? Quanti episodi ci sono nella Torà che ci danno almeno altrettanti insegnamenti, che offrono profondi spunti di riflessione e che, tuttavia, non abbiamo affatto l’obbligo di raccontare? La risposta è nella “attualità” dell’uscita dall’Egitto (come d’altra parte lo è la Torà intera); i Maestri insegnano che se si vuole conoscere cosa accadrà quando finalmente arriverà il Messia e quale cambiamento porterà questo evento nelle nostre vite, bisogna studiare il racconto che la Torà ci dà dell’uscita dall’Egitto. Come faremmo ad immaginare l’evento messianico semplicemente guardandoci intorno, rendendoci conto che il mondo è pieno di odio, che gli ebrei sono sempre minacciati con le scuse più ridicole, che Israele è in costante pericolo? Impossibile. Tireremmo un bel sospiro e finiremmo col dire: “mah… vedremo!” Se ci pensiamo un attimo è esattamente quello che passava per la mente dei nostri avi, sottomessi fisicamente e spiritualmente, svuotati di qualsiasi orgoglio e dignità individuale, senza nessuna via di scampo. Eppure Dio ci ha mandato Mosè e, come aveva promesso, ci ha portati fuori da quel tremendo incubo, elevandoci in brevissimo tempo ai più alti livelli spirituali e materiali. La salvezza dalla schiavitù egiziana è la prova tangibile della costante presenza di Dio anche nei momenti più tragici; è la prova che Dio non ci abbandona e che soffre con noi; è la prova (semmai qualcuno ne avesse bisogno) che Dio mantiene le sue promesse e, soprattutto, che lo fa proprio quando le speranze sembrano affievolirsi o spegnersi del tutto.
Ecco perché raccontare quell’evento è così importante.
Una volta questa mitzvà era lasciata quasi in esclusiva a colui che conduceva il Seder in quanto raramente si trovavano Hagadot tradotte o commentate in lingue che non fossero l’ebraico e quindi, chi non conosceva la lingua, era costretto a vivere tutta la cerimonia passivamente e forse perdendo non solo un precetto, ma anche il piacere di partecipare alla convivialità che è elemento portante del Seder di Pesach.
Oggi è diverso; è difficile, se ci avete fatto caso, trovarsi ad un Seder di Pesach in famiglia o a casa di amici e trovare Hagadot tutte uguali! C’è chi utilizza quella - famosa - in cui sono ancora indicati a matita i brani che venivano suddivisi tra i compagni di classe alle elementari. C’è chi tira fuori un librone di 10 chili con 20 pagine di Hagadà e 200 di commento e 100 di canzoni con tanto di spartito. C’è chi ce l’ha in italiano, chi in arabo, chi in persiano e chi in tutte le lingue. E non dimentichiamo i bambini il cui coinvolgimento è davvero parte essenziale della mitzvà e anche per loro esistono Hagadot disegnate e raccontate al loro livello e fatte in modo da stimolare la loro curiosità e quindi le loro domande. Non a caso il Seder comincia con “Ma Nishtanà?” cioè “Cosa cambia?” che è la domanda che i bimbi rivolgono ai genitori quando vedono che la tavola non è apparecchiata come le altre sere, che non ci sono le Hallot ma le Matzot, che si mangia il Haroset ed il Maror, e si sta adagiati sul lato sinistro e via dicendo.
Insomma, questa è una mitzvà che abbiamo imparato a fare bene. Forse proprio perché, pur non sapendolo, sentiamo il bisogno di sicurezza che la storia di Pesach infonde.


Fonte: "mosaico" - Comunità Ebraica di Milano

Quindi a tutti coloro che passeranno di qui, ebrei o non ebrei, auguro, di cuore:

CHAG PESACH SAMEACH !



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permalink | inviato da Piero P. il 8/4/2009 alle 19:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
CULTURA
Festività ebraiche. Verso Pesach 5769: Digiuno dei primogeniti.
8 aprile 2009

 
The Jewish Holidays di Michael Strassfeld

Calendario Festività Ebraiche di Michael Strassfeld

Fonte: http://www.comunitadibologna.it/


<<La vigilia di Pesach i primogeniti, sia da parte di madre, sia da parte di padre, digiunano dall'alba al tramonto, in ricordo di quando il Signore colpì i primogeniti egiziani, risparmiando quelli ebrei.

Secondo alcuni anche le primogenite digiunano. Ciascuno è tenuto a seguire il proprio uso locale (quello romano è che non digiunino).

Gli ammalati, il
 Mohel, il Sandaq
ed il padre del bambino, nel caso in cui ci sia una milà la vigilia di Pesach, sono assentati dal digiuno.

E' possibile interrompere il digiuno assistendo al
Sijum Massakhtà
,
una lezione pubblica che conclude lo studio di un trattato talmudico, o di un trattato di Mishnà con il commento di Rabbi Ovadià da Bertinoro.

Quest'anno (come già scritto, ndr)
in tutti i templi al termine della tefilà verrà recitata la benedizione del sole.>>

Fonte: "Pesach 5769 regole e significati" - Ufficio Rabbinico di Roma


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