.
Annunci online

marsspirit
Italia, Israele, ebraismo e cose varie
Link

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte


"Quando l'uomo è sincero,
quando la sua indignazione
è genuina, mossa da motivazioni
autentiche, non può perdere"
Elie Wiesel

www.flickr.com
Questo è un badge Flickr che mostra le foto pubbliche di Piero P.. Crea il tuo badge qui.
DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA DELLO STATO D'ISRAELE
In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale. Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo. Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele. Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni. Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele. Confidando nell'Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della 
patria, nella città di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948. Jewish Myspace Stuff “Zionism is not a political party. One may approach Zionism from any party, just as it encompasses all parts of the people’s lives. Zionism is the Jewish People-to-be.” Binyamin Ze’ev (Theodor) Herzl


Click for Parma, Italy Forecast

Add to Technorati Favorites

"Credo nel sole anche quando non splende, credo nell'amore anche quando non lo sento; credo in Dio anche quando tace". Scritta sul muro di una cantina di Colonia dove alcuni ebrei si nascosero per l'intera durata della guerra (riportata in "La tigre sotto la pelle" di Zvi Kolitz - Ed. Bollati Boringhieri)

CULTURA
Israele. Trovata la più antica iscrizione in ebraico?
31 ottobre 2008

Israele è sempre stato un luogo dove si sono incrociate varie vicende storiche di popoli fin dalla più lontana antichità, necessariamente è anche un luogo privilegiati per gli archeologi e, in generale per tutti gli studiosi dell'antichità.

In questo quadro si colloca la scoperta, fatta recentemente, di quella che appare, mentre sono in corso i doverosi ulteriori accertamenti, come la più antica iscrizione in ebraico fino ad oggi conosciuta.  

In questo caso, tra l'altro, parrebbe riaprirsi la mai risolta questione circa il fatto che il testo della Bibbia possa contenere anche indicazioni di carattere storico e geografico.



Archeologist Yossi Garfinkel crouching Sun. at dig near Beit Shemesh where pottery was unearthed that may bear oldest Hebrew writing ever found. (AP)

                 L'archeologo Yossi Garfinkel sullo scavo vicino a Beit Shemesh (AP) 

Secondo fonti dell'AP questi sarebbero gli estremi che riguarderebbero la scoperta:

<<Un archeologo israeliano, che sta scavando in un sito posto sulla sommità di una collina a sud di Gerusalemme, ritiene di aver scoperto la più antica iscrizione ebraica su di un coccio di ceramica trovato tra le rovine della città. Un ritrovamento che potrebbe consentire di gettare un'occhiata importante sulla cultura e sulla lingua della Terra Santa ai tempi della Bibbia.

Le cinque linee di caratteri sbiaditti scritti 3.000 anni fa e le rovine dell'insediamento fortificato dove sono state trovate, indicano che un regno potente degli Israeliti è esistito ai tempi del Re David del Vecchio Testamento, dice Yossi Garfinkel, l'archeologo della Hebrew University incaricato dei nuovi scavi a Hirbet Qeiyafa. 

Altri studiosi sono titubanti nell'abbracciare l'interpretazione di Garfinkel sui ritrovamenti, resi pubblici giovedì. Le scoperte già stanno sviluppando una discussione vigorosa e continua relativa al se gli eventi e le indicazioni geografiche della Bibbia debbano essere prese alla lettera.

Hirbet Qeiyafa è situata presso la città di Beit Shemesh, ai piedi delle colline della Giudea, un'area che, in passato, segnava la frontiera tra il territorio collinare abitato dagli Isareliti e quello costiero abitato dai loro nemici Filistei. 
Il luogo guarda sulla valle di Elah, che potrebbe essere stato il luogo dove ha avuto luogo lo scontro tra la fionda di David e il gigante filisteo Golia e si trova proprio vicino vicino alle rovine del luogo natio di Golia, la metropoli filistea di Gath.

                       Il frammmento di ceramica con le iscrizioni (AP)

Un teenager volontario ha trovato, in luglio, vicino alle scale e al tubo di lavaggio di una casa nella quale stava scavando, il coccio curvo proveniente dalle terraglie, di dimensioni di 15 centimetri per 15 centimetri.
Successivamente è stato scoperto che il coccio presentava cinque linee di caratteri conosciuti come proto-Canaanei, precursori dell'alfabeto ebraico.
L'analisi al carbonio-14 (*) dei pezzi di olivo bruciati sono stati trovati nello stesso strato ed hanno potuto essere datati in un periodo compreso fra il 1.000 e a 975 B.C., lo stesso periodo dell'età dell'oro biblica caratterizzata dal regno di Davide a Gerusalemme.

Gli studiosi hanno identificato altri, più piccoli frammenti ebraici a partire dal decimo secolo B.C., ma lo scritto, che Garfinkel suggerisce potrebbe fa parte di una lettera, precedente di circa 100 - 200 anni all'iscrizione ebraica più significativa. Infatti i testi ebraici più noti e storicamente più conosciuti sono quelli dei rotoli del Mar Morto, che risultano scritti su pergamena almeno 850 anni più tardi.

Il coccio è ora conservato in una cassaforte mentre i filologi stanno traducendo l'iscrizione, un'operazione che, secondo l'università potrà richiedere mesi. Tuttavia parecchie parole già sono state identificate ad esempio quelle che significano giudice, schiavo e re (altre fonti indicano le parole con i termini ebraici: "shofet", "melech" ed "eved" sottolineando, tuttavia, che i termini potrebbero riferirsi a parti di un nome, come "Achimelech" o "Evedel" (letteralmente "Fratello del Re", "Servo di Dio"), ndr).

Gli Israeliti non erano gli unici ad usare i caratteri proto-Canaanei ed altri studiosi suggeriscono che sia difficile - forse impossibile - concludere che il testo sia ebraico e non piuttosto una lingua parlata a quel tempo nella zona. Garfinkel basa la sua identificazione su di un verbo di tre lettera presente nell'iscrizione che significa fare, una parola che, ha detto, esiste soltanto nella lingua ebraica.

"Questo porta a credere che si tratti di ebraico e che questa sia la più vecchia iscrizione ebraica che sia stata trovata fino ad ora", ha detto.

Altri importanti archeologi Biblici hanno messo in guardia contro conclusioni affrettate.

Amihai Mazar, archeologo della Hebrew University,  ha detto che l'iscrizione è molto importante, poichè è il testo proto-Canaaneo più lungo mai trovato. Ma ha suggerito che il definire ebraico il testo potrebbe voler dire andare troppo lontano.
 
"Si tratta di proto-Cananeo", ha detto. "La differenza tra gli scritti e le lingue in quel periodo rimane incerto".

Altri studiosi ed archeologi ritengono che il racconto della Bibbia relativo al tempo di Davide sia stato scritto per aumentare la sua importanza e quella del suo regno e si tratti essenzialmente di un mito basato su brandelli di fatti concreti.

Ma se le affermazioni di Garfinkel trovassero conferma, indicherebbero che la Bibbia registra accuratamente gli eventi accaduti agli Israeliti, trasmettendo quella storia che, successivamente, venne scritta, centinaia di anni più tardi,  nel Vecchio Testamento.

Inoltre significherebbe che l'insediamento - una città fortificata con una porta monumentale larga 10 metri, una fortezza centrale e una parete dalla circonferenza di 700 metri - probabilmente sarebbe stato abitato dagli Israeliti.

I ritrovamenti ancora non hanno stabilito chi fossero i residenti, dice Aren Maier, un archeologo della Bar Ilan University che sta scavando vicino a Gath. Potrebbe diventare tutto più chiaro se, per esempio, fosse trovata la prova della dieta locale, ha detto: "Gli scavi hanno indicato che i filistei mangiavano cani e maiali, mentre gli Israeliti non lo facevano". 

"La natura dei cocci di ceramica rinvenuti sul luogo suggerisce che i residenti potrebbero essere nè Israeliti nè Filistei, ma membri di un terzo popolo dimenticato", ha detto.

"Se l'iscrizione è ebraica, indicherebbe un collegamento con gli Israeliti e farebbe, senza dubbio, del testo uno dei più importanti nel corpus delle iscrizioni ebraiche", ha detto Maier. "Ma ha comunque una grande importanza qualunque risulti la lingua con la quale è scritto", ha aggiunto. 

Saar Ganor, un ranger della Israel Antiquities Authority, ha notato la scala insolita delle pareti mentre perlustrava la zona nel 2003. Tre anni più tardi ha interessato Garfinkel e dopo che uno scavo preliminare ha avviato il lavoro seriamente questa estate. Fino ad ora risulta scavato unicamente il 4 per cento dell'insediamento ampio sei acri.

L'archeologia, fino ad ora, ha conseguito soltanto ritrovamenti limitati relativi al tempo di David, nei primi anni del 10° secolo B.C., spingendo alcuni studiosi a suggerire che il suo regno potrebbe esser stato molto piccolo o, a limite, non essere esistito affatto. 

Garfinkel ritiene che fortificazioni come quelle delle costruzioni di Hirbet Qeiyafa non potrebbero essere un'iniziativa locale. La costruzione delle pareti avrebbe richiesto lo spostamento 200.000 tonnellate di pietra, un'operazione troppo grande per i circa 500 abitanti che vi hanno vissuto. Invece, avrebbe richiesto l'esistenza di un regno organizzato come quello che la Bibbia dice Davide abbia governato.

Il sionismo ha tradizionalmente visto l'archeologia come strumento di supporto e di spiegazione della richiesta Ebraica dello Stato d'Israele e considerato il regno di Davide come l'antenato glorioso di una nuova condizione ebraica. Così trovare la prova evidente della sua esistenza  ha un'importanza che va oltre l'interesse degli studiosi.

Lo scavo, in parte, è sostenuto dalla Foundation Stone, un'organizzazione educativa ebraica, che spera, portando i volontari a lavorarvi di insegnare loro, in tal modo, la lezione nazionale e storica.

"Quando sono qui capisco di trovarmi sul fronte della battaglia tra Israeliti e Filistei" dice Rabbi Barnea Levi Selavan, direttore del gruppo. "Apro la mia Bibbia e leggo di Davide e di Golia e capisco di trovarmi nel contesto biblico". 

Proprio perchè il luogo potrebbe essere utile agli studiosi, l'archeologo Israele Finkelstein della Tel Aviv University ha sottolineato l'importanza che questo avvenga con l'aderenza a rigorosi criteri scientifici.

Finkelstein, che non ha visitato lo scavo ma ha assistito ad una presentazione dei risultati, ha messo in guardia contro quella che ha definito una rinascita nella credenza che quanto si trova scritto nella Bibbia sia accurata come quella di un giornale. Quel tipo di archeologia è stato favorito dagli scavatori europei del diciannovesimo secolo che hanno pescato a strascico per la Terra Santa ricercando le tracce fisiche di storie bibliche, con motivazioni e di metodi più romantici che scientifici.

"Questo
(cha accade oggi, ndr) può essere visto come componente di questo fenomeno", ha concluso Finkelstein>> .


Fonte: libera traduzione di Piero P. da "Hareetz" - 30.10.08

                                Immagine aerea del sito archeologico
          
                            Fonte: Israel Antiquities Authority
 

Filmato sul 'coccio' contenente le antiche iscrizioni (via Infolive.tv)

(*) Cos'e l'Analisi al Carbonio-14 o radio carbonio (cenni)

<<Tra i vari metodi di datazione assoluta, uno in particolare segnò in maniera indelebile il futuro della ricerca archeologica, espandendo notevolmente gli orizzonti della scienze storiche: Il metodo del radiocarbonio. Inventato da Willard Libby nel 1949, questa tecnica, fondandosi sul principio del decadimento radioattivo di un isotopo del carbonio, il carbonio14, permette di datare in maniera assoluta qualsiasi reperto contenente carbonio, come tessuti organici, legno, conchiglie, avorio ed addirittura l’anidride carbonica presente in acque fossili o imprigionate nei ghiacciai.

L’interazione tra l’atmosfera e la radiazione cosmica ha l’effetto di produrre atomi di carbonio14, i quali vengono ossidati immediatamente dall’ozono (O3) e trasformati in anidride carbonica che si mischia con quella già presente in tutta l’atmosfera. Successivamente, mediante i processi respiratori e la fotosintesi clorofilliana, il carbonio14 entra, sia direttamente che indirettamente, a far parte della composizione di ogni organismo vivente.

Durante il corso della loro vita gli esseri viventi continuano ad assumere radiocarbonio mantenendo in equlibrio costante la quantità di detto elemento nei tessuti, ma al momento della loro morte interrompono questa continua assunzione di carbonio14, facendo in modo che quest’ultimo cominci a diminuire di quantità, fino alla sua disintegrazione totale. Si è scoperto che il carbonio14 perde la meta del suo peso atomico in 5730 anni, in tal modo possiamo conoscerne la velocità di decadimento. Quanto detto ci consente di datare un reperto attraverso il confronto tra il suo contenuto residuo di carbonio14 e quello di un campione standard, che è per convenzione l’acido ossalico preparato il 1 gennaio 1950 dal National Bureau of Standards, Usa. Le date così ottenute non sono riferite quindi al presente ma al 1950 e vengono espresse con la dizione before present (BP), ad esempio il 1900BP corrisponde al 50AD, pertanto, se si volesse creare una scala cronologica, l’anno 0 corrisponderebbe al 1950AD. Il limite operativo di questa metodologia è rappresentato dagli ultimi 60000 anni, i reperti riferiti ad età più antiche non possono datarsi in quanto il segnale residuo di carbonio14 si confonde con il rumore di fondo ambientale.

Con il progredire degli studi ci si è accorti di alcuni limiti che presentava questo metodo, in particolare si è scoperto che nel corso del tempo l’assimilazione del carbonio14 da parte degli organismi viventi non è stata costante. Questa scoperta ha comportato l’esigenza di calibrare le datazioni ottenute con il metodo del radiocarbonio in quanto uno dei principi cardine su cui si basa questa tecnica afferma che sia la costanza della radiazione cosmica, sia la produzione di carbonio14 siano state identiche a quelle rilevate nel 1950 e che non siano mutate nel corso del tempo. Per poter calibrare le date ottenute con il radiocarbonio bisogna usare delle particolari curve di correzione espresse in anni calendarici. Il metodo universalmente usato e che ha dato i migliori risultati, è quello mediante calibrazione dendrocronologica , vale a dire per mezzo della datazione degli anelli di accrescimento delle grandi piante. La tecnica dendrocronologica si basa su di un fenomeno naturale cioè la crescita annuale che coinvolge un’albero nel corso della sua vita. Le nuove cellule prodotte si dispongono ad anello attorno a quelle prodotte gli anni precedenti e vanno a formare ciò che viene denominato “cerchio annuale”, questi è di spessore variabile a seconda che si sia formato in un anno piovoso o secco. I vari cerchi sono facilmente riconoscibili gli uni dagli altri e costituiscono delle vere e proprie sequenze cronologiche che prendono il nome di “sequenze dendrocronologiche”.Basterà effettuare un campionamento mediante carotaggio dall’albero e quindi, sapendo che all’anello più esterno corrisponde l’anno della morte della pianta, procedere a ritroso. Il fatto che alberi della medesima specie e provenienti dallo stesso contesto climatico – regionale siano facilmente correlabili a permesso di costruire delle serie cronologiche di 11000 anni (pino e quercia tedeschi) grazie al confronto con legni provenienti da contesti archeologici.

Dopo aver spiegato sommariamente i principi base del metodo dendrocronologico, torniamo alla calibrazione del radiocarbonio. L’operazione di base consiste nel tagliare alcuni pezzi di legno, gia perfettamente datati mediante analisi dendrocronologica, in parti molto sottili, cioè contenenti il minor numero possibile di cerchi annuali, dopo questa fase si procede con il datare mediante carbonio14 ognuna di queste parti in modo che ad ogni “fettina” di legno corrispondano due date, una dendrocronologica ed una al radiocarbonio. Basterà allora costruire un semplice grafico cartesiano e confrontare la datazione al radiocarbonio di un reperto, con il valore corrispondente nella scala dendrocronologica per avere, in linea di principio, una data calibrata>>.

Fonte: http://web.tiscali.it/anthropage/radiocarbonio.htm

Aggiornamento

Con un giorno di ritardo la notizia è ripresa anche da media italiani: "Corriere della Sera" e "Repubblica" (che, a sua volta riprende la notizia dal New York Times).

DIARI
Israele. Ilan Ramon e "il diario delle stelle"
30 ottobre 2008

1 Febbraio 2003: uno Shuttle, il "Columbia", si disintegra rientrando dalla sua missione nello spazio. A bordo, tra i sette componenti dell'equipaggio, anche il primo astronauta israeliano, Ilan Ramon.

Quella tragica morte 'ritorna' oggi ad interessare perchè è stato possibile non solo recuperare i frammenti del suo diario scritto in ebraico, ma anche, dopo una lunga e difficile operazione, renderlo nuovamente leggibile, almeno in parte.

Può apparire un dato privo di significato, ma al contrario sembra porsi, forse come ogni cosa che riguardi la memoria per un israeliano e più in generale per un ebreo, come momento sul quale è doveroso soffermarsi. Con rispetto e condividendo le emozioni, le ansie e le aspettative di quel giovane 'pioniere' che, purtroppo, è restato in quello spazio che aveva tanto a lungo sognato. 

Piace ricordarlo qui, sia pure con dolore per la perdita, per sottolineare quella capacità che la gente di Israele ha di essere protagonista anche in queste sfide che richiedono -disgraziatamente in questo caso con esiti nefasti- la tecnologia e la preparazione ai più alti livelli.

E, non appaia uno sfregio alla memoria, anche per la sua fede che ha saputo testimoniare in ambienti, le stelle appunto, dai quali la si riterrebbe esclusa a priori.

In fondo Ilan non è solo per gli israeliani, ma anche per tutti coloro che hanno aspirazioni che non si limitino ai soli aspetti materiali dell'esistenza, 'uno di noi'. Un uomo capace di spingersi avanti, oltre la frontiera più lontana, sapendo di rischiare, ma anche di di operare perchè tutti, insieme, si potesse progredire.

Avendo il coraggio di sfidare anche l'imponderabile, non perchè si sentisse superuomo, ma per rendere palese la volontà di ogni uomo di guardare avanti. Oltre gli ostacoli.

Con la consapevolezza che proprio 'questa umanità', con i suoi difetti pur tanto palesi, può anzi deve ancora sperare. Come ha fatto, e forse sta ancora facendo, lui.




Ilan Ramon (Colonel, Israel Air Force), payload specialist representing the Israel Space Agency (ISA). November 2002.

                                     Col. Ilan Ramon


                                             


                                             Col. Ilan Ramon's Diary




Così racconta questa incredibile storia, insieme angosciante e suggestiva, Giulio Meotti:

<<Lo chiamano il “diario delle stelle”. Quando l’esploratore di una tribù indiana del Texas li ha trovati erano soltanto un impasto di carta, piovuto da sessanta chilometri di altitudine e dopo aver superato due mesi di pioggia e sole.

Alla Nasa nessuno aveva capito che cosa fossero. Poi hanno pensato di far vedere le pagine alla vedova di Ilan Ramon.

Un’equipe israeliana ha ora reso leggibili gli “appunti dal cielo” di Ilan Ramon, uno degli astronauti dello shuttle Columbia morto il primo febbraio 2003. I brandelli di carta sono per miracolo sopravvissuti al mostruoso calore dell’ultimo tuffo della navetta spaziale nell’atmosfera.

La scrittura ebraica di Ramon ha resistito a temperature di mille gradi centigradi. Le diciotto pagine, ricavate mettendo assieme frammenti piccoli come un’unghia, utilizzando un software a infrarossi per scovare le parole, sono esposte al museo di Gerusalemme per il sessantesimo anniversario dello stato ebraico. Accanto al diario di Adolf Eichmann e all’ultima melodia della pace cantata da Yitzhak Rabin prima che fosse ucciso.

“E’ un miracolo che sia sopravvissuto” dice il curatore del diario, Yigal Zalmona. Le pagine di “Ilan shelanu”, il “nostro Ilan”, come lo chiamano gli israeliani, raccontano gli ultimi giorni di un uomo che portò con sé dei simboli legati alla storia del proprio popolo, come un pugno di terra d’Israele e un bicchierino da shabbath.

Figlio di sopravvissuti ai campi di concentramento, Ramon aveva anche un disegno della terra vista dalla luna fatto da un bambino, Peter Ginz, ucciso ad Auschwitz.

Fra le pagine recuperate è leggibile quella sui dubbi religiosi di Ramon. Come rispettare il riposo dello shabbath se nello spazio il sole sorge e tramonta sedici volte al giorno? “No. No. Non ci credevo. Fino a che i motori non si sono accesi, ho avuto dubbi che non saremmo partiti”, ha scritto Ramon.

Come osservare il kiddush, il brindisi del sabato, in assenza di gravità? Ramon decise di recitare le preghiere tenendo in mano una bottiglia di vino chiusa. Poi, con una cannuccia, ne bevve un sorso.

Scrisse Ramon: “Assaf, mio primogenito. Ogni notte guarda al cielo e pensa a me che gli giro attorno. Un poco lontano ma vicino col cuore. Ti amo. Mi manchi. Prendi cura di te stesso di tua madre e dei tuoi fratelli”. Il colonnello diceva che il suo volo “ha un valore molto simbolico per Israele, soprattutto per i sopravvissuti all’Olocausto”.

Anche la sua Torah era sfuggita alla distruzione. Gliela aveva affidata lo scienziato Joachim Joseph, che ricevette in dono il volume da un rabbino morto a Bergen- Belsen cui aveva promesso che avrebbe raccontato la sua storia se fosse scampato all’Olocausto.
 
Infine, Ramon aveva con sè una moneta coniata a Gerusalemme poco prima che i romani distruggessero il Tempio e con impressa la scritta: “Salvezza per il popolo d’Israele”.

Sono passati sessanta secondi dal momento in cui l’equipaggio si è accorto del guasto e la disintegrazione del Columbia. “Ogni secondo è come venti anni”, ha detto il padre di Ramon, Eliezer Wolferman. “Non posso spiegarlo, ma lo spazio è inferno, inferno”.

Dopo quel volo Ramon “è diventato per sempre parte dell’universo”. Non ci è arrivata la porzione di diario del suo “dvar Torah”, il messaggio dalla Torah. Si sa soltanto che parla della B’shalah, la liberazione dalla schiavitù in Egitto. Resterà per sempre indecifrabile. Come nella leggenda che narra del mistico ebreo Baal Shem-Tov: incontrò il Messia e gli chiese quando sarebbe disceso sulla Terra; la risposta fu: “Quando il vostro messaggio arriverà in cielo”>>.


Fonte: "Il Foglio" - 28.10.08

Breve biografia

Ilan Ramon (Ramat Gan, 20 giugno 1954 – Texas, 1 febbraio 2003 è stato un astronauta israeliano vittima dell’incidente dello Shuttle Columbia.

Ramon è nato in Israele, sua madre e sua nonna sono sopravvissute al campo di concentramento di Auschwitz. Di religione ebraica Ramon ha seguito le regole religiose anche in orbita, restando in contatto con un rabbino. È stato il primo astronauta a chiedere cibo casher.

Nel 1987 ha conseguito un bachelor of science in ingegneria informatica. È stato un colonnello e pilota dell’aviazione militare israeliana collezionando migliaia di ore di volo.

Nel 1997 è stato selezionato dalla NASA come specialista del carico utile. È stato assegnato alla missione STS-107 dello Shuttle.

Fonte: Wikipedia







The stamp shows: a portrait of Ilan Ramon in space suit; the view from the space shuttle of the area of Israel and the Sinai peninsula; map of the stars; Columbia Space Shuttle; Israel Space Agency (ISA) emblem. The tab shows sunrise as seen from space; and flisht symbol STS-107.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. diario ilan ramon shuttle columbia STS-107

permalink | inviato da Piero P. il 30/10/2008 alle 0:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
vita familiare
Ricette ebraiche: Spinaci con pinoli e uvetta
29 ottobre 2008

Ecco, per gli amanti della buona cucina, una nuova ricetta del repertorio della "Cucina di Mammasciudde", della simpatica Donatella Limentani.



<<Eccomi per la seconda volta a descrivere una pietanza della Rona del Ghetto a base di pinoli e uvetta. Anche se nella ricetta delle "triglie con pinoli e passerine" compariva l'aceto a determinare il sapore agrodolce , negli spinaci che sto presentando, pinoli e uvetta (chiamata a Roma "passerina" in quanto essicata ovvero passita) hanno le stesse caratteristiche. Insieme alla cipolla addolciscono il sapore deciso, un po' aspro, degli spinaci.
Questi ortaggi dalle foglie verdi, tenere e saporite giunsero in Italia dall'Oriente, precisamente dalla Persia, portati dagli Arabi nell'VIII secolo d.e.v. Sul loro nome ci sono varie ipotesi: quello arabo "aspanakh" in Europa divenne sia "spinachi" per il seme spinoso che "spagnaci" perchè provenivano dalla Spagna dove gli Arabi si erano stanziati dal 711. Nel più antico libro di cucina italiano, il meridionale "liber de coquina" di un anonimo gastronomo della Corte angiolina del 1300, tra le priome ricette di verdure ce n'è una in cui gli spinaci sono chiamati con il termine latino dell'epoca "spiniargia". Dal XVI secolo sono stati detti "spinaci", nome che è rimasto invariato fino ai nostri giorni. E' anche incerto il luogo di origine di questa ricetta che, con titoli diversi ed alcune varianti, è presente in Lombardia, a Milano, nel Veneto, a Padova e Venezia, in Romagna, in Sicilia e a Roma.
I gastronomi danno motivazioni differenti. Alcuni suppongono che "gli spinaci alla milanese" derivino dall'uso austro-ungarico della pietanza a base di soli pinoli. Altri asseriscono che la ricetta con pinoli e uvetta sia stata portata in Veneto ed in Romagna dagli Ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492. C'è chi ritiene che sia di matrice siciliana e sia stata fatta conoscere in ogni parte d'Italia verso la metà del '500 dai nostri fratelli dopo la cacciata dall'isola amministrata dagli Spagnoli.
Comunque in quel secolo gli spinaci erano considerati in genere "cibo da ebrei".
Di parere del tutto diverso erano altri studiosi interessati alla storia dell'alimentazione. Essi hanno sostenuto che nel Lazio uvetta e pinoli erano usati fin dall'antichità per insaporire le pietanze e quindi l'abbinamento di quei due frutti con cipolla e spinaci potrebbe risalire alle lontane prime coltivazioni di quest'ultimi che sono quasi inesistenti allo stato selvatico. Detti semplicemente "alla romana", "strascinati in padella" o "alla trasteverina" (Chissà se hanno questo nome perchè venivano preparati dagli Ebrei che vivevano in Trastevere prima di essere rinchiusi nel Ghetto!) hanno fatto il loro ingresso, cambiando nome, sulle tavole degli abitanti del Ghetto.
Siccome sono più gustosi freddi, si possono mangiare all'uscita di Kippur come contorno oppure di Sabato perchè sebbene gli spinaci siano un ortaggio invernale, la raccolta delle foglie o delle piante può essere fatta in ogni stagione dell'anno dato che le varietà sono tante>>.

Gli spinaci con pinoli e uvetta

Ingredienti per 4 persone: 1 kg. di spinaci, 1 cucchiaio di uvetta sultanina, 1 cucchiaio di pinoli, 2 cipolline, sale, olio extravergine d'oliva.

Preparazione in 30 minuti circa.

Pulire gli spinaci togliendo le testine, cioè le radici, che tengono unite le foglie. Lavarli a lungo per togliere la terra ed eventuali insetti.
Lessarli in pochissima acqua e sale per pochi minuti.
Quindi scolarli, strizzarli con le mani appena sono tiepidi e metterli in una padella con l'olio e le cipolline. Rimestarli spesso per farli insaporire. Quando non c'è più liquido e rimangono in olio, aggiungere i pinoli e l'uvetta precedentemente lavata, tenuta a bagno nell'acqua tiepida in modo che rinvenga ed asciugata. Girare bene per mescolare tutti gli ingredienti e servire la pietanza sia calda sia fredda.

Fonte: "Shalom" - Settembre 2005

politica estera
Yossi Beilin lascia la politica. Il 'campo della pace' perde un attore importante
29 ottobre 2008
 

                                                          Yossi Beilin



Ieri è giunta da Israele una notizia che non può rallegrare tutti coloro che sono impegnati nel processo di pace: Yossi Beilin, l'ex capo di Meretz e uno degli artefici ('l'architetto') degli accordi di Oslo, non si ripresenterà alle prossime elezioni politiche.

Beilin è stato dei più attivi ed influenti esponenti della sinistra israeliana, ma  già da qualche tempo circolava la voce di un suo abbandono della vita politica.

In effetti, come scrive la stampa israeliana, con la sua partenza 'si chiude un'era'.

La sua carriera è iniziata quando, nel 1977, ha servito come portavoce del Partito Laburista e come Capo di Gabinetto e direttore generale al Ministero degli Esteri.

Da molti è stato considerato un 'protetto' di Shimon Peres.

E' stato eletto alla Knesset per la prima volta nel 1988. Successivamente è stato Ministro della Giustizia e Ministro degli Affari religiosi.

In seguito è entrato a far parte del 
Meretz-Yahad, un partito che oggi detiene cinque seggi alla Knesset, dopo averne avuti un massimo di 12.


Ha contribuito a sviluppare l'Iniziativa di Ginevra con lo scopo di raggiungere un accordo di pace tra israeliani e palestinesi.

Fonte: "Jerusalem Post" e "Ynet.news" - "Haaretz" 28.10.08


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. oslo meretz yossi beilin

permalink | inviato da Piero P. il 29/10/2008 alle 0:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
politica estera
La TV di Abbas predica l'odio. L'Occidente... paga!
28 ottobre 2008

Sostanzialmente si è sempre saputo che il fondi stanziati a favore dell'Autorità Palestinese dalla comunità internazionale erano mal gestiti e spesso, come nel caso paradigmatico di Arafat, servivano anche per creare ricchezze personali. 

Eppure non abbiamo mai fatto troppa attenzione a questo fatto. Magari, ci si è detti, il fatto stesso che siano arabi non consente che li si possa valutare con il nostro metro occidentale.

E intanto loro, anche passato Arafat, archiviata pure la Coneferenza di Annapolis hanno sempre utilizzato quei fondi sostanzialmente per favorire la crescita dell'odio e della negazione dell'esistenza stessa di Israele.

Utilizzando in misura notevolissima il potere della TV, ma anche quello che deriva, per quanto riguarda la formazione delle future classi dirigenti, i libri di testo.

Su questo insieme, orrendo, di intrecci e di convenienze non sempre piacevoli da sentire, apre il sipario una organizzazione, Palestina Media Watch, che da più di dieci anni svolge un prezioso compito di monitoraggio nell'area medio orientale.

I dati che appaiono non si può dire siano sconcertanti, perchè, in fondo, un'analisi corretta delle dichiarazioni degli interessati e delle loro pubblicazioni avrebbe dovuto spingerci a meditare su questa realtà: la violenza del 'moderato' Abbas esiste e viene propagandata a spese nostre.

Le nostre tasse servono, tra le altre cose, a dare un supporto concreto a chi non vuole implicitamente (ma spesso anche eslicitamente) che uno dei 'due Stati' sia Israele.

Sono righe che meritano una riflessione. 


                              

                                 La terra dei 'due Stati' secondo la TV di Abbas

<<Firmereste un assegno di $120 milioni e lo dareste ad un ex terrorista senza prestare attenzione e sorvegliare che cosa stia facendo con i vostri soldi?
Questo è esattamente quello che la Norvegia, a capo del comitato di collegamento ad-hoc che coordina il finanziamento internazionale all'Autorità Palestinese, sta facendo con le somme che provengono dalle tasse di tutti i cittadini.

In risposta alla vasta documentazione fornita dalla Palestinian Media Watch circa la promozione dell'odio sulla TV ufficiale della Palestinian Authority di Fatah, il ministro degli affari esteri norvegese Jonas Gahr Støre ha fatto recentemente una serie di dichiarazioni che difendono la Tv della PA e mostrano che egli è completamente all'oscuro dei contenuti che questa trasmette. Poi, con la disinformazione che gli è propria, ha sottoscritto un ulteriore assegno per 85 milione corone scandinave a favore della PA di Mahmoud Abbas, che controlla appunto la TV della PA. 

Il ministro degli affari esteri norvegese non è certamente diabolico. Come non lo sono altri europei. Come non lo sono gli Americani, che, secondo un recente accordo, forniranno alla PA $150 milioni supplementari portando il contributo complessivo per il 2008 a più di $700 milioni, più di quanto previsto dalla conferenza dei donatori del Dicembre 2007.

Ma questi Paesi depongono soldi ai piedi di Abbas con un'infatuazione tale da far pensare che lo considerino un clone di Madre Teresa. Purtroppo, se i suoi messaggi ai bambini palestinesi sono un indicatore, Abbas sembra molto più il clone del suo predecessore, il signore del terrore Yasser Arafat, che un pacificatore.

Difendendo questa abbondanza di somme a favore di Abas, Støre ha detto: " Questa [PA-Fatah TV] emittente non si può dire serva all'indottrinamento dei bambini o alla negazione del diritto di esistere di Israele..." ed ha aggiunto che l'obiezione di utilizzare la TV per il " incitare al terrorismo di diffusione esortare o all'odio", non può essere rivolta alla PA TV.

PURTROPPO tutto questo è completamente sbagliato. Durante gli 11 anni di esistenza della PMW non c'è mai stato un periodo di demonizzazione di Israele e della negazione della sua esistenza tramite i mezzi controllati dalla PA (Fatah) come durante gli 11 mesi che hanno fatto seguitop alla Conferenza di Annapolis.

Gli ebrei e gli israeliani sono demonizzati dalla PA con le diffamazioni cattive - compreso le bugie inckuse quelle relative al fatto che Israele propaga intenzionalmente il AIDS e le droghe tra i Palestinesi, che sviluppa comportamenti come i Nazisti facendo gli esperimenti medici sui prigionieri palestinesi, che ha rapito bambini palestinesi nel 1948 per crescerli come ebrei e che sta progettando di distruggere la moschea di Aksa. Un documentario "storico" della PA TV mostrano montaggi odiosi descritti come documentari, compreso il video dei cadaveri filmati nel Libano in 1982 che la PA TV ha presentato erroneamente come prova di cosiddetto "massacro israeliano" del 1948. Israele è stato persino accusato di allevare i ratti soprannaturali per inseguire gli arabi che vivono a Gerusalemme. 

Fino al punto che il riconoscimento di Israele presentato dalla TV di Abbas non è molto differente da quello della TV di Hamas: inequivocabile è la negazione dell'esistenza di Israele e del suo stesso diritto di esistere. Sono noti questi esempi recenti della TV in cui i giovani bambini palestinesi sono stati spinti a ripetere che Israele da Metulla a Eilat è "Palestina occupata" che deve "ritornare".

Bambino: "Il mio nome è Hiyam e vengo da Safad occupata" ;

Bambino: " Il mio nome è Raad e vengo da Acre occupata";
 
Bambino: " Il mio nome è Arhaf da Haifa occupata. Spero che la Palestine ritorni e che noi possiamo di difenderla". 

Di seguito a queste dichiarazioni, un altro bambino è stato chiamato ed ha detto: "Vengo da Beersheba". Il conduttore della PA TV lo ha corretto rapidamente: " Da Beersheba occupata… naturalmente, dal Negev occupato. Benediciamo tutti i nostri bambini del Negev e sono molto felice che i nostri bambini dalle zone occupate della Palestina stiano definendo così, quelle [aree] che Israele occupa". 

Domande in un quiz TV per bambini.
Conduttore: "Lista dei porti palestinesi"; (Risposta corretta): "The Haifa port, Jaffa, Ashkelon, Eilat, Ashdod and Gaza"di Haifa;
Conduttore: "Quanto è grande la Palestina?"
Haidar: "27.000 km quadrati"
Conduttore: " Corretto".

Judea e Samaria - quella che viene chiamata West Bank - in sieme alla Striscia di Gaza portano l'estensione del territorio a soli 6.000 chilometri quadrati. L'unico modo per raggiungere un'area di 27.000 chilometri quadrati è includere l'Israele pre-1967, quindi creando uno "Stato della Palestina" al posto di Israele.

Questi sono solo alcuni degli esempi infiniti di indottrinamento. 

Quando il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha annunciato la sua visione di un mondo senza Israele ha chiamato tutto il mondo a metterlo alla prova. Tuttavia quando la Tv di Abbas insegna a bambini palestinesi una visione identica di un mondo senza Israele, i Paesi Occidentali corrono col loro libretto degli assegni per accrescere i suoi fondi.

Il PA glorifica apertamente i terroristi persino coloro che ha assassinato dopo Annapolis. Il terrorista di suicida di Dimona, l'assassino degli otto allievi di yeshiva di Gerusalemme, l'arci-terrorista Imad Mughniyeh ed tanti altri sono stati glorificati come shahids palestinesi - martiri santi - in giornali ufficiali e televisione della PA nel 2008.

La PA TV ha prodotto una coltura musicale sistematica di odio. La PA TV sta trasmettendo per radio un video musicale da oltre un anno con un messaggio rivolto a Israele che ripete: "Il mio nemico, il mio nemico… un serpente, arrotolato intorno alla terra… non avete scelta, oh nemico, ma lasciare la mia Patria". 

La leadesrship della PA, inoltre, abbraccia ed apertamente afferma l'ideologia di Arafat per distruggere Israele attraverso varie fasi. In un'intervista recente della PA TV, un MP di Fatah ha detto: "Questo non significa che noi non vogliamo i confini del 1948 bordi [cioè la distruzione di Israele], ma nel nostro programma politico corrente, diciamo che vogliamo uno stato che abbia i confini del 1967".

Dopo che ho presentato la settimana scorsa questo materiale in una conferenza nel Parlamento norvegese, Siv Jenson, il presidente del Progress Party, si è alzato in piedi ed ha annunciato pubblicamente che in caso di vittoria del suo partito nelle prossime elezioni (che lo vede in vantaggio nei polls), taglierebbe tutto il finanziamento al PA.

Tuttavia, il problema è troppo urgente per attendere. Il governo norvegese, come capo del comitato che coordina il finanziamento internazionale, ha l'obbligo morale non solo di far cessare immediatamente la costituzione di un fondo per la macchina d'odio costituita dalla PA, ma di suggerire che l'intero insieme dei donatori internazionali cessino di costituire un fondo per l'Autorità Palestinese e condizionino un rinnovato finanziamento alla riscrittura dei libri scolastici della PA e su un cambiamento nel worldview della PA. 

Finchè i capi della PA continuano a vedere il processo corrente solo come una fase verso la distruzione di Israele, la PA non è degna di alcun contributo finanziario. La responsabilità che ricade sulla PA è quella di dimostare alla propria gente che sta promuovendo la pace. In arabo e non in inglese come quando le macchine fotografiche e le TV sono in azione.

Il mondo non deve dimenticare che quella la macchina dell'odio rappresentata dall'Autorità Palestinese, è stata costituita con un fondo occidentale, e che a partire dal 1994 al 2000, essa ha condotto la guerra terroristica e sistematica più lunga nella storia.
 
Al timone erano Yasser Arafat e il suo fidato, Mahmoud Abbas. Abbas è cambiato da allora? Mentre la sua voce inglese è pacifica, la sua voce con i suoi media arabi è più velenosa ed odiosa che mai.


È tempo che i finanziatori occidentali del PA siano giudicati come moralmente, legalmente e finanziariamente responsabili dei crimini terroristici voluti dalla PA, così come i finanziatori di Hamas saranno giudicati finanziariamente responsabili per le vittime del terrore di Hamas davanti a tutti i Tribunali del mondo.

Sono colpevoli di negligenza criminale, ed ancora sono moralmente responsabili di quella possibile guerra e del terrorismo che si svilupperà in questa generazione di bambini cresciuti dalla PA, nell'indottrinamento e nell'odio con i soldi dell'Europa e degli Stati Uniti.

Mi è stato chiesto da un giornalista, dopo la mia presentazione al Parlamento, se pensassi che fosse giusto che la Norvegia interferisse con la libertà di espressione palestinese. La mia risposta è molto diretta: I Palestinesi hanno il diritto inalienabile di indottrinare e di far crescere malvagità ed avversione cieche nei loro ragazzi, ma la Norvegia e l'Ovest hanno l'obbligo morale di smettere di pagare per questo>>.

Fonte: libera traduzione di Piero P. dal "Jerusalem Post" - 26.10.08

 


                                                Il logo di Fatah
letteratura
Giudizi contrastanti sull'ultima opera di Grossman
27 ottobre 2008

E' sempre difficile l'opera di colui (o colei) che recensisce l'ultima opera di uno scrittore famoso. Oscilla, probabilmente, tra il desiderio di riscoprire qualche cosa che prima non si era notato nell'autore, nel suo stile, nella sua capacità di offrire le 'sue storie' al lettore, e la ricerca di un 'passo falso', di qualche cosa che renda l'ultima produzione meno gradevole delle precedenti.

Il problema assume poi ulteriore rilevanza quando, lo si voglia o no, si deve fare i conti su quanto si prova nei confronti di chi, come nel caso di David Grossman, ha perso un figlio in guerra e quindi è necessariamente un uomo sofferente.

Poi vengono le simpatie (e le antipatie) che giacciono, consapevolmente o no, dentro ad ognuno ed ecco speigato come per "A un cerbiatto somiglia il mio amore", possa essere letto e descritto con chiavi differenti

Al lettore, magari spinto proprio da queste differenze, non resta che il desiderio di accostarsi di persona 'alla fonte' e di esprimere un proprio giudizio. 


David Grossman (2007)

                                              David Grossman

                                             Fonte: Wikipedia




Questa l'analisi del volume curata da Elena Loewenthal:

<<“Ofer sta bene, tagliò corto Orah…Almeno fino a ieri sera stava bene, confermò ad Avram. L’ultimo messaggio è delle undici e un quarto. Lanciò un’occhiata all’orologio. Avram controllò la posizione del sole”. La storia è quasi finita, o forse appena cominciata. Il lettore ha alle spalle pressoché ottocento pagine, Orah e Avram si diranno ancora ben poco, seduti lì su quella pietra gelida. E Ofer? Non sarà più “solo parole” per nessuno.

C’è un daimon, nella narrativa israeliana, sul quale prima o poi varrà la pena riflettere: lo spazio autobiografico. Non nel senso di puro diario, di vita che vale la pena di essere raccontata tal qual è: essa diventa infatti materia scritta soltanto attraverso una sorta di trasfigurazione artistica in cui l’esperienza personale costituisce il perno della scrittura, ne traccia l’ispirazione, ma anche il non detto.

Disegna sulla pagina parole e ancor più silenzi. Con “Una storia di amore e di tenebra” Amos Oz ha dato una svolta alla propria esperienza di scrittore ma anche al suo universo letterario: tutto è successo quando ha capito che poteva narrare, e prima ancora dire, del suicidio di sua madre, cinquant’anni prima. Aharon Appelfeld ha tramutato la memoria vissuta nell’Europa della Shoah in sostanza di fiction che continuamente si rinnova.

E ora, a questa poetica che espone l’io narrante con una sincerità rigorosa, impudica, dà voce David Grossman nel suo ultimo romanzo: “A un cerbiatto somiglia il mio amore”. Il titolo originale ebraico suona invece così: “Una donna che scappa da una notizia” ed è difficile comprendere che cosa abbia condotto l’editore italiano a una declinazione tanto diversa – un versetto del Cantico che a un certo punto fa capolino nel libro.

Orah è una madre. Ha due figli e un ex marito. Il primo figlio, che si chiama Adam, è lontano insieme a suo padre. Ofer invece è suo, tutto suo. Sta per finire il servizio militare, poi viene richiamato per un’operazione bellica delicata e rischiosa. Orah decide che non ce la fa, ad aspettarlo così. Parte per andare lontano, ma Israele è un paese piccolo dove le lontananze sono quasi ridicole. Allora decide di spingersi più in là non nello spazio, bensì nel tempo. Perché Ofer è figlio suo e di Ilan, il marito da cui è separata da un anno circa. Ma è anche figlio di uno strano, doloroso e irrinunciabile triangolo di amore e di vita. Fra lei, Ilan e Avram: “ciò che era successo lassù, in quelle notti…era troppo prezioso e raro per essere riferito a estranei”.

E invece a noi lettori lo racconta.

Tutto comincia nel lontano 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, in un reparto d’isolamento di un ospedale a Gerusalemme. Prosegue con la Guerra del Kippur, il fronte, il fuoco, l’orrore, le carceri egiziane. Grossman descrive la guerra – qualunque essa sia – in un modo mirabile. Entra con questi ricordi dentro la coscienza più profonda di tutto un paese, il suo. Dà una misura personale ai traumi collettivi: la paura d’essere assediati, isolati, stretti in una morsa mortale. Ofer, che nel libro non parla e non vive se non attraverso il racconto che sua madre Orah affida ad Avram, è lo specchio di tutto questo. Un ragazzo che invece di tornare da sua madre che lo aspetta con i due zaini pronti per un bel trekking insieme, è andato a fare la guerra. Forse tornerà.

Per non morire d’ansia aspettando il suo ritorno, Orah rapisce Avram. Ha per complice Sami, il fidato autista arabo che è fra i personaggi più efficaci di tutto il romanzo, burbero e timido, convincente nei suoi affetti e negli scatti di rabbia. Ben presto Sami abbandona i due in piena campagna, là dove inizia il loro cammino. Orah è un fiume di parole, Avram centellina i gesti e i ricordi, persino del proprio presente è avaro.

Alla fine, Grossman spiega che il tessuto del romanzo esisteva ancora prima di quel 12 agosto del 2006 che gli ha portato via il secondogenito Uri. “Ciò che era cambiato, perlopiù, era la cassa di risonanza della realtà”. Ne è uscito un romanzo difficile, aspro, fluviale, a volte urtante nel suo realismo, a volte dolcissimo e trasognato. Una trasfigurazione dell’amor materno in voce e strazio di padre, che sta dentro ogni pagina e ogni riga, nessuna esclusa>>.

Fonte: "Tuttolibri La Stampa" - 25.10.08


Dal canto suo, in maniera decisamente più critica, così si esprime Giulio Busi:

<<Se solo si riuscisse a fare un po' d'ordine tra le parole, i sentimenti e, soprattutto, tra i torti e le ragioni. Chi decide di prendere in mano l'ultimo romanzo di David Grossman sa che non gli sarà facile venire a capo delle immagini che provengono da una terra senza pace. Eppure, anche per i più navigati, le quasi ottocento pagine del libro rischiano di trasformarsi in un labirinto ostile.

Bisogna ammettere che i personaggi ci provano a scandire i ruoli, a trovare un luoggo o un sentimento a cui aggrapparsi, ad accumulare dettagli, scorsi di paesaggio, rimpianti, devastanti sensazioni di paura e fragili istanti di amore. Una forza ineluttabilesembra tuttavia contrastarli, e dissolvere ogni volta la meta quasi raggiunta. E' un'energia che allontana, divide, frantuma. E' una forza dal nome antico, madre ancestrale di lutti, ma anche genitrice di parole: la guerra. Ed è a questa madre che Grossman ha dedicato il proprio omaggio.

E dire che tutto comincia con una specie di filastrocca, la re
verie
 di due adolescenti, che si stringono l'un l'altro mentre tutt'attorno infuria la guerra dei sei giorni. Chiusi nel reparto d'isolamento di un ospedale. Orah e Avram amoreggiano come tutti i ragazzi della loro età. Ma le cose sono più difficili di quel che sembra, soprattutto perchè ammalarsi di dissenteria mentre gli altri vanno al fronte è il modo migliore per sentirsi fuori posto. Del resto proprio questo sarà, anche più tardi, il loro destino, non per capacità individuale, quanto piuttosto perchè, nella società in cui vivono, nessuno può permettersi una biografia tranquilla e ordinata.

Grossman mette in scena il dramma di un Paese in guerra ormai da troppo tempo, ed è così il ritmo stesso delle generazioni, il succedersi di vita e di morte a implodere nel racconto. Sono infatti i giovani a morire, mentre agli adulti e ai vecchi non rimane che il ruolo di scoraggiati spettatori. Le battaglie e gl'intermezzi di una pace non-pace si susseguono senz'ordine, come fotogrammi scomposti. Da una parte c'è la cronologia ufficiale dei libri di storia con le molte vittorie, e le poche disfatte d'Israele; dall'altra invece personaggi che, arruolati in un esercito di vincitori, escono continuamente sconfitti.

Nelle pagine sulla guerra di Yom Kippur del 1973, in cui Avram rimane intrappolato nell'offensiva egiziane che sfonda le linee israeliane lungo il canale di Suez, Grossman s'inoltra in una vera epopea della paura. Un soldato, prima dell'attacco, mormora spasmodicamente qualcosa. Un altro lo implora di pregare anche per lui, allora quello, <<senza aprire gli occhi>>, risponde che non sta pregando, che non crede in Dio, sta solo <<ripetendo un'equazione chimica>>, perchè era <<così che si tranquillizzava prima degli esami>>. E allora l'altro gli chiede di ripetere l'equazione per entrambi: come a dire che non ci può essere significato, né morale, né teologia della guerra.

In questo quotidiano scentrato, a cui tutti, Grossman per primo, si aggrappano per sopravvivere, s'insinuano molte, forse troppe, banalità. Il volume è di proporzioni eccessive, e in qualche punto la scrittura ridondante. Ma, in fondo, anche questo fa parte dell'anti-logos e del costante senso di smarrimento. Il racconto può essere vissuto come cronaca di un'emergenza senza fine, ed è per questo che riesce ad esprimere l'ansia profonda della cultura israeliana contemporanea>>.

Fonte: "Domenica - Il Sole 24Ore" - 26.10.08 



David Grossman

"A un cerbiatto somiglia il mio amore"

traduzione di Alessandra Shomroni
Mondadori, Milano, 2008

pagg. 782, € 22,00

letteratura
Cristianesimo... alla ricerca del Talmud perduto
26 ottobre 2008

Ci sono libri che, nel corso della storia, si sono voluti 'cancellare' (anche fisicamente), in quanto ritenuti portatori di verità contrastanti con quelle politiche prevalenti.

E' accaduto, disgraziatamente, anche per libri religiosi: è, appunto il caso del Talmud, che mentre per l'ebraismo ha sempre assunto una rilevanza notevolissima è stato, probabilmente proprio per questo, considerato ben più che sgradito da altre religioni, segnatamente quella cristiana e ben prima che il nazismo imprimesse il sigillo del suo odio su tutto quanto era riconducibile all'ebraismo. In quel tentativo folle di cancellare non solo un popolo, ma la sua stessa storia millenaria.

Oggi si assiste ad una sorta di 'recupero di interesse' da proprio da parte cattolica, di questa fonte che, lo si voglia o no, di fatto non può essere cancellata nè tantomeno rimossa.

Anche se a volte, come spiega chiaramente Giulio Busi recensendo la recente opera di Dan Jaffè, questo avviene forzando o quantomeno semplificando i legami tra ebraismo e cristianesimo. 



Here is the first page of the first printed edition of the Jerusalem Talmud, printed 1523 in Venice, by Jacob M. Lowy (Collection, National Library of Canada).

Fonte:ccat.sas.upenn.edu/rs/2/Judaism/talmud.html

<<Talmud e cristianesimo: un’accoppiata dal passato burrascoso. Per alcuni secoli, i cristiani il Talmud lo hanno messo in piazza, in bei mucchi, per poi appiccare il fuoco.
Le cronache raccontano che nel 1242, a Parigi, furono portati al rogo 24 carri di manoscritti talmudici.
Nel 1510 un umanista ebbe il coraggio di far notare che, prima di bruciarli, sarebbe magari stato meglio leggerli. Ma anche quest’osservazione di banale buon senso costò a Johannes Reuchlin un mare di guai. Apostati, delatori e inquisitori non avevano dubbi, il Talmud era stracolmo di sconcezze anticristiane e l’unico rimedio era distruggerlo.

Per una strana ironia della storia, fior di studiosi frugano ora in quelle stesse pagine del Talmud alla ricerca di testimonianze sul cristianesimo.

Anche il recente volume di Dan Jaffé, ora tradotto da Jaca Book, appartiene alle indagini sul protocristianesimo more thalmudico. Jaffé si concentra per altro sui primi due secoli dell’era volgare, ovvero sul periodo in cui cristianesimo e giudaismo erano ancora strettamente legati l’un l’altro, e proprio qui nasce il problema principale. I due Talmudim furono infatti redatti tra il IV e il VII secolo, ovvero centinaia di anni dopo l’età che Jaffé vuole lumeggiare, e questa sfasatura, da cui il lettore non viene adeguatamente messo in guardia, crea un’inevitabile deformazione prospettica.

I Talmudim – raccolte amplissime di materiali eterogenei – sono testi a forte contenuto ideologico, ispirati al principio del “dover essere” e, quando furono elaborati, i loro autori avevano preso il controllo della società ebraica. Gli scritti talmudici sono insomma espressione di una classe intellettuale estremamente consapevole, che proiettava sul passato la propria visione del mondo e si attribuiva – ora per allora – le prerogative di élite culturalmente dominante.

Ma le cose stavano davvero così tra il I e il II secolo? Jaffé è sicuro di sì, e la sua ricostruzione delle dinamiche intellettuali, dopo la caduta di Gerusalemme, fa dei maestri ebrei coloro che spinsero i giudeo-cristiani ai margini del giudaismo, con l’approvazione, o per lo meno l’acquiescenza, di quello che egli chiama genericamente “il popolo” ebraico.
Molti indizi extratalmudici inducono invece a credere che, negli anni convulsi seguiti alla fine del Tempio, i rabbi non avessero affatto il dominio dell’ebraismo. Accanto a loro, che si proclamavano eredi dei farisei, continuava a esistere la classe sacerdotale, potentissima prima della disfatta e ora avvilita ma non estinta, mentre il giudaismo ellenizzato manteneva, almeno in parte, la propria vitalità.
Lo scontro tra rabbi e proto-cristiani è uno degli elementi della storia giudaica tra il I e II secolo, ma non l’unico, come afferma Jaffé, e il filologo deve avere il coraggio di riconoscere che i contorni esatti di questa lotta sono oscurati, forse per sempre.

Il volume di Jaffé si appoggia su un’ottima padronanza delle fonti rabbiniche, ma mostra i limiti di tutte le ricostruzioni del passato basate esclusivamente su documenti letterari. Rinunciando al confronto con l’archeologia e alle fonti extra-ebraiche, Jaffé presenta un quadro dei rapporti ebraico-cristiani fin troppo coerente, e dai tratti irrimediabilmente stereotipi.

Dopo esser stato considerato un libro-mostro, il Talmud è divenuto di recente un libro-prodigio, da cui si vorrebbe estrarre impossibili certezze storiche. Sarebbe forse ora di prenderlo per quello che è: un libro inquieto, come coloro che lo hanno scritto>>.

Fonte: "Domenica - Il Sole 24 Ore" - 19.10.08

Dan Jaffè

"Il Talmud e le origini ebraiche del cristianesimo"

Jaca Book 2008

pag. 229, € 32,00

Cos'è il Talmud

TALMUD (lett. <<studio>>). Riunisce la Mishnà e la Ghemarà e raccoglie l'insieme delle discussioni rabbiniche risalenti al periodo tra il IV e VI e.v. Ne esistono due redazioni: una più ampia e autorevole, Babilonese (che raccoglie a materiale giuridico e normativo, anche leggende, vite di maestri, preghiere, detti, midrash ecc.); e una più breve, Palestinese o di Gerusalemme.

MISHNA'. Dal verbo ebraico che significa <<recitare le lezioni>>, <<ripassare>>. La Mishnà, che è il codice della tradizione orale, è una delle due parti del Talmud. La redazione finale della Mishnà risale alla fine del II secolo e.v. e comprende 63 trattati divisi in 6 ordini riguardanti la normativa culturale, i rapporti sociali, il diritto civile e penale, il matrimonio, ecc.

GHEMARA' (aramaico; lett. <<conclusione>> o <<compimento>>). Parte del Talmud che raccoglie le discussioni sulla Mishnà sviluppatesi tra i secoli IV-VI e.v.

Fonte: Elie Wiesel "Le storie dei saggi. I maestri della Bibbia, del Talmud e del Chassidismo" - Glossario a cura di Paolo De Benedetti


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Talmud cristianesimo Dan Jaffè

permalink | inviato da Piero P. il 26/10/2008 alle 22:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
politica estera
Rav Di Segni: sul silenzio di Pio XII
25 ottobre 2008

Il tema del cosa e quanto ha fatto (o non ha fatto) la Chiesa Cattolica per opporsi allo sterminio degli ebrei ed in particolare quale sia stato il ruolo giocato dal Papa Pio XII in quel tremendo periodo storico che ha visto compiersi l'aberrante Shoah, hanno infiammato il dibattito dei giorni scorsi.

In maniera violenta e spesso strumentale. Oggi, su quella vicenda -che ha toccato tanto dolorosamente la sua Comunità, in pratica sterminandola- interviene il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni.

Le sue sono parole forti, taglienti, ma frutto di una meditazione durata giorni e che solo oggi lo ha portato ad esprimere pubblicamente il proprio pensiero.

Quella del Rabbino Capo non è certo un'invettiva o uno 'sfogo', ma il tentativo di analizzare pacatamente le circostanze di quei tempi che non sono poi così lontani e l'ombra dei quali non può certo dirsi scomparsa col passare degli anni. E contiene anche l'invito a non limitarsi, nell'esprimersi qual si voglia giudizio, a valutare la figura, pure importante, di un singolo Papa, ma al comportamento complessivo tenuto dai cristiani (e dai cattolici in particolare) nei confronti dell'ebraismo nel corso della storia.

Un esame di coscienza dal quale i cattolici non uscirebbero certo indenni, ma che potrebbe aiutare a comprendere la sostanza di quelli che, pur troppo solo a parole, sono considerati ' fratelli maggiori'.

Fermezza e osservazioni dettagliate, comunque, che non si prestano ad essere strumentalizzate, sono quelle della voce di un popolo, come egli stesso afferma, che si è cercato di distruggere e che ancor oggi fatica ad essere accolta.

Un contributo importante sotto tutti gli aspetti quello che fornisce rav Di Segni, perchè invita a ragionare a ricercare insieme il significato di fatti e di segni che non possono essere lasciati nell'oblio o peggio utilizzati in maniera non conforme alla realtà.

Pacatezza e fermezza, forse dettate anche dal fatto che l'ebraismo non prevede santificazioni e neppure beatificazioni... ma proprio partendo anche da questa consapevolezza può essere meno disagevole quel camminare insieme da tutti auspicato.




                                              Rav Riccardo Di Segni

Questo il testo dell'intervista rilasciata a Giulio Meotti:

<<Il rabbino capo di Roma, rav Riccardo Di Segni, non era ancora intervenuto in merito alle ultime polemiche tra Israele e la Santa Sede sulla beatificazione di Pio XII, il pontefice della Seconda guerra mondiale da molti anni oggetto di controversie storiche, religiose e politiche.

Di Segni, che ha perso parenti alle Fosse Ardeatine e ne ha avuti altri deportati nei campi di concentramento, è il rabbino della comunità ebraica romana avviata alle camere a gas il 16 ottobre 1943. Il suo pensiero e le sue parole su Pio XII, non faziose ma che arrivano dopo diversi giorni di riflessione, hanno dunque un valore straordinario. Di Segni si oppone alla canonizzazione di Papa Pacelli. In questa intervista al Foglio spiega perché.

“C’è stata troppa foga intorno a Pio XII e la concitazione dovrebbe lasciare il campo alla meditazione. Noi ebrei non dobbiamo interferire nelle decisioni della chiesa, ha le sue regole e canoni. Ma anche da un punto di vista emotivo questa vicenda ci coinvolge molto. E in un momento in cui la chiesa si apre al mondo ebraico, abbiamo diritto di far sentire le nostre ragioni”.

La beatificazione è parte di una discussione più ampia.
 
“E’ la responsabilità del mondo cristiano durante la Shoah, un problema che va oltre Pio XII. Le verità della chiesa cattolica sono parziali, come l’idea che il nazismo fosse pagano, che fosse ideologia anticristiana e che l’antisemitismo fosse rigettato dalla chiesa.
Ci sono altre verità che moderano questi giudizi. L’antigiudaismo era praticato senza alcun complesso, persino con toni duri, da parte della chiesa.
Il nazismo si muoveva nel disprezzo coltivato da secoli. Diplomaticamente la chiesa ha fatto anche accordi con Hitler. Per questo la beatificazione di Pio XII comporta al momento la liquidazione di problemi irrisolti”.


Si dice che se Pacelli avesse alzato la voce contro il nazismo, avrebbe messo a rischio gli ebrei nascosti nei conventi.

“Falso, i rischi erano per il mondo cattolico, non per quello giudaico. Dove c’è stata una forte protesta, i treni verso la morte si sono fermati. I nazisti volevano il silenzio. Chi ha detto che sarebbe stato peggio se il Papa avesse parlato? E’ troppo facile dire così. Il problema è molto più antico, è il fatto di come si sono poste le religioni di fronte all’Olocausto che si stava profilando. Ci fu un calcolo di opportunità. Chi è finito in camera a gas non poteva protestare. Le esternazioni contro i governi silenziosi non erano semplici per un popolo massacrato”.

Un ministro israeliano, il laburista Isaac Herzog, ha usato parole molto dure contro il Vaticano.

“Herzog è il nipote del rabbino che venne a Roma da Pio XII a perorare la causa dei bambini ebrei nascosti nei conventi e che i cattolici stavano battezzando. Uno era il cardinale Lustiger. A Herzog interessava la sorte di quei bambini. Non poteva parlare in modo differente di Pio XII, ricordo la disperazione di quest’uomo a cui non fu concessa udienza dal Papa prima del 1946. A cose già finite. Eravamo un popolo che cercava di salvare il salvabile. Altro che ‘leggenda nera’ di Pio XII, io parlerei invece di storia grigia”.

La polemica su Yad Vashem e gli Alleati Si è discusso dell’interferenza ebraica e israeliana negli affari ecclesiali.

“Al popolo ebraico si chiede di non interferire nelle decisioni della chiesa, ma allora perché si interferisce con la decisione su una placca a Yad Vashem dedicata a Pio XII? Ho il dubbio che si voglia trasformare in perfezione l’intera storia. Per qualcuno l’imperfetto non esiste in grammatica. Esiste soltanto il perfetto”.

Il vicedirettore del Corriere della sera, Pierluigi Battista, si è domandato perché si parla soltanto dei silenzi di Pacelli e non delle potenze alleate che sapevano della Shoah.

“Non voglio certo assolvere Churchill e Roosevelt, ma stavano facendo la guerra e i loro cittadini morivano a migliaia sui fronti”, dice Di Segni. “Versavano lacrime e sangue per combattere il nemico. Lacrime e sangue che non furono sempre versate da un’altra parte. Da un leader spirituale come il Papa ci si aspettava un alto standard etico”.

Il rabbino chiude così sull’affaire Pacelli. “Nell’ottobre 1943 Pio XII non disse ai nazisti di fermare i treni. Poteva ordinarne il blocco. I miei nonni in Bulgaria sarebbero stati tutti deportati se il primo ministro bulgaro non avesse detto ai tedeschi che i treni non avrebbero lasciato il paese. E non partirono. Oggi sarebbe impensabile scatenare lo stesso odio di allora senza suscitare una grande protesta. Questa protesta fin dagli anni Venti è stata debole, rara, vacillante, sempre misurata sulla diplomazia”>>.
 
Fonte: "Il Foglio" - 25.10.08

Per aiutare a meglio comprendere la pesronalità e il valore di Rav Di segni, si ritiene opportuno riportare il testo del suo discorso d'insediamento.

Discorso di insediamento

Rav Riccardo Di Segni

L'insediamento di un nuovo rabbino è tradizionalmente l'occasione per una sorta di discorso programmatico che inevitabilmente risente della situazione contingente. In questi giorni ho riletto con emozione il discorso di Rav Prato, del 1936, condizionato dal difficile equilibrio con il potere che l'avrebbe esiliato dopo due anni, e quello di Rav Toaff del 1951, pieno di speranze ma insieme carico del ricordo recentissimo della tragedia. Ed è un privilegio incredibile avere qui con noi il protagonista degli ultimi cinquanta anni della vita di questa comunità.

Proprio dalla situazione contingente vorrei partire con qualche riflessione. Questo nostro incontro avviene in un momento storico molto difficile per il mondo occidentale e per il Vicino Oriente. Il mondo occidentale ha provato dopo l'11 settembre un senso finora sconosciuto di insicurezza. L'orizzonte è agitato da minacce di guerra, terrorismo, estremismo di ogni tipo. Dal Vicino Oriente, dalla terra d'Israele, arrivano ogni giorno notizie tragiche e allarmanti. La comunità ebraica italiana e quella romana in particolare partecipano con grande emozione a questi avvenimenti. 

È il momento di chiederci se debba o possa esistere una nostra risposta, se abbiamo qualcosa da dire e da proporre a noi stessi e agli altri. E allora è importante prima di tutto spiegare all'esterno che il senso di insicurezza che ora è di tutti, per noi non è una novità. Nel quartiere che solo nel 1870 è stato liberato dall'oppressione del Ghetto, che ha visto la sua gente precipitare nella miseria e nell'umiliazione per le leggi razziali fasciste, nel quartiere e nella città da dove i nazisti hanno portato via duemila innocenti, nella Sinagoga che è stata prima saccheggiata dai nazisti e poi macchiata con il sangue delle vittime del terrore, la sicurezza non è di casa. Almeno la sicurezza fisica, il senso della normalità della vita. 

Il peso della storia lontana e vicina guida il nostro giudizio, con un'esperienza sofferta. Ieri abbiamo celebrato lo Shabbat Zakhor, il nostro sabato della memoria, il giorno che i Maestri dedicarono alla memoria della persecuzione, mettendo come simbolo l'antichissima storia biblica di Amaleq. E domani sera festeggeremo Purim, la festa che ricorda la salvezza da uno sterminio di Stato, approvato per legge e poi sventato.

Con dei ricordi così vivi è chiaro che ne risenta la nostra valutazione del mondo. Grazie ai momenti della preghiera, alla celebrazione delle feste principali, a tutta una serie di stimoli culturali, messi insieme alle ferite della storia recente, siamo costretti a pensare in modo differente.

Il pensiero religioso ebraico, dalle pagine dello Shemà che leggiamo tutti i giorni agli scritti di autori contemporanei propone un'interpretazione molto forte dei fatti. Un'interpretazione che sfida le coscienze laiche e che è difficile da condividere anche in una visione religiosa della realtà. 

Senza togliere nulla alla responsabilità di chi agisce male, il pensiero religioso chiede di interpretare gli avvenimenti negativi come dei richiami, dei campanelli di allarme. Segnali che devono fare breccia nei cuori e indurre a rivedere il proprio comportamento. Il mondo reagisce con l'allarme per la sua sicurezza fisica, con la preoccupazione per la perdita del proprio standard di vita, con il desiderio di vendetta e repressione. La risposta che la tradizione ebraica propone è il richiamo alle proprie responsabilità, che sono individuali e collettive, l'obbligo a purificare prima di tutto sé stessi, l'obbligo di costruire una società migliore. Non basta cambiare il modo di pensare. Bisogna cambiare il modo di agire.

Questo è il messaggio che diamo a tutti e a noi per primi. Ma come ebrei dobbiamo sapere che per noi questo ancora non basta. La tradizione non offre soltanto delle informazioni per costruire un'identità speciale o per suggerire interpretazioni, per farci sentire bravi e speciali perché certe cose le abbiamo provate o capite qualche anno prima degli altri. 

La tradizione è ciò che deve trasformare la nostra esistenza. La Torà non è un libro qualsiasi. È la manifestazione del sacro in questo mondo, la presenza di D. nella storia. Non deve essere uno strumento di compiacimento, ma è una richiesta forte. Ognuno ha il dovere e la responsabilità di partecipare coerentemente e con il meglio delle sue forze alla realizzazione del progetto della Torà che è quello di portare il sacro nel mondo, dare un senso diverso alla vita. Non solo essere costretti a pensare in modo diverso, ma soprattutto il dovere di agire, di seguire una strada speciale, di mettere in pratica le norme prescritte. Di studiare sempre per cercare di capire, per crescere. 

La nostra vita non ha senso senza l'osservanza delle regole che hanno un'origine sacra e consacrano ogni nostro momento. Non si può essere pienamente ebrei se ci si limita a guardare il sistema da fuori pensando che ci riguardi solo marginalmente. Il sistema va messo dentro di noi, va vissuto intensamente, va capito per quanto ci è possibile. Questa comunità è sopravvissuta alle sfide peggiori soprattutto grazie a un forte senso emozionale di identità. 

Ma oggi le emozioni sembrano venir meno, perché anche il tempo fa la sua parte, e le emozioni devono essere sostenute da un impegno. E allora è il momento di fare. Bisogna studiare, partecipare alla vita sinagogale, trasformare ambienti freddi e cerimoniali in luoghi caldi di confronto La Comunità Ebraica di Roma ha fatto in questi ultimi anni passi da gigante. E' cresciuto il numero di Sinagoghe, il numero dei punti vendita di prodotti alimentari kasher, il numero di frequentatori di gruppi di studio. Eppure se guardiamo ai numeri e ai fatti c'è ancora moltissimo da fare. I livelli di osservanza del Sabato e della purezza familiare sono ancora bassi. L'armonia familiare è in crisi, il rispetto tra i coniugi è a rischio, si aprono in continuazione nuove pratiche di divorzio e spesso neppure si risolvono. Le nostre scuole, che rappresentano lo strumento più importante di educazione e di investimento sul futuro, sono frequentate, nella fascia elementare, da circa la metà della popolazione potenziale. Crescono senza alcun controllo le coppie miste, senza coscienza dei rischi della trasmissione futura e con scarsissimo impegno nell'educazione delle nuove generazioni.

Forse tutto questo non è una novità, ma una costante. Uno dei più famosi rabbini che Roma abbia avuto, Ovadià Sforno, ha lasciato questa impressionante testimonianza 500 anni fa:
I figli del nostro popolo, per l'affanno, per il lavoro e le preoccupazioni rivolgono il loro sguardo e il loro pensiero al guadagno come rifugio e protezione senza lasciare alcun spazio adatto per contemplare le meraviglie della nostra Torà, e si chiedono che cosa possa dare di più la nostra Torà in termini di soddisfazioni materiali e di speranze.
Ogni generazione, in questa comunità come in ogni altra, ha avuto la sua vasta fascia di tiepidi aderenti o forti critici, ogni generazione con i suoi problemi differenti. Ma se siamo qua ora è perchè discendiamo da chi ha aderito al modello di fedeltà.

È noto che nella Torà esistono due versioni dei cosiddetti dieci comandamenti. Il quarto è quello del Sabato. In una versione inizia con la parola zakhor, "ricorda": ricorda il giorno del Sabato per santificarlo. Nell'altra versione la parola d'inizio è shamor, osserva. La tradizione dice che entrambe le parole furono pronunciate insieme. Come a dire che memoria e osservanza devono andare insieme, che non c'è memoria senza impegno e non c'è impegno senza memoria. Il modello che dobbiamo avere in mente è quello della coerenza, dell'impegno, dell'osservanza forte. 

È finito il tempo in cui la religione e l'osservanza veniva delegata dalla comunità a un gruppetto quasi emarginato e folkloristico. Basta vedere come è stata concepita cento anni l'architettura di questa Sinagoga, con una tribuna solleva e distaccata dal pubblico, certo per dare solennità al luogo, ma anche allo scopo di separare dagli altri una sorta di clero. È finita l'epoca delle deleghe al clero, vestito tutto di nero o di bianco, secondo le circostanze, l'epoca della separazione in cui i normali o gli illuminati eccellono nella vita commerciale e intellettuale, e i rabbini sono la manovalanza del culto; in cui la pratica dell'ebraismo sembra essere un curioso residuo di un passato di cui sfugge il senso. 

Tutta la comunità ebraica ha gli stessi diritti e doveri, i rabbini si devono distinguere soprattutto come Maestri, nessuno deve sfuggire alle proprie responsabilità e soprattutto va riscoperto il senso, la bellezza, la profondità dell'osservanza. E il ruolo primario del rabbino dalla cattedra di questa scola, come di ogni altro rabbino da ogni altra sede di attività e di insegnamento è quello di guidare, aiutare e promuovere questa riscoperta.

Come accennavo all'inizio, la situazione politica in terra d'Israele è per tutti noi motivo di grande preoccupazione. Sui motivi di questa crisi e sulle sue possibili soluzioni la discussione è viva anche in questa comunità ed è normale che lo sia perché la dialettica e le divergenze nella nostra cultura sono una ricchezza e non un difetto. 

Ma una cosa deve essere chiara: che non siamo in alcun modo disposti a rinunciare comunque al sostegno allo Stato, al suo diritto all'esistenza, al suo diritto alla difesa contro ogni attacco, che non è solo quello militare o terroristico, ma anche quello della disinformazione, della calunnia, della delegittimazione: atteggiamenti che in fondo rivelano un'ostilità pregiudiziale contro il diritto di ogni ebreo di esistere. È forse inutile richiamare la comunità intorno a questi principi, ma è bene che si sappia che su questi temi la nostra comunità è forte, unita e non disposta a compromessi.

Le glorie del passato di questa comunità vengono in qualche modo esposte in questa cerimonia. I tessuti ricamati, gli argenti, le musiche sono il segno di un gusto, di un'attenzione, di una dedizione del tutto speciale nel modo di essere ebrei ed ebrei romani. Dobbiamo essere orgogliosi di queste particolarità, che proseguono, sul piano artistico, le grandi tradizioni di cultura talmudica per cui Roma era famosa e celebrata nel medioevo. Il giusto compiacimento per questa storia non deve portare però all'isolamento. 

Troppo a lungo, forse anche per un nefasto influsso della chiusura di tutta la cultura italiana, il compiacimento per le glorie del passato è stato anche isolamento e regressione. Dobbiamo riaprirci a tutto il mondo ebraico, portandovi la nostra originalità ma anche il senso di appartenenza e fratellanza nel kelal Israel, insieme alla disponibilità a recepire i modi di essere e le fonti di saggezza e di spiritualità antichi e moderni che per troppi decenni sono state qui ignorate o disprezzate.

Una comunità ebraica ben cosciente della sua storia, forte nella sua identità, impegnata nello studio e nella pratica della sua tradizione è per la società che la circonda un bene inestimabile. Questo la maggioranza dei cittadini romani lo sa già bene. Non siamo solo un simbolo del passato, siamo una presenza vitale e dinamica, portatrice di idee e di valori, e anche, volenti e nolenti,siamo testimoni del sacro in una società che fugge dal sacro, o che cerca di presentarlo a senso unico. La nostra condizione ci pone pertanto davanti a grosse responsabilità verso noi stessi, verso la comunità, ma anche verso tutti; cerchiamo di esserne all'altezza. 

Dovremo, tra l'altro, sottolineare come è cardine del nostro pensiero religioso il principio della solidarietà e della giustizia sociale, per i cittadini e per coloro che sono considerati stranieri. Anche dal punto di vista politico, questa comunità non deve essere solo l'ente che risponde alle sollecitazioni, ma la promotrice del bene comune.

È per questa coscienza di responsabilità che il dialogo con tutti, con le religioni, ma anche con le culture e le società diverse, deve essere considerato da noi un dovere; ma questo dialogo deve partire sempre dal presupposto della pari dignità, deve costruire e non deve distruggere le identità.

In conclusione a queste note, ho il dovere e il piacere di ringraziare il Consiglio della Comunità e tutti coloro che hanno sostenuto la mia presenza in questo ruolo; coloro che mi stanno aiutando a portarlo avanti; i Maestri, presenti e assenti, che mi hanno aiutato a studiare e a crescere nella Torà; le precedenti guide spirituali e politiche di questa comunità, che l'hanno fatta crescere in prosperità, cultura e prestigio, malgrado tutte le difficoltà; e infine un ringraziamento a tutti quanti voi qui presenti, per un saluto un augurio e una partecipazione solidale.
Che l'Eterno guidi e faccia prosperare le nostre azioni.

Rav Riccardo Di Segni
Roma 24 febbraio 2002 – 12 adàr 5762

Fonte: http://www.nostreradici.it/


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pio xii shoah rav di segni

permalink | inviato da Piero P. il 25/10/2008 alle 20:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
politica estera
"Per Shalit impegnarsi come per la Betancourt"
25 ottobre 2008

Dopo 851 giorni dal rapimento arriva, dalla Francia, un primo, timido segno capace di aumentare, senza illudere, la speranza della provata famiglia di Gilad Shalit.

La lettera consegnata al Presidente francese Nicolas Sarkozy sarebbe, infatti, stata recapitata al giovane prigioniero nelle mani di Hamas.


                                 Noam Shalit a Parigi
                                 Photo: AP

Questa la cronaca curata da Sharon Roffe-Ofir:


<<Dopo più di due anni di prigionia, il soldato rapito Gilad Shalit ha infine ricevuto una lettera da casa. Il palazzo presidenziale francese ha recentemente informato Noam Shalit che la lettera che ha scritto al suo figlio ha raggiunto la sua destinazione, ha raccontato ieri a Ynet, il padre del soldato in cattività.

"Per questo non possiamo eccitarci più di tanto. Preferiamo guardare avanti", ha aggiunto.

La famiglia Shalit aveva consegnato la lettera al presidente francese Nicolas Sarkozy, che la ha passata al presidente siriano Bashar Assad durante la sua visita a Damasco.

La lettera allora è stata poi girata al capo del politburo di Hahas Khaled Mashaal, che ha promesso di farla avere al soldato rapito.

"Non sappiamo nulla delle sue condizioni, ma pensiamo che sia importante ricevere qualche cosa da casa dopo più di due anni. E sì, questo ci ha resi felici". ha detto Noam Shalit.

Quando gli è stato chiesto se la Francia può servire quale canale per avere ulteriori informazioni sul figlio e per negoziare, eventualmente, il suo rilascio, Shalit ha detto: "Non intendo perdermi in speculazioni, ma non credo che questa lettera porti al suo rilascio". 

La famiglia aveva provato, in passato, ad inviare lettere al figlio attraverso la Croce Rossa, ma Hamas ha sempre rifiutato di accettarle. I rapitori di Shalit gli hanno consentito unicamente di ricevere un paio di occhiali inviati dal padre.

Parlando ai reporter in Francia, Noam Shalit ha chiesto il rilascio del suo figlio e supplicato i suoi rapitori a Gaza di dare una prova che è ancora in vita.

Ha invitato i cittadini francesi mobilitarsi per Gilad con la stessa passione che hanno mostrato per Ingrid Betancourt, l'ex ostaggio Franco-Colombiana il cui il rapimento in Colombia si è trasformato in una celebre di causa in Francia.

“Come voi avete fatto per Ingrid Betancourt, vi chiedo di mobilitarvi per il mio figlio che, tra l'altro, ha anche la nazionalità francese„ ha detto Shalit ad un metting organizzato da un comitato francese di sostegno per Shalit.

La Betancourt, una ex candidata presidenziale colombiana, con anche cittadinanza francese, è stata salvata dall'esercito colombiano in luglio, dopo che era stata tenuta prigioniera nella giungla dai guerriglieri di sinistra delle FARC per più di sei anni>>.

 
Fonte: libera traduzione di Piero P. da "Ynet. news.com" - 24.10.08

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Shalit lettera Sarkozy Betancourt

permalink | inviato da Piero P. il 25/10/2008 alle 11:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
consumi
Ricette giudaico-romanesche: ceci coi pennerelli
24 ottobre 2008

Qualche tempo fa una gentile signora che passa da questo sito mi chiese se fosse possibile pubblicare qualche ricetta della cucina ebraica.

Promisi che mi sarei dato da fare per reperirne almeno alcune, così oggi presento le prime.

Nella speranza che chi, in cucina è un'artista (cioè proprio l'opposto di quello che posso essere io) possa eventualmente provarla. E, sperabilmente, trovarle di suo gusto.






"I CECI COI PENNERELLI"

<<Si cucinavano con lo scarto per fare i salami: nervetti e pelli.
A Roma e nel Lazio prendono il nome di "pennerelli", la cui spiegazione non risulta nei ricettari romani e laziali.

Forse "pennerelli" deriva dal verbo "pendere", in dialetto romanesco "pennere". Quindi sorge spontanea l'immaginazione degli orecchini, dei "pennenti" dalla forma allungata, d'oro e coralli, ornamenti insostituibili dei costumi tradizionali romani e laziali. I ceci, il cui nome proviene dal latino "cicer", hanno origini mediorientali antichissime. Considerati per secoli "la carne dei poveri" sono entrati a far parte della gastronomia della popolazione laziale per il lroro alto valore nutritivo.

Ingredienti per 4 persone:

200 gr. di ceci ammollati, 200 gr. di pennerelli di manzo, un osso, 2 cipolle, un gambo di sedano, una carota, un cucchiaino di conserva di pomodoro, sale, pepe, olio.

Tempo di preparazione:

3 ore e mezza più 12-14 ore per l'ammollo dei ceci.

Fare il brodo, quando i ritagli di carne sono quasi cotti, passarlo in un'altra pentola, ridurre a pezzetti i pennerelli e continuare a cuocerli a fuoco basso. Aggiungervi i ceci ed una giratina d'olio.
Occorre circa un'ora e mezza per ottenere una minestra abbastanza denza.
Una volta scodellati, se piace, prepararli e portarli a tavola caldi.

"PASTA E CECI"

Ingredienti per 4 persone:

Gli stessi dei "ceci coi pennerelli" e 200 gr. di cannolicchi o spaghetti spezzati.

Tempo di preparazione:

10/12 minuti in più rispetto all'altra ricetta.

E' usanza romana preparare questa minestra.
Dopo aver passato al setaccio metà dei ceci cotti, aggiungervi poca acqua calda, alzare la fiamma e cuocervi la pasta. Negli ultimi minuti unire i rimanenti ceci interi">>.


Fonte: Piccola Guida alla cucina Giudaico-Romanesca a cura di Donatella Limentani Pavoncello


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. cucina giudaico-romanesca

permalink | inviato da Piero P. il 24/10/2008 alle 5:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia
settembre   <<  1 | 2 | 3 | 4  >>   novembre